Domenica 20 Maggio 2012
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Tradizioni


Il minestrone e il colera PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandra Monguzzi   

Come e perché Pellegrino Artusi inserì fra le 790 ricette del suo trattato “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” anche la ricetta di quella saporita pietanza

“Il minestrone mi richiama alla memoria un anno di pubbliche angoscie e un caso mio singolare. Mi trovavo a Livorno al tempo delle bagnature l’anno di grazia 1855, e il colera che serpeggiava qua e là in qualche provincia d’Italia, teneva ognuno in timore di un’invasione generale che poi non si fece aspettare a lungo. Un sabato sera entro in una trattoria e domando: - Che c’è di minestra? - Il minestrone, - mi fu risposto. - Ben venga il minestrone, - diss’io.

“Pranzai e, fatta una passeggiata, me ne andai a dormire. Avevo preso alloggio in Piazza del Voltone in una palazzina tutta bianca e nuovissima tenuta da un certo Domenici; ma la notte cominciai a sentirmi una rivoluzione in corpo da fare spavento; passeggiate continue a quel gabinetto che più propriamente in Italia si dovrebbe chiamar luogo scomodo e non luogo comodo. - Maledetto minestrone, non mi buscheri più! - andavo spesso esclamando pieno di mal animo contro di lui che era forse del tutto innocente e senza colpa veruna.

“Fatto giorno e sentendomi estenuato, presi la corsa del primo treno e scappai a Firenze ove mi sentii subito riavere. Il lunedì giunge la triste notizia che il colera è scoppiato a Livorno e per primo n’è stato colpito a morte il Domenici. Altro che minestrone!

“Dopo tre prove, perfezionandolo sempre, ecco come lo avrei composto a gusto mio: padronissimi di modificarlo a modo vostro a seconda del gusto d’ogni paese e degli ortaggi che vi si trovano. Mettete il solito lesso e per primo cuocete a parte nel brodo un pugnello di fagiuoli sgranati ossia freschi: se sono secchi date loro mezza cottura nell’acqua. Trinciate a striscie sottili cavolo verzotto, spinaci e poca bietola, teneteli in molle nell’acqua fresca, poi metteteli in una casseruola all’asciutto e fate in modo che abbiano l’acqua sul fuoco, scolateli bene strizzandoli col mestolo.

“Se trattasi di una minestra per quattro o cinque persone, preparate un battuto con grammi 40 di prosciutto grasso, uno spicchio d’aglio, un pizzico di prezzemolo, fatelo soffriggere, poi versatelo nella casseruola insieme con sedano, carota, una patata, una zucchina e pochissima cipolla, il tutto tagliato a sottili e corti filetti. Aggiungete i fagiuoli, e, se credete, qualche cotenna di maiale come alcuni usano, un poco di sugo di pomodoro, o conserva, condite con pepe e sale e fate cuocere il tutto con brodo. Per ultimo versate riso in quantità sufficiente in modo che il minestrone riesca quasi asciutto e prima di levarlo gettate nel medesimo un buon pizzico di parmigiano. Vi avverto però che questa non è minestra per gli stomachi deboli.”

Il testo che vi abbiamo proposto qui sopra è tratto - ci fidiamo di Internet - dal volume “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi, il critico letterario, scrittore e gastronomo di cui quest’anno si è celebrato il centenario della scomparsa. L’Artusi, il cui nome è ben conosciuto da chi si intenda un poco di cucina, può essere considerato come il padre della cucina italiana e come tale ricordato nell’anno del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia.

A lui infatti spetta il merito di aver unificato, nel testo sopra ricordato, le tradizioni delle cucine regionali del nostro Paese, in primis quelle di Toscana ed Emilia Romagna, innestando in esse influenze raccolte nelle altre regioni.

Il manuale che pubblicò con il tempo è così diventato un preciso punto di riferimento per conoscere le nostre tradizioni nel campo della cucina, anche se, sia lecito il dirlo, le ricette da lui trattate - ci dicono - oggi possono risultare un po’ datate (ma bisognerebbe provarle…).

Pellegrino Artusi nasce a Forlimpopoli il 4 agosto 1820 in una famiglia numerosa: aveva infatti ben 11 fratelli. Il padre, un agiato commerciante, lo fece prima studiare e poi lo volle accanto a sé nel suo lavoro. La tranquillità di quella famiglia, purtroppo, doveva venire sconvolta, il 25 gennaio 1851, dall’incursione in paese del brigante Stefano Pelloni, detto il Passatore, che, non contento di rapinare tutte le famiglie più agiate, permise agli uomini della sua banda di violentare alcune donne, fra cui una sorella di Pellegrino.

Fu questo uno dei motivi alla base del trasferimento, l’anno dopo, della famiglia da Forlimpopoli a Firenze, dove Pellegrino divenne intermediatore finanziario e dove potè dedicarsi alle sue grandi passioni, la letteratura e la cucina. Scomparve il 30 marzo 1911, a novant’anni, lasciandoci due saggi, una biografia di Ugo Foscolo e una critica ad alcune lettere di Giuseppe Giusti, saggi evidentemente di poco spessore visto che finirono presto nel dimenticatoio.

Altro successo invece per la sua terza opera, appunto “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, pubblicata a sue spese nel 1891 presso un editore fiorentino. Neanche questo volume inizialmente fu un successo, ma lo acquistò col tempo, tanto da venir tradotto in diverse lingue, ultima in ordine cronologico il portoghese (ci dice Wikipedia).

“La scienza in cucina” raccoglie 790 ricette della cucina casalinga, ognuna provata e riprovata dall’autore con l’aiuto di cuochi: ecco perché viene considerato non solo un manuale “scientificamente testato”, ma un’opera capace di raccogliere e raccontare la cultura gastronomica d’Italia, e quindi importante.

 

 
Piccola storia del vino PDF Stampa E-mail
Scritto da Cristina Ergnini   

È dall’Età del bronzo che per l’uomo questa bevanda significa soprattutto gioia di vivere, e oggi in Italia non solo è un’importante risorsa del settore agricolo ma è anche alla base di un business che spazia dal turismo alle nuove professioni, dall’editoria alle fiere di settore

La storia del vino si perde nella notte dei tempi: il vocabolo trae la propria origine dalla parola sanscrita “vena” la cui radice (ven = amare ) è la medesima della parola Venere. È quindi immediato abbinare questa bevanda alla gioia di vivere, all’inebriarsi, al facilitare il rapporto con gli altri ma anche a fare sì che l’uomo prenda contatto con le divinità o con il soprannaturale.

Infatti mentre il significato pagano del vino è quello di un balsamo che rallegra l’anima e mette in contatto l’uomo con gli dei, nella religione cristiana il vino rappresenta il sangue di Cristo ed è parte integrante del rito della Messa.

La Bibbia (Genesi) testimonia l’esistenza della vite grazie a Noè che appena sceso dall’arca pianta una vite e si ubriaca con il vino che ottiene da questo rampicante. Il vino rientra anche in numerosissimi luoghi letterari dell’antichità per celebrare momenti di socialità.

Uno su tutti Platone con il dialogo sui caratteri e l’essenza dell’eros Il simposio dove il vino diviene luogo d’incontro (simposio infatti è il bere insieme – sun potor).

Il vino o una bevanda molto simile viene prodotto sin dall’età del bronzo, e tracce della vitis vinifera si ritrovano per la prima volta nella storia del nostro pianeta quale pianta rampicante spontanea nelle foreste del Medio Oriente circa 300.000 anni fa.

La selezione delle viti, dei loro grappoli e del delizioso succo estratto dagli acini inizia però “solo” nell’8000 avanti Cristo nelle terre tra l’Asia Minore e la Transcaucasia (soprattutto nella zona dell’attuale Georgia dove ancora oggi come allora resiste la tradizione di inserire il mosto in anfore di terracotta seppellite interamente nel terreno).

Analogamente a quanto avvenuto per un altro prodotto alimentare importantissimo per l’intera umanità quale il pane, anche la scoperta del vino probabilmente si deve ad una distrazione.

Presumibilmente del succo di uva contenuto in un otre di pelle e dimenticato al sole, complice l’elevata temperatura esterna, aveva subito una magica quanto positiva trasformazione. Il gusto di questa bevanda fermentata naturalmente era buono e gli effetti decisamente allegri.

L’Italia da sempre è una delle culle del vino tanto che nell’antichità la nostra penisola veniva chiamata Enotria. Nei pressi di Sibari in Calabria venne costruito un enodotto di argilla per convogliare il vino verso il porto per un successivo imbarco. Analogamente anche Ostia divenne un imbarco importantissimo per l’esportazione del vino.

Certo il vino di questo periodo poco o nulla ha a che spartire con la bevanda che attualmente ritroviamo sulle nostre tavole e che nella seconda metà del xix secolo ha rischiato di scomparire per sempre a causa di un afide pericolosissimo sbarcato dalle navi in arrivo dal nuovo continente: la filossera, unitamente a viti locali quali l’uva fragola.

Le viti europee per oltre cinquanta anni verranno divorate da questo micidiale parassita mettendo in ginocchio molti vignaioli che spesso saranno costretti per sopravvivere ad abbandonare la viticoltura a favore di colture più redditizie.

La soluzione avviene nel 1910 ad opera di un francese che pensò a ragione di innestare le viti locali su ceppi di vite statunitense immuni dall’attacco della filossera.

Questo rimedio da una parte ha salvato la viticoltura europea, dall’altro visto il tipo di soluzione ha fatto sì che moltissime varietà locali di uva siano però scomparse per sempre dal nostro continente.

La prima comparsa della filossera in Italia apparve in Lombardia a Valmadrera nel 1879. Nonostante ciò questa regione attualmente vanta un’offerta più che eterogenea tutelata da:

• 5 DOCG (Franciacorta, Oltrepo Metodo Classico, Moscato di Scanzo, Sforzato Di Valtellina, Valtellina Superiore);

• 23 DOC;

• 15 IGT.

Tra i vari primati lombardi vi è anche quello di detenere la DOCG più piccola d’Italia ovvero quella del Moscato di Scanzo.

Chiusa questa piccola parentesi non ci resta che ricordare che ai giorni nostri il vino è diventato a tutti gli effetti qualcosa di cui discernere con gli amici e non più una semplice bevanda da mettere in tavola, ma parte integrante del pranzo o della cena stessa che si fonde con la preparazione dei piatti e che con questi ultimi deve essere abbinato.

In considerazione del fatto che la nostra importante e datata tradizione gastronomica prevede moltissime ricette realizzate con il vino è sicuramente molto più semplice anche se a volte meno stimolante creare abbinamenti tra prodotti e vini dello stesso territorio.

Per quanto riguarda la cucina una regola su tutte: il vino che si mette nel tegame si ritrova poi nel piatto; in sostanza, migliore è la qualità del vino usato per cucinare, migliore sarà la resa finale del piatto creato.

Inutile sottolineare quanto un vino di scarsa qualità, ad esempio che sappia di tappo, trasmetterà queste caratteristiche al cibo che andremo a cucinare.

Da ultimo, come non ricordare che il vino a tutti gli effetti costituisce oggi oltre che una delle risorse più importanti del settore agricolo anche e sopratutto un grosso business a tutto tondo che va dal turismo (strade del vino e dei sapori, vacanze eno-gastronomiche), ad una professione (l’enologo, il wine maker, il sommelier), alla famiglia degli investimenti (alcune case vinicole sono quotate in Borsa, altre emettono “certificati”, dall’editoria alle mostre e fiere di settore).

 

 
Benedetta quella schiava egizia... PDF Stampa E-mail
Scritto da Cristina Ergnini   

…che scoprì una primitiva sorta di fermentazione del pane, alimento che ha accompagnato la storia dell’uomo dalla preistoria sino ai giorni nostri

Il pane e la sua storia accompagnano il genere umano sin dalla preistoria: gli uomini primitivi realizzarono le loro prime pagnotte mischiando ghiande tritate con acqua, stendendo successivamente l’impasto su pietre roventi o direttamente al sole e ottenendone in cambio una sorta di focaccia dura e non lievitata.

Successivamente le ghiande vennero sostituite dalla farina ottenuta mediante macinatura grossolana di svariati cereali tritati tra due pietre.

Sembra invece che si debba ad una schiava egizia piuttosto distratta la scoperta di una primitiva sorta di fermentazione del pane: dimenticando infatti l’impasto al sole e all’aria e cucinando il composto il giorno dopo ottenne un prodotto maggiormente soffice e decisamente più fragrante.

Probabilmente l’ampia diffusione del pane tra gli egizi è dovuta al fatto che le terre lungo il Nilo erano molto fertili e adatte alla coltivazione di tutti i cereali, fra i quali gli egizi scelsero appunto il frumento. L’importanza del pane per gli antichi egizi è resa evidente dall’esistenza di geroglifici rappresentanti simboli di pani e di chicchi di grano, inoltre in alcune tombe scoperte recentemente si sono trovati chicchi di grano perché il defunto non soffrisse la fame.

Agli egizi dobbiamo anche un cereale che negli ultimi tempi ha riempito gli scaffali dei nostri negozi e cioè il kamut (nome scientifico turgidum di Triticum, turanicum di sottospecie, anche noto come “grano di Khorosan”). Il suo utilizzo ai giorni nostri si deve ad un coltivatore del Montana che coltivò dei semi dopo essere tornato da un viaggio in Egitto ed aver visitato la tomba del Re Thot. Negli anni Settanta, poi, un agronomo e biochimico, Bob Quinn, si interessò a questo grano insolito tanto da fondare una società, la Kamut International, incaricata della distribuzione di questo prodotto che lui chiamò Kamut come traduzione della parola “grano” nell’egiziano antico.

Anche i greci apportarono variazioni alla ricetta base introducendo svariate forme ed inserendo nell’impasto aromi quali pepe ed altre erbe, ammorbidendo l’impasto con olio o latte. Inoltre i greci diedero vita a oltre 70 tipi di pani e introdussero quella che poi è diventata consuetudine anche ai giorni nostri: la cottura del pane di notte.

I romani prima di conquistare la Grecia utilizzavano prevalentemente quale cereale il farro (da cui deriva il vocabolo farina). L’introduzione del pane di frumento lievitato fece sì che nascessero i forni pubblici (circostanza databile circa nel 150 a.C., ai tempi dell’imperatore Augusto). Insieme ai forni pubblici nacquero anche le corporazioni dei fornai, i pistores.

Dai romani in poi i progressi nella lavorazione del pane furono limitati sino a circa metà del XVII secolo, quando con l’introduzione di nuove metodiche di lavorazione dei lieviti si accelerò notevolmente il processo di fermentazione.

Dopo la Rivoluzione Industriale, grazie anche all’introduzione di forme di agricoltura intensiva si arriva al pane così come lo conosciamo ai giorni nostri, un prodotto maggiormente raffinato grazie anche alle nuove tecniche di molitura, a nuovi macchinari per impastare e così via.

Anche se oggi fa sorridere, fino alla fine del secondo conflitto mondiale, era abitudine preparare il pane in casa e portarlo a cuocere al forno identificando il proprio prodotto con segni particolari sullo stesso impasto tali da rendere identificabile il pane di ogni famiglia.

Il pane fino agli anni ’60 non ha perso la sua peculiarità di alimento base sulla nostra tavola. Oggi, complici i mutati stili di vita, ad esempio la consuetudine di consumare il pasto principale fuori casa, il pane ha perso molto del suo appeal sulle nostre tavole, sostituito da surrogati quali crackers, grissini o prodotti similari.

Da fonte Ascom rileviamo che in poco meno di cento anni il consumo di pane in Italia è sceso da 1.000 a 120 grammi al giorno pro-capite; inoltre sono mutate anche le modalità di approvvigionamento, infatti il 56% delle famiglie intervistate lo acquista ogni giorno, mentre il 12 % lo acquista raramente e solo il 3,6% fa il pane in casa.

Nonostante questi dati, il nostro Paese (dove le caratteristiche e le denominazioni del pane sono stabilite per legge) vanta un numero elevato di pani regionali tradizionali con riconoscimento Dop/Igp; solo per citarne alcuni: Pane di Matera (Basilicata), Coppia Ferrarese (Emilia Romagna), Pane Casereccio di Genziano (Lazio); Pane di Altamura (Puglia). Un posto a parte merita la michetta lombarda.

 
Origini e contenuti della cucina lombarda PDF Stampa E-mail
Scritto da Cristina Ergnini   

Nel 2010, in piena globalizzazione, da un punto di vista alimentare ha ancora senso parlare di cucina regionale, soprattutto in un’area come la Lombardia, regione multietnica connotata da una forte immigrazione sia da altre regioni italiane sia da paesi extra comunitari?

La risposta non è delle più semplici visto che sicuramente in tutta la regione - con Milano in primis - si mangia bene per l’eterogeneità delle persone che ci vivono e conseguentemente delle culture gastronomiche presenti, anche se è abbastanza difficile trovare l’autentica cucina milanese, scalzata sempre più da piatti “fusion”. Non da meno, l’insorgere di nuovi stili di vita sempre più frenetici connotati da pranzi fuori casa, regimi dietetici che non prevedono l’uso di alimenti tipicamente nordici quali burro, panna, mascarpone, formaggi grassi tipici della zona, il sorgere di rivendite di prodotti di altre regioni e di altri paesi, unitamente alla coesistenza e all’uso di alimenti e prodotti che sono estranei alla nostra cucina, danno e sempre più in futuro daranno del filo da torcere alla tipicità dei nostri piatti.

A favore della cucina lombarda gioca il fatto che è in assoluto la regione che produce di più in tutta Italia non solo su base industriale ma anche nei comparti agricoli e zootecnici (basti pensare alle province di Lodi, Brescia e Bergamo).

Da qui si comprende come le tradizioni alimentari - meneghine e brianzole in primis ma estendibili a quasi tutto il territorio lombardo - siano strettamente legate sia alla carne sia ai derivati del latte, oltre a svariati prodotti orticoli coltivati anche ai nostri giorni in modo intensivo soprattutto nelle pianure. Cominciamo quindi con una rapida carrellata degli ingredienti tipici della gastronomia. Una delle basi della cucina milanese è il burro utilizzato sino a qualche anno fa, unitamente allo strutto, anche per friggere e soppiantato solo negli ultimi anni dall’olio arrivato sulle nostre tavole grazie anche agli immigrati dal Sud.

Altri alimenti tipici sono il gorgonzola, il mascarpone, il lodigiano e tanti formaggi a pasta molle utilizzati spesso nella preparazione di ripieni di pasta fresca, risotti e, perché no, anche di dolci. Ulteriore alimento tipico ancorché minoritario (vista la povertà delle famiglie fino almeno all’immediato dopoguerra) della cucina milanese è la carne, presente in molteplici piatti anche molto elaborati o con tempi di cottura lunghi, quali stracotti, brasati, bolliti misti e similari; senza dimenticare che nel passato molta importanza veniva data anche agli scarti della macellazione. Molti piatti della tradizione lombarda, ancora presenti sulle nostre tavole, sono nati proprio come un tentativo da parte delle famiglie meno abbienti di utilizzare le parti meno nobili dell’animale: un esempio è rappresentato dalla trippa, dalle polpette, dall’osso buco e dall’utilizzo di tutte le frattaglie utilizzate anche nella realizzazione di primi piatti quali la zuppa di ceci con la tempia o il riso con il polmone (curada in dialetto).

Ma il re della tavola milanese è sicuramente il maiale: ogni famiglia contadina ne possedeva almeno uno e la sua macellazione, che di regola avveniva fra novembre e gennaio, costituiva un momento fondamentale nella vita dei gruppi rurali. Non dimentichiamo che la carne di maiale e la verza sono gli ingredienti principali del piatto tipico per eccellenza della tradizione non solo milanese ma senza dubbio anche lombarda e cioè la cassoeula. Piatto che ancora oggi è consuetudine consumare il 1° novembre, giorno dei morti, secondo un antico precetto. Inoltre del maiale come sostiene un antico ma sempre valido proverbio non si getta via nulla nemmeno le setole che vengono utilizzate per la realizzazione di pennelli.

Lasciando per un attimo la città e dirigendoci verso la Lomellina, di cui non possiamo non ricordare i vasti allevamenti di oche, animali estremamente versatili che venivano utilizzati in cucina in sostituzione di carmi maggiormente pregiate e che costituivano anche una abbondante riserva di grasso utilizzato come condimento alternativo; in alcune zone le oche si sono guadagnate il soprannome di “porcello dei poveri”. In ogni famiglia contadina non potevano mancare gli animali da cortile, che oltre alla carne producevano un altro ingrediente importante per la sussistenza delle famiglie, le uova, in parte vendute per incrementare le minime entrate economiche ed in parte utilizzate per la realizzazione di paste fresche o ripiene (tortelli con la zucca nel Mantovano, casoncelli nella Bergamasca e così via). Con il latte invece oltre ai formaggi veniva realizzata la “cagiada” ovverosia latte rappreso, una sorta di yogurt.

Altro alimento di uso antichissimo è il pesce di acqua dolce, risorsa importante in un territorio così ricco di acque quale la fascia prealpina. Su tutti, un piatto: i “misultitt”, agoni essiccati al sole e conservati in contenitori appositi, da servire arrostiti alla griglia con un filo di aceto e l’immancabile polenta. Un ruolo importantissimo infatti è stato giocato dal mais (introdotto sulle nostre tavole in un’epoca di carestia dilagante e divenuto l’alimento principe della dieta dei contadini fino alla metà degli anni 50), cioè nelle nostre zone appunto la polenta, che spesso compariva sulle tavole in tutti e tre i pasti della giornata. Polenta e latte (ma anche vino) a colazione, polenta cunscia (cotta con l’aggiunta di burro e formaggio) a pranzo e infine ancora polenta a sera, di solito gli avanzi tagliati a fette e conditi con quel che c’era, o, per i più fortunati, con un aroma ottenuto strofinando a turno la propria fetta sui salumi appesi nelle cucine.

 

 


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