|
Come e perché Pellegrino Artusi inserì fra le 790 ricette del suo trattato “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” anche la ricetta di quella saporita pietanza
“Il minestrone mi richiama alla memoria un anno di pubbliche angoscie e un caso mio singolare. Mi trovavo a Livorno al tempo delle bagnature l’anno di grazia 1855, e il colera che serpeggiava qua e là in qualche provincia d’Italia, teneva ognuno in timore di un’invasione generale che poi non si fece aspettare a lungo. Un sabato sera entro in una trattoria e domando: - Che c’è di minestra? - Il minestrone, - mi fu risposto. - Ben venga il minestrone, - diss’io.
“Pranzai e, fatta una passeggiata, me ne andai a dormire. Avevo preso alloggio in Piazza del Voltone in una palazzina tutta bianca e nuovissima tenuta da un certo Domenici; ma la notte cominciai a sentirmi una rivoluzione in corpo da fare spavento; passeggiate continue a quel gabinetto che più propriamente in Italia si dovrebbe chiamar luogo scomodo e non luogo comodo. - Maledetto minestrone, non mi buscheri più! - andavo spesso esclamando pieno di mal animo contro di lui che era forse del tutto innocente e senza colpa veruna.
“Fatto giorno e sentendomi estenuato, presi la corsa del primo treno e scappai a Firenze ove mi sentii subito riavere. Il lunedì giunge la triste notizia che il colera è scoppiato a Livorno e per primo n’è stato colpito a morte il Domenici. Altro che minestrone!
“Dopo tre prove, perfezionandolo sempre, ecco come lo avrei composto a gusto mio: padronissimi di modificarlo a modo vostro a seconda del gusto d’ogni paese e degli ortaggi che vi si trovano. Mettete il solito lesso e per primo cuocete a parte nel brodo un pugnello di fagiuoli sgranati ossia freschi: se sono secchi date loro mezza cottura nell’acqua. Trinciate a striscie sottili cavolo verzotto, spinaci e poca bietola, teneteli in molle nell’acqua fresca, poi metteteli in una casseruola all’asciutto e fate in modo che abbiano l’acqua sul fuoco, scolateli bene strizzandoli col mestolo.
“Se trattasi di una minestra per quattro o cinque persone, preparate un battuto con grammi 40 di prosciutto grasso, uno spicchio d’aglio, un pizzico di prezzemolo, fatelo soffriggere, poi versatelo nella casseruola insieme con sedano, carota, una patata, una zucchina e pochissima cipolla, il tutto tagliato a sottili e corti filetti. Aggiungete i fagiuoli, e, se credete, qualche cotenna di maiale come alcuni usano, un poco di sugo di pomodoro, o conserva, condite con pepe e sale e fate cuocere il tutto con brodo. Per ultimo versate riso in quantità sufficiente in modo che il minestrone riesca quasi asciutto e prima di levarlo gettate nel medesimo un buon pizzico di parmigiano. Vi avverto però che questa non è minestra per gli stomachi deboli.”
Il testo che vi abbiamo proposto qui sopra è tratto - ci fidiamo di Internet - dal volume “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi, il critico letterario, scrittore e gastronomo di cui quest’anno si è celebrato il centenario della scomparsa. L’Artusi, il cui nome è ben conosciuto da chi si intenda un poco di cucina, può essere considerato come il padre della cucina italiana e come tale ricordato nell’anno del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia.
A lui infatti spetta il merito di aver unificato, nel testo sopra ricordato, le tradizioni delle cucine regionali del nostro Paese, in primis quelle di Toscana ed Emilia Romagna, innestando in esse influenze raccolte nelle altre regioni.
Il manuale che pubblicò con il tempo è così diventato un preciso punto di riferimento per conoscere le nostre tradizioni nel campo della cucina, anche se, sia lecito il dirlo, le ricette da lui trattate - ci dicono - oggi possono risultare un po’ datate (ma bisognerebbe provarle…).
Pellegrino Artusi nasce a Forlimpopoli il 4 agosto 1820 in una famiglia numerosa: aveva infatti ben 11 fratelli. Il padre, un agiato commerciante, lo fece prima studiare e poi lo volle accanto a sé nel suo lavoro. La tranquillità di quella famiglia, purtroppo, doveva venire sconvolta, il 25 gennaio 1851, dall’incursione in paese del brigante Stefano Pelloni, detto il Passatore, che, non contento di rapinare tutte le famiglie più agiate, permise agli uomini della sua banda di violentare alcune donne, fra cui una sorella di Pellegrino.
Fu questo uno dei motivi alla base del trasferimento, l’anno dopo, della famiglia da Forlimpopoli a Firenze, dove Pellegrino divenne intermediatore finanziario e dove potè dedicarsi alle sue grandi passioni, la letteratura e la cucina. Scomparve il 30 marzo 1911, a novant’anni, lasciandoci due saggi, una biografia di Ugo Foscolo e una critica ad alcune lettere di Giuseppe Giusti, saggi evidentemente di poco spessore visto che finirono presto nel dimenticatoio.
Altro successo invece per la sua terza opera, appunto “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene”, pubblicata a sue spese nel 1891 presso un editore fiorentino. Neanche questo volume inizialmente fu un successo, ma lo acquistò col tempo, tanto da venir tradotto in diverse lingue, ultima in ordine cronologico il portoghese (ci dice Wikipedia).
“La scienza in cucina” raccoglie 790 ricette della cucina casalinga, ognuna provata e riprovata dall’autore con l’aiuto di cuochi: ecco perché viene considerato non solo un manuale “scientificamente testato”, ma un’opera capace di raccogliere e raccontare la cultura gastronomica d’Italia, e quindi importante.
|