Superato il momento di recessione coinciso con la grande crisi della Borsa del 1929, l'istituto si affida alle mani del direttore Mario Danesin per impostare il rilancio.
Nel numero precedente di questa rivista abbiamo parlato dei primi vent’anni di vita del Banco Desio, un istituto di credito che aveva mantenuto la veste giuridica di Cassa Rurale sino alla trasformazione in spa avvenuta nel 1926, poche settimane prima dell’entrata in vigore delle nuove leggi che regolavano il settore.
Le difficolta' dei primi anni '30.
I principali azionisti, i cugini Gino e Giulio Gavazzi, sino a quel momento non s’erano mai occupati di attivita' bancarie. Il primo aveva accettato la presidenza nell’ambito d’una divisione funzionale delle attivita' concordata con i due fratelli maggiori, Giuseppe e Simone, amministratori, rispettivamente, del “Lanificio Rossi” e della “Tessitura E&P Gavazzi”; il secondo, in quanto Podesta' di Desio, sperava che la piccola banca locale proseguisse la politica di collaborazione con l’amministrazione di cui s’erano avuti concreti esempi sia per la costruzione del Convitto-Collegio (1912) sia con alcuni prestiti straordinari concessi durante la Grande Guerra. Tuttavia le sue speranze erano andate presto deluse. Parallelamente al consolidamento del regime fascista, alcuni operatori economici locali prima subordinati alle tre famiglie piu' ragguardevoli di Desio (i Gavazzi per la seta, i Tittoni per l’agricoltura, Raimondo Targetti per il lanificio) avevano intrapreso iniziative economiche in proprio, specie nel settore mobiliero. Per le sue caratteristiche strutturali (forte connotazione locale e legami operativi ridotti con le grandi banche nazionali con sede a Milano e Monza) il Banco Desio aveva assecondato tale tendenza, concedendo notevoli fidi e scontando volentieri cambiali commerciali non solo ad aziende desiane di recente fondazione, come la Frigerio &C, ma anche ad operatori di Lissone, Meda e Cantu'. Gli effetti della grave crisi mondiale originata dal crollo della Borsa negli Stati Uniti alla fine del 1929 furono fortemente sentiti anche in Italia, anche perche' il governo fascista aveva deciso di porre in atto una politica di rafforzamento della quotazione della lira che penalizzava i settori vocati all’esportazione. Tra il 1929 e il 1933, nel solo settore laniero, il valore delle esportazioni italiane di tessuti calo' da 264 a 127 milioni di lire, ed i filati da 89 a 35 milioni. Nel 1928 s’era importata in Italia lana grezza per 132 milioni, nel 1934 solo per 48 milioni: segno del fatto che anche la domanda interna aveva subito un netto calo. Nel medesimo periodo gli occupati nel settore tessile calano da 79 mila a 68 mila; molti di loro costretti al part-time, aumentato dal 13 al 29% del totale. Preoccupato per la forte esposizione del Banco nei confronti d’un numero relativamente limitato di clienti, tra cui in particolare il canturino Amilcare Marsili (gia' membro del Consiglio d’amministrazione agli inizi degli anni ‘20), nell’estate del 1930 il presidente aveva ordinato un’accurata ispezione contabile, che fu affidata all’anziano rag. Angelo Balbiani, ex direttore della filiale di Como del Credito Italiano. Gli esiti avevano confermato i timori peggiori, quindi - dopo aver rimosso e licenziato il Direttore ed il vicedirettore - la guida dell’istituto fu affidata allo stesso Balbiani, che pero' ben presto, per ragioni di salute, si fece sostituire da un suo dinamico collaboratore comasco, Mario Danesin. Quest’ultimo si trovo' a dover affrontare una situazione molto delicata: dato il persistere della crisi economica generale, il recupero dei crediti tramite l’avvio d’una serie di cause legali s’era rivelato un procedimento lungo e costoso; egli avrebbe voluto sfruttare i due atout fondamentali del Banco, cioe' la buona conoscenza del territorio e le difficolta' che trovavano le altre banche a soddisfare la clientela “buona”, ma doveva scontrarsi col timore degli azionisti d’essersi sin troppo esposti. Mario Danesin riusci' - pur con qualche difficolta' iniziale - ad avviare e consolidare un rapporto di piena fiducia con il presidente, insieme al quale condivise preoccupazioni e strategie, avviando una collaborazione che - pur riconoscendo diversita' di ambiti di ruolo e responsabilita' - sapeva lavorare sul piano di una perfetta integrazione tra proprieta' e direzione. Significativi gli interventi iniziali di Danesin nei confronti di Gino e dei componenti della famiglia volti a rassicurarli sul futuro dell’azienda e sulla necessita' di continuare ad assisterla, proprio in momenti delicati come quelli che il Banco stava affrontando (non va dimenticato che i consistenti depositi degli eredi di Egidio Gavazzi avrebbero probabilmente trovato maggiore remunerazione presso altri istituti in quel periodo). Danesin riusci' a convincerli del fatto che - in vista di nuovi impieghi con clienti affidabili - era piu' conveniente lasciare quei soldi a Desio.
Da Gino Gavazzi al fratello Simone.
Alla fine di novembre del 1932, in una nota riservata il direttore Mario Danesin aveva esposto con grande franchezza al presidente Gino Gavazzi il difficile stato dei conti. I crediti in sofferenza ormai da lunga data superavano le 277 mila lire, di cui (forse) solo 30 mila recuperabili in tempi brevi. Nel bilancio, ancora in fase d’assestamento, erano state previste solo 35 mila lire per il loro ammortamento. Se anche si fosse fatto ricorso ai sia pur minimi utili indicati nel bilancio 1931 (3.500 lire) e al capitale di riserva (poco piu' di 92 mila lire) la perdita prevista da Danesin rimaneva ragguardevole: quasi 117 mila lire. Secondo le norme contabili, sarebbe stato necessario ricorrere al capitale sociale; esso in teoria ammontava a mezzo milione di lire (10 mila azioni da 50 lire), ma in effetti Danesin sapeva che il prezzo di scambio era di poco superiore alle 38 lire: due anni di crisi economica generale avevano indotto diversi piccoli azionisti desiani a vendere le loro quote. Si trovava in difficolta' anche la “Tessitura E&P Gavazzi”, che aveva ridotto il capitale versato da 20 a 16 milioni di lire. Gino Gavazzi decise di continuare a dar fiducia al direttore, confortato da qualche piccolo segnale di ripresa, e di non rendere pubblica tra gli altri azionisti l’effettiva consistenza delle perdite. Tale decisione fu favorita da almeno tre circostanze esterne: il fratello Giuseppe in quel periodo era impegnato a rintuzzare eventuali nuovi tentativi di scalata del “Lanificio Rossi” da parte di Gaetano Marzotto, e quindi meno interessato al Banco Desio rispetto agli anni precedenti; la salute del prevosto mons. Erminio Rovagnati, fondatore nel 1909 della Cassa Rurale, era in declino, cosi' come la sua influenza sui piccoli azionisti locali, dopo gl’insuccessi delle iniziative imprenditoriali concordate con Giovanni Biancotti; il secondo maggior azionista del Banco, Giulio Gavazzi, era morto il 3 dicembre 1932, ed il suo principale erede, il fratello Carlo, non aveva mai mostrato particolare interesse per il Banco. Cosi' nel corso dei due anni seguenti Danesin pote' continuare a lavorare con una certa tranquillita' allo sviluppo del Banco, ponendo le premesse per l’apertura d’una seconda filiale, apertura cui teneva moltissimo, ritenendo Nova una piazza allora poco interessante. Al contrario, la vicina Bovisio rappresentava un centro appetibile cui pesava la mancanza di sportelli bancari. S’ebbe un solo momento d’incomprensione, nell’ottobre del 1934, quando la “Tessitura Gavazzi” minaccio' di non servirsi piu' del Banco perche' s’erano riscontrate delle monete d’argento false tra quelle inviate all’azienda per le paghe degli operai. Danesin si giustifico' osservando che c’erano molti falsi in circolazione e che avrebbe raddoppiato i controlli, ma probabilmente adotto' - con discrezione - provvedimenti piu' drastici nei confronti del responsabile. L’ormai prossima apertura a Bovisio venne utilizzata nella primavera 1935 dal direttore e dal presidente per giustificare, agli occhi degli altri azionisti e della Banca d’Italia, il raddoppio del capitale nominale sino ad un milione, effettuato mediante l’emissione di altre 10 mila azioni che vennero in effetti versate solamente per il minimo consentito dalla legge, i 4/10. L’iniezione di capitali freschi avrebbe consentito d’alleggerire il peso delle residue vecchie sofferenze e - soprattutto - di aprire nuove linee di credito nei confronti di aziende d’una certa dimensione. Tutta l’operazione rischio' di crollare a causa dell’improvvisa scomparsa di Gino, il quale aveva sottoscritto in proprio ben 7.309 delle nuove azioni, ed aveva depositate sul proprio c/c vincolato quasi 369 mila lire. Il suo erede principale, il figlio Giovanni, era considerato privo d’esperienza finanziaria, ed i vecchi azionisti temevano che fosse tentato di svendere le proprie quote, non desiderando vincolarsi all’obbligo di versare, entro un anno, il saldo delle azioni sottoscritte. Furono i suoi zii, ed in particolare Giuseppe Gavazzi e Luigi Lado, ad organizzare il riassetto del Banco in modo da mantenere la continuita' dell’azione intrapresa e - sopratutto - il controllo da parte degli eredi di Egidio Gavazzi. Onde evitare d’allarmare gli azionisti facenti capo al ramo di Pio Gavazzi, venne proposto quale presidente Simone Gavazzi: l’unico dei fratelli a non possedere vecchie azioni del Banco. Tra le prime azioni da lui perseguite, vi fu la riduzione da sette a cinque dei membri del Consiglio d’Amministrazione; non a caso i due a cui venne chiesto di lasciare la carica furono il conte Giovanni Dona' dalle Rose, gia' stretto collaboratore di Gino alla Casa di salute (la Clinica Zucchi) e Bernardo Albonico. Il primo non frappose difficolta', anche perche' ottenne una speciale gratifica, mentre il vecchio dirigente della “Tessitura”, il quale sperava nell’appoggio dei desiani azionisti di minoranza (disorientati dalla recente scomparsa di Rovagnati) si dimise solo alla vigilia dell’Assemblea dell’aprile 1936, dopo essersi reso conto del fatto che Danesin ed il nuovo presidente in quella sede sarebbero riusciti a presentarsi con poco piu' dei 2/3 del capitale, abbastanza per far ratificare tutte le scelte di governance adottate dalla famiglia.
Il 30° del Banco e la famiglia Gavazzi.
Il 1939, trentesimo anniversario della fondazione del Banco, s’apri' (10 febbraio) con la notizia della morte del desiano Pio XI, dopo 17 anni di pontificato, e si concluse con l’incognita delle imminenti offensive naziste verso l’Europa Occidentale. I grandi eventi internazionali, col loro inevitabile corollario di riduzione degli interscambi commerciali, preoccupavano molto anche il direttore Mario Danesin, consapevole del fatto che il tessuto produttivo brianteo (con la sola eccezione del settore chimico) aveva tutto da perdere nel caso d’un coinvolgimento diretto dell’Italia nel conflitto. Egli s’era ormai rassegnato al fatto che l’anno precedente il Banco s’era finalmente trasferito in una nuova e ben piu' degna sede, ma con un contratto d’affitto di nove anni: una spesa eccessiva tenendo conto del fatto che l’impresa costruttrice s’era fatta pagare per le modifiche e le specifiche installazioni di sicurezza. In quel periodo le maggiori concorrenti sulla piazza erano le filiali della Cassa di Risparmio, dell’Agricola Milanese di Desio e della Nazionale dell’Agricoltura. L’apertura della nuova sede aveva convinto gli azionisti a versare il valore dei 6/10 delle azioni sottoscritte nel 1935; questa iniezione di capitali aveva consentito a Danesin di proseguire nel suo programma di offerte di prestiti cambiari al maggior numero possibile di piccoli clienti affidabili, che a suo avviso rappresentavano una risorsa piu' affidabile rispetto ai grossi imprenditori abituati a rinnovare continuamente i loro prestiti, e che finivano quindi con l’immobilizzare a lungo il danaro delle banche. Il salto di qualita' del Banco e' testimoniato anche dalla sottoscrizione d’un accordo con il Banco di Napoli (ex Istituto d’emissione) per la rimessa diretta delle sue cambiali emesse in Brianza. A Desio la carica di podesta' dopo la morte di Giulio era passata al fratello Antonio Gavazzi: quasi una replica di quanto avvenuto nel 1910 tra Egidio Gavazzi (anch’egli scompaso il 10 febbraio) ed il fratello Pio. Ma i tempi erano molto cambiati, ed ormai da anni per le principali scelte amministrative i desiani guardavano al dinamico notaio Antonio Colleoni, il quale anche dopo aver lasciato il Consiglio d’amministrazione aveva mantenuto un certo peso nella banca desiana, che - almeno sino al 1937 - s’era valsa spesso delle sue prestazioni professionali. Colleoni era di formazione liberale, ma sapeva come farsi valere sia presso le autorita' fasciste sia presso il prevosto don Giovanni Bandera, anch’egli dotato d’una forte personalita' e non particolarmente disposto a compiacere industriali e proprietari terrieri di Desio. La scomparsa di Pio XI segno' uno dei pochi momenti d’effettiva collaborazione tra i Gavazzi (che avevano donato alla Chiesa la casa natale del Papa), don Bandera (che in quanto parroco gestiva l’Orfanotrofio ivi ospitato) e Colleoni (grande sostenitore del C.A.I. e di varie societa' sportive): venne fondata la Pro Loco di Desio, al fine d’organizzare eventi atti a richiamare “forestieri” nei luoghi in cui il pontefice aveva trascorso l’infanzia. Il Banco Desio non fu coinvolto in questa iniziativa, dato che da anni non correva buon sangue tra i due rami della famiglia, ed in particolare proprio tra il podesta', Antonio, e il presidente della banca, Gino, entrambi dirigenti della “Tessitura”. Quanto fossero delicati i rapporti lo si puo' dedurre da questo biglietto inviato da Simone Gavazzi al direttore nel luglio del 1937: “Caro Danesin, io credo che per aver modo di acquistare azioni del Banco, visto il buon andamento, Ella potrebbe tentare la seguente via: scrivere al sig. dott. Carlo Gavazzi (fratello di Antonio) C.so Magenta, 48 (storica sede legale della Gavazzi) una lettera del genere di questa: ‘Un cliente del Banco desidera fare acquisto di 500/700 azioni ed e' disposto a pagare lire 48 per azione. Le trasmetto questa richiesta e le saro' grato di una cortese sollecita risposta onde riferire al nostro cliente’ (...) Bene inteso non deve trapelare che il compratore sono io o Lei o altri del gruppo”. Nell’ottobre 1939 cosi' commentava nel suo diario Franco Gavazzi, nipote di Simone, la nomina del proprio padre, Giuseppe, a senatore: “La notizia e' stata comunicata per radio (...) e s’e' diffusa in un baleno in paese (...) Tra i primi ha telegrafato il Duce; e fra le piu' belle missive cito quelle del Ministro (Treccani degli) Alfieri, di (Franco) Marinotti, di Guidone Visconti (...). Viene notato e sfavorevolmente commentato l’assenteismo della Podesteria: ne' quel bestione di Antonio ne' il suo degno segretario si son fatti vivi (...) c’era da aspettarselo, ma non per questo e' men palese (...) la mancanza protocollare e di senso di opportunita'. Con Papa' e' stato eletto anche Raimondo Targetti, di modo che Desio (...) si trova ad aver due Senatori in una volta sola, e stasera al Lanificio c’e' stato sparo di mortaretti e lancio di fuochi artificiali”.
A quarant’anni dalla fondazione.
Il 1949 fu anche per la Brianza un anno di transizione verso una nuova societa' accolta dai contemporanei con un misto di timori e speranze. Superati l’euforia postbellica, il vivace dibattito istituzionale dei mesi d’attivita' della Costituente e la resa dei conti delle elezioni del 1948, l’Italia era andata acquisendo la consapevolezza del fatto che i nuovi equilibri geopolitici - sinteticamente riassunti dall’espressione “Accordi di Yalta” - l’avevano collocata nell’Occidente, e che questioni quali il rimpatrio degli ultimi prigionieri di guerra o lo status di Trieste avrebbero trovato sempre minor spazio alla radio e sui giornali. Lotte e contrapposizioni politico/ideologiche traevano spesso spunto dalle difficili condizioni generali dell’economia, e dalle difficolta' di ripresa del settore edile, per il quale era ancora prioritario, a Milano, rimuovere le macerie dei bombardamenti alleati, che avevano distrutto circa un terzo delle abitazioni e numerose fabbriche. Desio ed i vicini centri in cui operava il Banco erano pieni di sfollati da Milano, molti dei quali non poterono farvi ritorno subito dopo la cessazione delle ostilita'. Quanto al tessuto industriale, per le aziende rimaste in piedi si faceva sentire la penuria di carbone e, in alcuni settori, di ordinativi (solo la chimica aveva tratto un certo giovamento dallo smantellamento della storica rete produttiva e distributiva tedesca), e alla scomparsa nel 1946 di Edoardo Bianchi, fondatore di un’industria importante come la “Bianchi, il figlio Giovanni si trovo' ad ereditare una situazione finanziaria piuttosto pesante, che rese piu' problematica la ripresa della produzione di biciclette e motocicli. A tutto cio' si deve aggiungere, sul piano sociale, che il DL 81 del 14 febbraio 1946, che prevedeva l’assunzione obbligatoria nelle aziende private di reduci ed ex combattenti, ebbe come conseguenza il licenziamento di manodopera femminile. Per le piccole imprese, tipiche della realta' briantea, era molto difficile accedere al credito bancario: fin dal 1946 il presidente di Confindustria Angelo Costa lamentava l’assoluta prevalenza, in Italia, delle banche “statalizzate”; d’altra parte istituti quali le casse rurali, che presentavano molte analogie con il modus operandi del Banco Desio, erano in quel periodo assoggettate alla Banca Nazionale del Lavoro, da cui sarebbero riuscite a svincolarsi solo alcuni anni piu' tardi. Mario Danesin, che da alcuni anni era entrato a far parte del Consiglio d’amministrazione del Banco, continuo' a seguire con grande interesse l’evolversi della situazione economica locale. Egli era riuscito a convincere gli azionisti a porre mano al portafoglio per accrescere il capitale, tuttavia l’aumento deliberato subito dopo la fine del conflitto era stato di fatto reso vano dalla forte inflazione. L’impostazione rimaneva quella, gia' ricordata, del finanziamento alle piccole e medie imprese locali; Danesin non poteva, ne' voleva, finanziare aziende quali la Bianchi, e neppure interventi fondiari rilevanti come quello riguardante le ultime proprieta' della famiglia Tittoni a Desio. Nel 1947, Danesin era riuscito ad ottenere aumenti di stipendio per i dipendenti, grazie all’entrata in vigore del nuovo contratto collettivo, ma anche buoni risultati gestionali; il presidente, Luigi Lado Manca, riusci' a far accettare agli altri azionisti l’idea che fosse opportuno allargare a sei il numero dei membri del CdA, e che il nuovo membro fosse suo figlio Ignazio. Nel 1949 il controllo di questo ramo della famiglia sul Banco si accrebbe a seguito della scomparsa di Ernestina Gavazzi e del fratello Giuseppe, entrambi detentori d’un consistente pacchetto azionario. Il figlio primogenito del senatore, Franco, avrebbe potuto rafforzare la propria posizione all’interno della banca, tuttavia anche per ragioni personali preferi' lasciare maggior spazio al cugino Pietro, a sua volta sposo d’una Lado; entrambi collaboravano anche nella difficile gestione della Tessitura di famiglia, fortemente colpita dalla stretta creditizia voluta dal ministro del Bilancio, Luigi Einaudi, per contrastare l’inflazione. II Banco che festeggia i suoi primi quarant’anni di vita e' una realta' con una massa amministrata di un miliardo e duecento milioni ed impieghi per quasi 462 milioni. Alle filiali di Nova, Bovisio e Lissone si e' aggiunta Cesano Maderno, altra piazza interessante sia per numero di abitanti (15.000) sia per vivacita' del tessuto produttivo e servita da un solo sportello bancario (la Popolare di Novara). L’organico si' e' decisamente ampliato negli ultimi anni (siamo quasi a quaranta unita') ed ai fidati Felice Solaro e Luigi Como Danesin ha ritenuto opportuno aggiungere nel frattempo un terzo funzionario, il trentaquattrenne cassiere Giuseppe Morganti. Un altro avvenimento segna un capitolo importante nella storia del Banco: un anno prima e' stato firmato il compromesso per l’acquisto di una proprieta' in piazza Conciliazione a Desio. Il Banco avvia cosi' il progetto di costruzione di una nuova sede sociale, non piu' in affitto, destinata a rimanere tale per i prossimi 35 anni.
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