| Per il Banco Desio significativi gli anni ‘80 |
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| Scritto da Riccardo Battistel | |
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L’istituto che si apprestava ad affrontare il nuovo decennio era una realtà che aveva retto bene i difficili momenti precedenti e che già guardava alle nuove condizioni operative imposte a tutto il settore del credito di Riccardo Battistel La prima metà degli anni Settanta si connotò come un periodo tormentato e difficile della storia del nostro Paese. Sul fronte politico, il susseguirsi di governi (ben sette nei primi cinque anni) che dovettero confrontarsi con crisi e difficoltà di varia natura ed ampiezza: dall’epidemia di colera dell’estate del 1973 a Napoli, in Campania e in Puglia, debellata solo a fine ottobre successivo, all’improvviso e vertiginoso aumento della quotazione del greggio, dai gravi disordini di Reggio Calabria del luglio 1970 protrattisi sino al settembre all’uccisione a Milano nel maggio del 1972 del commissario Calabresi ed all’attentato dinamitardo di piazza della Loggia a Brescia. Le cronache nazionali di quegli anni parlano di un escalation di violenza che culminava nell’agosto del 1974 con la strage del treno Italicus (12 morti e 48 feriti). Anche il quadro economico presentava caratteristiche di grande turbolenza: inflazione e crisi occupazionale (i disoccupati nell’ottobre ’74 sono ottocentomila, la Fiat mette in cassa integrazione 65.000 dipendenti riducendo l’orario di lavoro a 24 ore settimanali). Per il Banco quegli anni si caratterizzarono per il profondo ricambio generazionale che investì dapprima il Consiglio ed in seguito la direzione. Nella seduta del 22 maggio 1969 il presidente Pietro Gavazzi comunicò che era opportuna la nomina di un vicepresidente che potesse sostituirlo in caso di assenza o di impedimento. Venne nominato Ignazio Lado. Nato a Milano nel 1923, figlio di Luigi Lado Manca, Ignazio faceva parte del Consiglio dal 1947. Nel 1970 venne nominato consigliere Marco Gavazzi, figlio di Franco Gavazzi e nipote del senatore Giuseppe Gavazzi. Un ricambio vi fu anche nel collegio sindacale, dove il 23 ottobre 1973 venne nominato un nuovo sindaco: il ragioniere Guido Pozzoli “valente collaboratore nello studio professionale del compianto rag. Viganò”. Nella seduta di Consiglio del 23 febbraio 1976 il presidente diede lettura della lettera con la quale Veneziani comunicava l’irrevocabile decisione di lasciare la direzione generale. Assunto nel 1953 come vicedirettore, Veneziani era diventato direttore nel 1961. In quell’anno, il Banco svolgeva la sua attività in otto comuni della Brianza, i depositi ammontavano a 13 miliardi, i dipendenti erano 93. Nel 1976 l’azienda disponeva di 26 dipendenze, un patrimonio di oltre 3,3 miliardi, masse fiduciarie per oltre 200 miliardi e impiegava 345 dipendenti. Anche Danesin intervenne, indirizzando al suo ex collaboratore diretto “un accorato ed affettuoso saluto nel ricordo del lungo periodo passato insieme”. Il 1° marzo Francesco Moro - già vicedirettore generale - assunse la direzione generale del Banco. Ma l’era Veneziani non era ancora giunta a conclusione: dopo poco meno di due anni il direttore generale rassegnò le dimissioni e Veneziani tornò prepotentemente alla ribalta. Venne nominato vicepresidente delegato con i poteri del direttore generale. Riassunto a tutti gli effetti il governo della banca e richiamati in servizio suoi diretti collaboratori (Calenzani, Como, Morganti e Masperi), Veneziani declinò un preciso piano di interventi volti alla riduzione delle spese, al congelamento delle assunzioni, alla revisione dei criteri di erogazione del credito, allo snellimento delle procedure e alla revisione dell’organigramma. Il 14 aprile 1978 Pietro Gavazzi lasciò dopo diciannove anni la presidenza del Banco. Al suo posto venne nominato Pietro de Mojana di Cologna , che venne sostituito alla presidenza del collegio sindacale da Alessandro Marelli. Prima dell’ estate giunse un notizia da tempo attesa:l’autorizzazione della Banca d’Italia per la trasformazione dell’ufficio di rappresentanza di Milano in filiale operativa. In aggiunta veniva individuata un interessante opportunità per i locali in affitto di via della Posta 8/10, di fronte a palazzo Mezzanotte. Per Veneziani l’apertura operativa sulla piazza milanese costituiva, oltre che il coronamento di un progetto personale a lungo perseguito, un importante polmone di espansione per l’attività del Banco. E ne precisò la struttura e gli obiettivi in una seduta del Consiglio: la filiale doveva essere operativamente indipendente, soggetta alla sola direzione generale, ed in prospettiva si doveva appoggiare a Milano gran parte del servizio estero e titoli, sottraendoli alla sede desiana. La sua visione sul ruolo strategico di Milano però non trovò d’accordo, per la prima volta, il Consiglio. Questo ritenne infatti prematura l’impostazione proposta, lasciando di fatto la filiale di Milano nello stato in cui si trovava e considerandola come la ventiseiesima filiale del Banco. Veneziani insistette, segnalando che si stava “perdendo tempo preziosissimo mentre la concorrenza sta aprendo a Milano con obiettivi elevati”. L’apertura avvenne il 4 dicembre 1978 e per espressa volontà del Consiglio non fu celebrata in forma solenne “ma soltanto tramite comunicazione sulla stampa finanziaria”. Il Banco che si apprestava ad affrontare gli anni Ottanta era una realtà che aveva retto bene il difficile decennio precedente, migliorando la propria quota di mercato nella tradizionale zona di influenza e perpetuando la propria immagine di banca attenta al frazionamento del rischio ed alla diversificazione degli impieghi, orientata alla piccola e media azienda ed alle famiglie. In questa direzione andarono anche gli sforzi per aprirsi all’esterno. Per esempio, nel marzo 1980 il Banco partecipò alla costituzione del Gruppo BANKNORD, un raggruppamento di istituti di dimensioni ed operatività simili, il cui scopo era quello di realizzare iniziative e progetti comuni . Veneziani fu il primo presidente del gruppo, affiancato alla vicepresidenza da Maurizio Sella della biellese Banca Sella. L’iniziativa venne premiata nel marzo 1984 con l’autorizzazione della Banca d’Italia ad aprire un ufficio di rappresentanza del gruppo a Monaco di Baviera, sorto per agevolare contatti ed attività sull’estero della clientela, in costante aumento in quegli anni. Sempre sul fronte internazionale, insieme alla Banca Sella, al Credito Emiliano e a cinque banche estere di area MEC, il Banco diede vita ad una associazione di banche europee, il Groupement Europeen de Banques (GEB), che fu costituito a Parigi il 21 gennaio 1981. La Banca d’Italia in quegli anni continuò ad esercitare con estremo rigore il suo potere rispetto ai nuovi insediamenti bancari e alla struttura complessiva della rete distributiva del sistema. Il Banco nell’aprile 1980 inoltrò richieste per l’apertura di filiali ad Agrate Brianza, Arcore, Origgio e Cantù, ma con una lettera del maggio successivo la vigilanza comunicò di non averle prese in considerazione. Ebbe maggior fortuna il tentativo compiuto l’anno seguente, ottenendo l’autorizzazione di apertura su due piazze delle sette richieste: Misinto ed Origgio. Venne ripreso anche il progetto - non più procrastinabile- di dotarsi di una nuova sede. Quella attuale di piazza Conciliazione accoglieva 131 persone suddivise in 14 uffici. Tra questi, ad assorbire maggiori quote di risorse erano, oltre alla direzione (10 persone), l’estero (32), i titoli (11) i fidi (12) e l’ufficio commessi (17). Presso il centro elaborazione dati, il centro stampa, l’ufficio portafoglio e “rimesse viaggianti” lavoravano altre 68 persone. Dopo un incontro con l’amministrazione comunale di Desio vennero esaminate varie possibilità, e tra queste un area un po’ decentrata ma molto ampia nei pressi di via Milano. Pietro Gavazzi nel consiglio del 21 gennaio 1980 intervenne sul progetto - cui teneva in modo particolare - non escludendo che sull’area oltre alla banca potessero essere realizzati anche servizi alla cittadinanza. Gavazzi chiese “un progetto di lungo termine, per la banca di oggi e di domani (…) semplice ma dignitoso”, e concluse: “si tratta di sistemare il Banco per i prossimi 30 anni”. Veneziani espresse molte perplessità in merito alla scelta dell’area, troppo decentrata rispetto alla sede esistente nella piazza principale di Desio, ma venne messo ancora in minoranza. È sempre negli anni Ottanta che il Banco allargò decisamente l’offerta di prodotti alla clientela sia sul fronte della raccolta che degli impieghi. In questa prospettiva il Banco creò a partire dalla prima metà degli anni Ottanta due società operanti nel campo del leasing e del factoring. Dapprima venne costituita Desio e Brianza Leasing Spa con un capitale iniziale di due miliardi. Anche per il Banco - come per altre aziende di credito del periodo - si prospettò da subito l’opportunità di entrare nel nuovo settore insieme ad altre realtà, condividendo il rischio dell’iniziativa. Ma la scelta del Consiglio di allora fu di detenere il controllo totale della società. Due anni dopo, nel 1984, venne costituita Desio e Brianza Factoring Spa, anch’essa con un capitale sociale di 2 miliardi e con sede legale a Milano in via della Posta 8/10. Alla disintermediazione creditizia si fece fronte invece sul versante del passivo e della raccolta con un serie di iniziative realizzate con il concorso di altre realtà imprenditoriali. Il Gruppo Banknord diede vita ad una fiduciaria (Fiduciaria Banknord), mentre due anni dopo, a capofila di un gruppo di operatori economici brianzoli, il Banco promosse la nascita di Tecnovalori Spa. La società - di cui il Banco diventò banca depositaria - costituì un fondo bilanciato denominato “Corona Ferrea” distribuito dagli stessi sportelli del Banco. Sempre con Banknord il Banco era già impegnato nel collocamento delle quote del fondo “Nordfondo”. La banca iniziò a perseguire in quegli anni politiche più strutturate di comunicazione e marketing. Vennero impostati piani più organici di partecipazione a fiere ed esposizioni (furono una diecina nel 1983) specializzate nei settori tradizionali ed in particolare in quelli del mobile e dell’arredamento. Fu progettata la realizzazione di una pubblicazione periodica indirizzata a tutti gli operatori della zona di competenza, clienti e non. Direttore responsabile ne fu l’onnipresente Veneziani, cui successe negli anni successivi Luigi Gavazzi. Nell’aprile del 1982 uscì il primo numero di “Brianza Economica”, rivista del Banco destinata a diventare vent’anni dopo “La Banconota”. All’allargamento delle società controllate dal Banco concorse infine Informatica Brianza Spa. Nata con un capitale iniziale di 500 milioni la società si propose come società di servizi informatici e di elaborazione dati per conto del Banco e per altre società. In Informatica Brianza vennero fatto confluire il Centro elaborazione dati del Banco, verso il quale l’azienda aveva destinato negli anni cospicui investimenti per dotarlo di notevoli risorse hardware e software. La prima metà degli anni Ottanta vide anche il cambiamento degli assetti del Consiglio, a causa della scomparsa del presidente De Mojana e di Pietro Gavazzi. Ignazio Lado assunse la presidenza, con Mario Veneziani e Marco Gavazzi vicepresidenti. Nel consiglio entrò Agostino Gavazzi, cooptato in sostituzione del padre Pietro. A metà degli anni Ottanta si ebbe anche il cambio al vertice della direzione, dove al posto di Colombo salì il vicedirettore generale Sommazzi. Gli interventi organizzativi importanti di quegli anni mirarono a dotare la banca di una strumentazione meglio strutturata in termini di controllo di gestione, di budgeting e report gestionali e di gestione del personale (che aveva sorpassato le 500 unità). Sulla rete, oltre all’implementazione di un sistema di obiettivi per meglio correlare il sistema premiante ai risultati raggiunti, fu abbandonato il modello accentrato caro a Veneziani e si riarticolò la struttura di governo delle filiali suddividendole in otto aree, con a capo responsabili decentrati. Il 26 maggio 1986, nell’ambito delle iniziative di comunicazione e di marketing promosse in particolare modo in quegli anni dal vicepresidente Marco Gavazzi, il Consiglio esaminò le proposte del nuovo marchio realizzate dal noto designer olandese Bob Noorda. Al termine della presentazione Mario Veneziani si disse contrario all’iniziativa; ne scaturì una vivace discussione, in cui vennero avanzati dubbi sull’efficacia di un nuovo marchio in ambiente bancario, tanto diverso da quello industriale dove logiche di brand e marca si erano affermate da anni. Al termine del confronto, che registrò momenti particolarmente accesi, fu approvato “il marchio a forma di “D” a strisce trasversali salienti bianche e rosse ed il logo in caratteri “Bodoni”, costituito dalle parole “Banco Desio”. L’ unico voto contrario fu quello di Mario Veneziani, che a breve avrebbe lasciato definitivamente il Banco. Sempre prima dell’estate 1986 un altro avvenimento segnò indelebilmente una tappa importante nella storia della banca: dal settembre successivo , secondo un piano prestabilito tutti gli uffici avrebbero traslocato nel nuovo immobile di via Rovagnati. Il complesso che insiste su un area di 20.700 metri quadri complessivi constava di tre edifici per un volume totale di 49.000 metri cubi. Il progetto architettonico - che segnava, per le scelte progettuali, le linee architettoniche ed i materiali utilizzati, in modo forte ed innovativo il contesto circostante - fu realizzato dall’arch. Angelo Giudici di Meda in collaborazione con l’arch. Diego Milaudi di Milano, mentre i lavori vennero eseguiti dall’impresa Mauri di Desio. Nella seconda metà degli anni Ottanta l’economia italiana visse un periodo assai positivo: la lira resse bene il confronto con le altre valute e nel 1987 l’inflazione scese, per la prima volta dagli inizi degli anni Settanta, sotto il 5%. Nel sistema bancario il periodo si caratterizzò per il costante e progressivo processo di disintermediazione e per l’ampliamento delle scelte di investimento messe a disposizione dei risparmiatori. Questi videro nella Borsa il luogo dove far affluire quote sempre più rilevanti di risparmio a scapito di BOT e CCT. Anche il Banco registrò un deciso incremento del volume di affari nel comparto dei titoli azionari, che quintuplicò - nel 1987 rispetto al 1985. Sempre più difficile realizzare la raccolta, contesa tra concorrenti istituzionali e nuovi interlocutori, con una trasformazione ormai evidente del passivo bancario che vedeva i depositi a risparmio cedere vistosamente il passo. Nel 1987 il Banco propose alla clientela un nuovo prodotto: i certificati di deposito “DesioBond”, registrando subito un notevole successo: lanciati ad ottobre in due mesi raccolsero 32,9 miliardi. La gamma dell’offerta fu ampliata nel 1989 con i ”DesioBond Prime” e i “DesioBond Vip”, il cui taglio minimo era rispettivamente di 250 milioni e di un miliardo. Sempre in quel periodo venne rilanciato il “Conto Lei” e lanciato il nuovo “Conto Domani”, con caratteristiche di tassi, condizioni ed offerte di servizi pensate in funzione di specifiche categorie di clientela (anziani, giovani, donne, professionisti, ecc.), nel solco di una tendenza sempre più diffusa e rivolta a offrire soluzioni di prodotti e servizi per macrosegmenti di clientela. Fu avviata anche l’offerta di credito al consumo (“DesioCredit”) e di mutui. Si avvertì quindi la necessità di articolare l’offerta di prodotti e servizi secondo criteri di comunicazione e di marketing maggiormente strutturati, e venne creato un ufficio marketing, fortemente sostenuto dal vicepresidente Marco Gavazzi. Nel 1988 la Banca d’ Italia finalmente liberalizzò i trasferimenti di filiale tramite la regola del silenzio assenso. Il direttore generale propose allora di trasferire gli sportelli di Turate e Veduggio su altre piazze: Busto Arsizio, Varese, Lecco e Bergamo oppure, in subordine, cittadine insediate nelle immediate vicinanze di questi centri. La sua proposta per aperture in centri di dimensioni maggiori era rivolta ad allargare una rete ritenuta troppo ristretta e riposava sulla convinzione che “la progressiva riduzione degli spread potrà essere compensata in futuro soprattutto dalla crescita delle masse intermediate, da qui la scelta di orientarsi verso piazze con un potenziale economico superiore, anche se caratterizzate da maggiore concorrenza”. Il dibattito che ne scaturì mise in evidenza il contrasto tra due visioni di sviluppo del Banco: una orientata ad uscire dalla tradizionale zona di influenza, affrontando i rischi di apertura in piazze dove il Banco era meno conosciuto e la concorrenza era maggiore; l’altra intesa invece a privilegiare uno sviluppo orientato soprattutto verso piazze più piccole e a tenersi lontani dalle realtà di maggiori dimensioni. Questo orientamento ad allargare a nuovi contesti la presenza del Banco trovò una ulteriore facilitazione anche in nuove disposizioni di vigilanza che consentirono anche la liberalizzazione di insediamento di uffici di rappresentanza. Anche il Banco quindi si affrettò, agli inizi di maggio 1989, a inoltrare le richieste per le piazze di Como, Varese, Novara e Bergamo, privilegiando nella richiesta le prime due piazze (che - nel 1992 - vedranno infatti l’apertura di due uffici di rappresentanza). Nelle sue considerazioni finali del 31 maggio 1989 il governatore della Banca d’Italia scriveva: “Il passo ulteriore da compiere è quello della liberalizzazione sostanziale per l’apertura di nuove dipendenze. La Banca d’Italia presenterà al Comitato per il Credito una procedura basata sul silenzio assenso. Il nuovo assetto implicherà un diverso modo di essere presenti sul territorio. Le dipendenze bancarie dovranno divenire in generale più snelle, operare sempre più o di contatto con la clientela e di vendita di servizi che come luogo di produzione; quest’ultima potrà essere relativamente accentrata, così da contenere i costi fissi e consentire l’impiego più efficiente del personale e della tecnologia”. Nella primavera successiva Bankitalia emise il provvedimento attuativo. Anche per l’apertura di nuovi sportelli sarebbe valsa la regola del silenzio assenso, la vigilanza sarebbe intervenuta solo se avesse considerato la banca non idonea - dal punto di vista della situazione aziendale - ad ampliare la sua rete distributiva. Si chiudeva così un fase storica caratterizzata dalla massima discrezionalità della vigilanza nella valutazione del mercato ad una nella quale l’intervento sarebbe stato circoscritto ad una analisi di requisiti patrimoniali, reddituali e di ordinato funzionamento dell’azienda richiedente. Nel luglio 1989, al Banco si aprì la discussione sull’opportunità di aprire una decina di minisportelli (definiti inizialmente “agenzie satelliti”ed in seguito “sportelli speciali”); seguendo un orientamento teso a privilegiare unità periferiche di dimensioni più contenute in grado di sfruttare appieno una tecnologia di servizio in fase di forte espansione. Si definirono le caratteristiche dei nuovi sportelli: ubicazione in locali in affitto, superficie di circa 100 mq, prossimità a una filiale “madre”; organico ridotto a tre persone (contro le 7/8 di uno sportello medio); clientela prevalentemente privata (famiglie); proposta di prodotti coerenti al segmento di clientela servito Con tale impostazione vennero aperti nel 1991 un secondo sportello a Desio ed uno a Monza, a Cologno Monzese, Castellanza, Limido e Sesto San Giovanni. Con l’apertura nello stesso anno dello sportello di Saronno - dopo Rho aperta come filiale nell’ottobre ’90 - si completò questa fase espansiva della rete. Le dimensioni raggiunte e le maggiori complessità gestionali imposero anche un irrobustimento patrimoniale che si concretizzò nell’aumento di capitale da 10 a 50 miliardi. Sempre in quel periodo, le famiglie Gavazzi e Lado costituirono Brianza Unione, una società in accomandita per azioni che con il 53% delle azioni del Banco assunse il controllo di tutto il Gruppo. Nei primi anni Novanta il Banco si impegnò in un ulteriore fase di profonda trasformazione, causata sia da importanti novità legislative (che delineavano per le aziende di credito nuovi scenari strategici e operativi) sia da un ricambio ai vertici dell’amministrazione e della direzione della società. Nel 1992, infatti - sempre sotto la presidenza di Ignazio Lado - Agostino Gavazzi subentrò a Marco Gavazzi alla vicepresidenza del Banco, mentre l’anno successivo Nereo Dacci diventò direttore generale e Stefano Lado, figlio di Ignazio, venne cooptato nel Consiglio di amministrazione. Altri articoli di questo autore |



