Domenica 20 Maggio 2012
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Mentre a Roma si costituiva l’IRI… PDF Stampa E-mail
Scritto da Riccardo Battistel e Francesco Ronchi   

… il direttore del Banco di Desio Mario Danesin inviava agli azionisti di riferimento una relazione che conteneva sia puntuali giudizi sugli avvenimenti del 1933, sia le linee guida che un piccolo istituto doveva seguire per reggere il mercato del credito

Con il 1933 viene inaugurata al Banco di Desio una consuetudine che si protrarrà ininterrotta per ben trentasette anni di seguito, sino al 1970: il direttore generale - in un documento ad hoc - relaziona il Consiglio di amministrazione sull’andamento della banca nell’anno appena trascorso. È una relazione riservata, non si tratta quindi di un documento ufficiale ed in quanto tale il direttore anche in rapporto ai fruitori del documento - non tutti avvezzi alle cose di banca - esprime con grande chiarezza il suo commento sugli avvenimenti più significativi che hanno caratterizzato la vita della banca, l’andamento degli affari ed i rapporti con la clientela, non tralasciando, peraltro, anche puntuali accenni sulla situazione italiana ed internazionale.

La prima di queste relazioni è redatta e firmata da Mario Danesin (1895-1992). Ragioniere, Mario Danesin era approdato solo tre anni prima alla piccola banca locale (sede a Desio ed una filiale a Nova) proveniente dal Credito Italiano di Como. Il Banco usciva allora da una fase assai difficile, aveva subito ingenti perdite a causa di malversazioni del direttore precedente e del suo vice. Perdite prontamente ripianate dalla famiglia Gavazzi che con Gino come presidente, Felice Gavazzi e Luigi Lado come consiglieri rappresentava la maggioranza degli azionisti del Banco.

Danesin - residente a Como - trascorreva buona parte delle giornate lavorative a Desio e nei centri limitrofi, a stretto contatto con la clientela, ma compiva frequenti viaggi a Milano: era quindi in grado di assumere informazioni aggiornate e di prima mano in merito alle decisioni delle autorità governative e dei vertici dei maggiori istituti di credito. Tra i suoi conoscenti di allora non possiamo dimenticare, per esempio, l’avvocato Giuseppe Bianchini, figura oggi quasi dimenticata, ma in quegli anni profondo conoscitore dei circoli finanziari della “capitale morale”. Bianchini, nato a Cremona nel 1876 ma comasco d’adozione, già direttore dell’Associazione bancaria italiana, fu tra i fondatori, con Attilio Cabiati, del bollettino che nel 1921 assunse il nome di Rivista bancaria. A partire dal 1926, l’Associazione bancaria divenne Sezione economico-finanziaria della Confederazione generale bancaria fascista, in seguito alla costituzione delle associazioni sindacali fasciste, e successivamente si trasformò in Associazione Tecnica Bancaria Italiana. Bianchini poteva tra l’altro sommare ai contatti in ambito strettamente bancario quelli con la borghesia imprenditoriale milanese, frequentata come alto dirigente della società italo-argentina Italcable, specializzata nelle comunicazioni tramite cavi sottomarini. Questi erano prodotti dalla Pirelli, azienda dove aveva interessi concreti anche Gino Gavazzi, presidente del Banco e cognato di Alberto Pirelli.

Il documento del direttore Danesin è quindi interessante a nostro avviso sotto più aspetti. Dal punto di vista storico, rappresenta la testimonianza diretta di un operatore economico attento ed informato che, dal suo osservatorio nella provincia alto milanese, ne presagisce con lucidità e lungimiranza il futuro affermarsi come “sistema produttivo” («…vorremmo che la media e piccola industria avessero a trovare nel nostro Banco la “loro Banca”, convinti come siamo che il mantenimento e lo sviluppo di queste medie e piccole attività rappresentano un importante fattore nel campo sociale ed economico della Nazione» – bilancio 1934). Ma la relazione mette in evidenza anche l’autonomia intellettuale di un direttore di banca che non lesina critiche anche marcate al regime - verso il quale non doveva avere soverchie simpatie - ed ai suoi interventi in economia, testimoniando se non altro un’indipendenza ed anche un certo coraggio civile visti i tempi di limitazioni e censure.

«Gestione 1933

Uno sguardo anche generale al complesso delle attività economiche che si sono svolte durante lo scorso anno, ci pone in rilievo come la fase di depressione sembra non abbia ancora toccato, nonostante parecchi adeguamenti alle contingenze presenti, un livello, per così dire minimo, di assestamento.

Il ribasso continuo dei prezzi delle merci, la concorrenza vivacissima all’interno ed all’estero, con difficoltà sempre maggiori di evitare un peggioramento della nostra bilancia commerciale, una forte pressione fiscale, i margini limitatissimi di guadagno soprattutto per organismi di grande e di media importanza gravati da un ammontare di spese generali irriducibili, una diminuzione del prezzo del denaro cui fa strano riscontro uno scarso movimento del risparmio e del credito sempre più timorosi d’impiego, tutte queste manifestazioni sono indici evidenti dell’anormalità delle condizioni generali».

Non va infatti dimenticato che la crisi finanziaria internazionale originata nell’ottobre 1929 dalla brusca esplosione d’una lunga bolla speculativa alla Borsa di New York, la più importante degli Stati Uniti, aveva finito col provocare dalla fine del 1930 anche in Italia una pesante recessione. Il brusco calo della domanda aveva determinato, tra l’altro, una forte riduzione della produzione agricola destinata all’esportazione (dai vini meridionali alla seta lombarda) e di quella industriale, che già nel 1930 vide un calo del 23%. Ancor più preoccupante per il governo fascista e per le forze economiche che ne condividevano l’impostazione “dirigista”fu il deciso calo del valore dei titoli industriali (-40%), strettamente connesso alla crisi di un sistema bancario ancora prevalentemente diffuso nelle regioni settentrionali e dedito al finanziamento “acritico” delle importanti holding sviluppatesi dopo la Grande Guerra: un misto di capitalismo a base familiare e di speculazioni affaristiche finalizzate, più che allo sviluppo di sinergie operative tra settori industriali spesso molto eterogenei, alla semplice “somma” del capitale nominale delle aziende del “gruppo”.

«A queste (condizioni generali) si potrebbe aggiungere una non sufficientemente severa e rigida concezione dei problemi della produzione, del credito e del commercio, da parte degli uomini che sono a capo di organismi finanziari, creditizi ed industriali, ciò ha dato luogo, con effetti dubbiamente salutari, alla moltiplicazione di rapporti finanziari creati esclusivamente per non volersi rassegnare alla definitiva liquidazione delle perdite.

È vero che l’intervento dello stato in sistemazioni bancarie ed industriali ha contribuito non poco a sollevare situazioni pesanti, ma è del pari evidente che in tale modo le situazioni non si risolvono, ma solamente se ne differisce la loro soluzione.

Crisi quindi assai profonda, di sistemi e di uomini».

Danesin aveva indirettamente assistito al terremoto che aveva colpito Banca d’Italia quando nel dicembre 1930, proprio mentre si facevano sempre più preoccupanti i segnali della crisi, era deceduto Bonaldo Stringher (1854-1930), Governatore della Banca d’Italia (carica istituita “su misura” per lui nel 1928). Stringher era da trent’anni ai vertici d’una istituzione sorta per volontà del conte Cavour a metà ‘800 per gestire (tra l’altro) i complessi rapporti tra il nuovo Stato unitario ed i suoi finanziatori esteri, e che dopo la riforma del 1893 aveva ulteriormente accresciuto il proprio ruolo istituzionale: da un lato, disponendo d’ingenti riserve proprie, come naturale capofila di “consorzi” più o meno temporanei fra le maggiori banche del paese finalizzati a risolvere specifiche crisi congiunturali, dall’altro, come principale istituto d’emissione, deputato a sostenere la politica finanziaria del governo. In tale ultima veste la Banca d’Italia di Stringher, nella seconda metà degli anni Venti, aveva eseguito le direttive di Mussolini, cui più della competitività sui mercati esteri importava mantenere di fronte agli italiani l’immagine d’una Italia forte, dalla moneta “stabilizzata” (per usare l’espressione coniata nel 1927, quando fu lanciata la formula della famosa “quota 90”, cioè un cambio ufficiale fisso di 92,46 lire per una sterlina/oro).

Una delle ultime operazioni “benedette” da Stringher nel 1930 fu l’incorporazione da parte del Credito Italiano (la seconda banca d’affari italiana) della Banca Nazionale di Credito, sorta pochi anni prima dalle ceneri della liquidazione della Banca Italiana di Sconto (che aveva minato notevolmente la fiducia dei risparmiatori nel sistema bancario).

Dopo la scomparsa d’un dirigente come Stringher, per taluni versi scomodo ma senza dubbio ben noto negli ambienti finanziari internazionali, Mussolini preferì evitare lo scontro con la Banca d’Italia e ratificò la nomina a Governatore del delfino di Stringher, Vincenzo Azzolini (1881-1967), con alle spalle una lunga carriera al Tesoro, ma minori agganci con la politica rispetto al predecessore. Tale situazione favorì il consolidamento, nel ruolo di consigliere economico di Mussolini, di Alberto Beneduce (1877- 1944), un ex politico (d’area social-democratica), ex direttore dell’INA assicurazioni poi passato alla guida della Meridionali (Bastogi), che era probabilmente la principale società finanziaria italiana dell’epoca, in origine compagnia ferroviaria ma con interessi che spaziavano dal settore elettrico all’immobiliare.

Ma torniamo alla relazione di Danesin che prosegue presentando in rapida sintesi l’andamento dei principali comparti produttivi che insistono nel settore d’azione dell’istituto desiano. È la fotografia del mercato della banca di allora.

«Per ciò che segnatamente si riferisce alla nostra zona, ed alle attività che ci interessano da vicino abbiamo rilevato:

Fabbriche di mobili; i numerosi tracolli verificatisi tra il 1928 ed il 1931 nella clientela dei commercianti acquirenti di questo articolo, hanno fatto scomparire le aziende meno robuste, e le rimaste procedono ora con un ritmo continuo nel quale si potrebbe scorgere un accenno di lenta ripresa: in conclusione, lievi perdite, continuità di lavoro, scarsissimi guadagni.

- Commercio di legnami (d’opera, compensati, impiallacciature, ecc.): ha risentito dell’andamento delle industrie relative pur conservando una certa continuità di lavoro, ed un normale movimento di capitale;

- artigianato: ha sofferto della sensibile concorrenza della media industria, ma ha reagito con lusinghiero successo riuscendo a compensare una parte dei minorati margini di produzione con il maggior rendimento della mano d’opera; rendimento che gli è stato possibile in relazione allo speciale carattere pressoché famigliare;

- industrie sussidiarie (serrature per mobili); lavoro continuo, intensa attività produttiva, discreti risultati economici;

- altre industrie: edilizia, inattiva, costruzione strade, qualche buono e proficuo lavoro.

Commerci:

- grano: ammasso buono e margini discreti di guadagno sostenuto dal “prezzo di Stato”;
- vino: campagna vinicola abbondante, buoni prezzi favorevoli di acquisto, ma clientela pessima; trattorie ed osterie gravate di tasse e con scarsi introiti sono per la maggior parte in difficoltà; coloniali, sementi e concimi, attività assai intensa, forti margini di guadagno.

Abbiamo detto altre volte come le banche sono per così dire il termometro ed il barometro di tutta l’attività economica, la parte più influenzabile ed influenzante ad un tempo.

Astrazione fatta della banca che fa l’industriale ed il commerciante, la quale non sarà mai sufficientemente avversata perché viene a legarsi troppo intimamente alla sorte di aziende del cui andamento non sempre possiede esatta conoscenza, è certo però che anche le banche che elargiscono il credito per l’ordinaria gestione hanno risentito sensibilmente dell’andamento generale degli affari.

Attualmente, la maggior parte degli istituti bancari grossi e medi, è oberata da esposizioni di lento, o meglio ancora, lontano realizzo. Il marasma degli affari, e i margini limitatissimi di guadagno anche per le aziende saggiamente governate, non consentono la realizzazione neppure lenta e graduale delle posizioni creditizie incagliatesi in questi ultimi cinque anni. Le forti esposizioni in titoli azionari e gli ingenti crediti concessi a poche grandi società hanno così limitato la massa di capitale da impiegare, nonostante la felicissima istituzione dell’Istituto Mobiliare».

Per cercare infatti di riprendere il circolo virtuoso dei finanziamenti a medio e lungo termine, condizionati dalla stretta creditizia, il già citato Alberto Beneduce aveva ottenuto dal novembre 1931 lo status di ente pubblico per l’Istituto Mobiliare Italiano (IMI), costituito in maggio con capitale di 551 milioni; a guidarlo aveva chiamato l’anziano ebreo triestino Teodoro Mayer. Perdurando gli effetti della crisi, il governo aveva poi deciso un intervento ancor più significativo, e nel gennaio del 1933 aveva dato vita ad un nuovo organismo finanziario, l’Istituto per la Ricostruzione industriale (IRI), che venne affidato a Beneduce (presidente) e all’ex dirigente di Bankitalia Donato Menichella.

L’azione del neonato organismo risultò ben presto assai incisiva: il 13 aprile 1934, a due mesi appena dalla redazione del rapporto di Danesin, un breve comunicato dell’agenzia Stefani informava gli italiani che la Banca Commerciale Italiana, il Credito Italiano e la Banca di Roma avevano trasferito all’IRI tutto il loro patrimonio di partecipazioni industriali.

Un ulteriore passaggio interessante della relazione di Danesin è laddove il direttore esplicita la sua visione del futuro della banca e le linee guida che ne dovranno informare l’attività. Riportiamo il testo di seguito, nella sua interezza, senza chiose ed ulteriori commenti. Un vero e proprio vademecum di sana e corretta gestione di una banca locale (ma non solo), che, pur alla luce degli ottant’anni trascorsi dalla sua redazione, conserva ancor oggi caratteristiche di grande attualità.

«Ora, pur tenuto conto che le banche nei momenti buoni si sviluppano e nei momenti difficili ripiegano, è doveroso però affermare che esse sono pervenute a questo stato di cose per aver mancato ai più sani ed elementari principi di tecnica bancaria, ed il ripiegamento diventa assai difficoltoso, per non dire impossibile, con il perdurare della crisi.

Se questi criteri di tenersi lontani da investimenti finanziari eccessivi sono le norme basilari per la banca in generale, assai più rigorosamente devono essere tenuti presenti dalle piccole banche in considerazione appunto della loro struttura capitalistica limitata.

Le banche minori e che hanno carattere eminentemente locale, devono anzitutto operare strettamente nella zona in cui esplicano la propria attività; in tal modo, la facilità di poter assumere informazioni direttamente, molte volte in mezzo a conversazioni generiche con altri elementi del ramo, il continuo controllo del tenore di vita dei titolari di Ditte o degli amministratori di Società cui hanno concesso il credito, permetteranno di seguire assai da vicino la clientela, tenendo quasi costantemente l’occhio fisso nella loro vita interna, ed evitare così di trovarsi di fronte a dei fatti imprevisti; poiché non è possibile ammettere che la banca sia, come si suol dire, “colta di sorpresa”, vulnerata nella sua buona fede, salvo che si tratti di una truffa ordita in piena regola.

Le banche minori devono tendere inoltre a:

a) al frazionamento del rischio ripartendo su un numero sempre maggiore di nominativi l’impiego dei loro capitali;

b) elargire il credito per bisogni di ordinaria gestione in modo che esso trovi garanzia nei realizzi di un ciclo normale di gestione, e risulti sempre possibile alla banca di poter effettuare in qualunque momento quella che viene chiamata la “smobilitazione” del credito;

c) conoscere la destinazione del credito, il quale deve servire a potenziare l’azienda ma non a alimentare speculazioni o peggio ancora a coprire necessità famigliari o di altra natura per nulla in relazione con le necessità dell’azienda;

d) concedere alle aziende il giusto aiuto, non riducendosi per comoda e facile prudenza a dare per sistema dieci a chi merita cento, oppure a non dar nulla a chi chiede, ed offrire il credito a chi non ne ha bisogno, ma formarsi delle aziende un giudizio proprio al quale la banca può giungere attraverso un rigido esame della carta scontata;

e) tener presente che fra credito bancario e patrimonio aziendale deve sempre sussistere una proporzione che consenta al primo di godere di una sufficiente tranquillità;

f) mantenere una certa aliquota, dovutamente limitata, della propria disponibilità, prudenzialmente inattiva per essere preparati per qualunque evenienza immediata; e ciò soprattutto in momenti come gli attuali facilmente influenzabili da moventi psicologici;

g) dare al capitale una rapida velocità di circolazione attraverso un intenso movimento di rientro e di successivo reimpiego (tipico il portafoglio commerciale a 4 mesi) per conservare sempre la massima elasticità e, nel contempo, ottenere convenienti risultati economici.

Lontani da ogni operazione che possa minimamente presentare il carattere di compartecipazione alla vita di aziende, noi ascendiamo non attraverso giochi più o meno equilibristici di finanza, ma con il nostro lavoro tenace, metodico, ordinato.

 

Gennaio 1934

Mario Danesin»



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