| Le trasformazioni del dopoguerra: l’Italia cresce, il Banco si sviluppa |
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| Scritto da Riccardo Battistel | |
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Il ventennio che segue la fine della seconda guerra mondiale si caratterizza per il nostro Paese come un periodo di profonde trasformazioni: l’Italia rompe con il passato su di un fronte amplissimo e si trasforma radicalmente
Un ciclo espansivo di assoluta ed irripetibile rilevanza facilitò cambiamenti economici, finanziari, sociali e culturali di vasta portata che culminarono tra la seconda meta degli anni Cinquanta ed i primi anni Sessanta in quello che sarà comunemente riconosciuto come il cosiddetto “miracolo italiano”. Declinò il Paese povero e contadino e lasciò spazio ad una progressiva e massiccia industrializzazione: nel 1953 una imponente ristrutturazione della Finsider la pose nelle condizioni di offrire acciaio a prezzi competitivi per un’industria meccanica italiana in pieno fermento, nacque l’Eni (Ente Nazionale Idrocarburi) di Enrico Mattei per lo sfruttamento dei giacimenti di metano nella Valle Padana e la più importante industria automobilistica del Paese si impegnò in un investimento da 300 miliardi di lire per la costruzione di un nuovo stabilimento a Mirafori. Dalle sue catene di montaggio sarebbero uscite nel 1955 la “Seicento” e due anni dopo la “Cinquecento”, due utilitarie che sarebbero divenute l’icona automobilistica di quel periodo.
Gli anni del “boom“ Gli Italiani ebbero accesso a beni, servizi ed in generale ad un tenore di vita impensabili solo pochi anni prima e così si esprimeva il Governatore della Banca d’Italia Guido Carli nelle sue considerazioni finali sul 1960: “Se il reddito reale per abitante si è complessivamente triplicato dal 1861 al 1960, più della metà dell’incremento è stata ottenuta nel periodo relativamente breve compreso tra il 1951 ed il 1960”. Il Nord-ovest del Paese giocò un ruolo rilevante in questa fase di crescita esplosiva e la Lombardia nella fattispecie con lo sviluppo di attività produttive in diversi comparti. Sempre in Lombardia si assistette anche alla progressiva trasformazione del capoluogo di regione da città manifatturiera a capitale del terziario con il decentramento delle unità produttive in provincia, fuori dal contesto cittadino. La Brianza infine consolidò tra il Cinquanta ed il Sessanta il suo primato di distretto produttivo nei settori della lavorazione del legno e dell’arredamento (ma anche della meccanica e del tessile), promuovendo un modello di sviluppo sostanzialmente caratterizzato da unità produttive di piccole e medie dimensioni, abili nel produrre, innovare e diversificare rispetto sia ai mercati tradizionali di sbocco sia ai nuovi - quelli esteri in particolare - che in quegli anni progressivamente si aprono all’imprenditoria locale. Il Banco di Desio accompagnò ovviamente in questa fase di sviluppo la propria clientela, e sulla copertina del bilancio del 1958 si riportava orgogliosamente che “la sede di Desio e le filiali di Bovisio, Cesano, Lissone e Nova sono in sedi di proprietà”. L’economia della zona prosperava, grazie all’apporto dell’attività artigianale che continuava a costituire la principale fonte di reddito per le “laboriose popolazioni locali”. Anche il fenomeno del decentramento produttivo veniva dal direttore Danesin inquadrato con lungimiranza: “Questo fenomeno già in fase di avanzata realizzazione, nel giro forse di pochi anni determinerà un radicale cambiamento della fisionomia economica della zona creando nuove necessità anche creditizie alle quali il Banco deve fin da ora prepararsi”.
Il banco compie i primi 50 anni di vita L’anno successivo il Banco festeggiò i primi cinquant’anni di vita e prese avvio per l’azienda una fase di profondi cambiamenti. Il primo riguardò l’amministrazione, con la morte di Luigi Lado Manca, per trentacinque anni consigliere e per vent’anni presidente del Banco. Si procedette quindi alla nomina del nuovo presidente: Pietro Gavazzi, consigliere dal marzo del 1943. Nato a Desio nel 1913, nipote di Egidio e figlio di Luigi, Pietro Gavazzi aveva sposato nel ’38 la cugina Maria Luisa Lado. Dopo la laurea in ingegneria elettrotecnica era entrato nella Egidio e Pio Gavazzi spa, affiancando inizialmente lo zio Simone e ricoprendo negli anni successivi incarichi di responsabilità crescente: dirigente nel 1945, consigliere nel 1950 e, nel 1953, amministratore delegato. Il secondo cambiamento riguardò la direzione. Danesin aveva più volte manifestato il desiderio di un suo collocamento a riposo. Da trent’anni alla guida del Banco, era stato il principale artefice del suo sviluppo: da cinque dipendenti ed una sola filiale (Nova) aperta un giorno alla settimana ad una realtà di quasi cento dipendenti. Il successore designato fu Mario Veneziani - allora condirettore -, ma Danesin volle comunque garantirsi una continuità e nella seduta del consiglio del luglio ’59 propose l’affiancamento al direttore di due vicedirettori di cui uno da scegliere tra i funzionari attualmente in servizio, proponendo il desiano Luigi Como. L’”esterno” - un uomo di Veneziani - fu il milanese Ambrogio Calenzani, funzionario del Mediocredito Regionale Lombardo, già funzionario della sede di Milano della Banca d’Italia. Al Como venne affidata la clientela della sede e lo sviluppo di nuove relazioni, al Calenzani la sorveglianza delle filiali ed attività di coordinamento organizzativo. Due anni dopo - nel 1961 - Danesin lasciò pur confermandosi a disposizione per eventuali altri incarichi. Che gli vennero puntualmente affidati, con la costituzione di un “Comitato Fidi” che “collabori con la Direzione per disciplinare l’erogazione del credito e studiare problematiche che di volta in volta il Consiglio riterrà di affidargli”. Ufficialmente analizzerà tutti gli affidamenti in facoltà del Consiglio, ma sarà anche autorizzato a spaziare su tutti i rischi del Banco indipendentemente dall’importo. Alla proclamazione ufficiale della propria nomina a direttore, le parole di ringraziamento di Mario Veneziani al Consiglio furono di completa assicurazione sulla continuità di gestione, nella consapevolezza che trent’anni di storia del Banco portavano il marchio indelebile del comasco, con il quale Veneziani avrebbe dovuto fare i conti ancora per lungo tempo. La banca che prendeva in mano il nuovo direttore era una realtà da 11,7 miliardi di massa fiduciaria, che imponeva un nuovo (l’ennesimo) aumento di capitale (passerà da 175 a 300 milioni) Tra i primi interventi del nuovo direttore vi fu quello relativo alla necessità di meccanizzare l’ufficio portafoglio, letteralmente sommerso dagli effetti che quotidianamente affluivano al Banco per lo sconto. Un esperimento effettuato con una macchina “Burroughs” aveva dato lusinghieri risultati. Fu il primo passo di quel processo di automatizzazione, prima meccanico poi elettronico ed informatico, che sarebbe diventato per il Banco - come per l’intero sistema bancario fra la metà degli anni ’70 e ’80 - fattore imprescindibile di sviluppo e crescita e che avrebbe innovato profondamente modi di lavorare, gestire e proporre prodotti e servizi al mercato. Sempre nel 1961, la Banca d’Italia concedette l’apertura delle filiali di Cusano e di Cinisello, piazze importanti per il Banco sia perché fortemente interessate dal fenomeno di delocalizzazione delle strutture produttive da Milano verso la provincia, sia per i settori produttivi e merceologici nei quali operavano le imprese locali (infatti le attività del legname e del mobilio erano scarsamente rappresentate). Il cambio di marcia innescato dal cambio di direzione fu da subito evidente: se da un lato si tranquillizzava la proprietà sulla continuità gestionale in tema di affidamenti, sul taglio di banca locale legata al territorio, con una forte tensione alla crescita ed allo sviluppo, dall’altro Veneziani avvertiva la necessità per il Banco di compiere alcune scelte innovative. Complice gli studi, le frequentazioni e le esperienze svolte in passato, fu il primo direttore del Banco ad attivare stabilmente una fitta rete di rapporti e relazioni con l’esterno (concorrenza, mercato, istituzioni), promuovendo incontri e contatti direttamente o tramite le associazioni di categoria. Sempre lui avrebbe inaugurato - selezionando ed assumendo risorse con professionalità e competenze maturate all’esterno del Banco - una modalità di crescita che non sarebbe stata più abbandonata. Ma non dimenticò anche gli “interni”, designando come suo stretto collaboratore il funzionario capo contabile Paolo Gelosa, coordinatore della contabilità e del bilancio. Nel 1963 lo scenario internazionale vide l’uscita di scena di due protagonisti: nel giugno morì papa Giovanni XXIII - era stato eletto nel ’58 alla morte del suo predecessore Pio XII - e nel novembre a Dallas venne assassinato il presidente degli USA John Kennedy. Ad Est l’anno dopo il russo Kruschov veniva destituito dalla direzione collettiva di Breznev e Kossighin, ed in Italia moriva Palmiro Togliatti, segretario del più importante Partito Comunista fuori dalla Cortina di ferro. Il 1963 rappresentò per il nostro Paese un anno importante anche per altre ragioni: con la fine del “boom”, gli italiani scoprirono un nuovo termine: “congiuntura”. Per alcuni settori la crisi fu strutturale e non legata al momento (basti pensare al comparto tessile). Le aziende che avevano assorbito per anni manodopera, ora riducevano gli orari e dovevano incominciare a far fronte a ad un progressivo aumento del costo del lavoro e di una conflittualità crescente. Altri nodi irrisolti dello sviluppo di quegli anni riemersero in tutta evidenza: il divario tra Nord e Sud del paese, gli investimenti in infrastrutture che, pur rilevanti, non avevano risolto il gap con gli altri Paesi europei, per esempio in tema comunicazioni e trasporti. E nel 1965 si registrò una prima rilevante accelerazione dell’inflazione dopo anni di grande stabilità. Sul fronte dei rapporti di lavoro, le organizzazioni sindacali indissero scioperi nazionali per rivendicazioni economiche e normative. Si era, infatti, aperta per il Paese una fase importante di tornate di rinnovo dei contratti in ogni settore, compreso quello bancario. Fase caratterizzata anche da forti tensioni e conflittualità crescenti ma che avrebbero consentito - tramite provvedimenti legislativi specifici in quegli anni - un accesso e una permanenza sul posto di lavoro maggiormente remunerata e garantita rispetto al passato.
L’incorporazione della Banca della brianza Al Banco l’analisi del momento venne svolta da Veneziani in modo puntuale: “L’incerta situazione politica, la stretta creditizia attuata dal governo e la conseguente confusione del mercato finanziario caratterizzato dalla depressione della Borsa valori e dalla fuga di capitali all’estero, convinsero le grandi banche in particolare ad attuare una rapida politica di rientro degli affidamenti concessi alle aziende, che vennero a trovarsi pertanto in grande difficoltà. Il Banco si preoccupò di mantenere gli affidamenti concessi senza acquisire in generale nuova clientela ed evitando dunque i drastici ed impopolari provvedimenti di rientro dai fidi”. Venne ribadita comunque la politica di controllo e sorveglianza delle posizioni debitorie, come già in passato. Il 25 marzo 1966 furono riconfermati per il biennio 1966/68 i componenti del Consiglio: Pietro Gavazzi presidente, Ignazio Lado, Franco Gavazzi e Mario Danesin consiglieri e Veneziani segretario. Questo il gruppo di governo e direzione del Banco che si accingeva a varare un’operazione storica per il futuro dell’azienda. Il 15 aprile 1966 il presidente comunicò ai consiglieri di aver ricevuto l’offerta di acquistare 6.555 azioni (l’11% del capitale sociale) della Banca della Brianza, di Carate Brianza, precisando che la Banca d’Italia aveva accordato la prescritta autorizzazione. E nella seduta del settembre successivo il presidente riferì che c’era la possibilità di acquisire un’ulteriore partecipazione fino a raggiungere l’80% del capitale. Fino agli inizi degli anni ’50 l’evoluzione compiuta dalle due banche brianzole presenta molte analogie: gruppi familiari - imprenditori e professionisti - come azionisti di maggioranza, stesso capitale sociale (36 milioni la Brianza e 40 milioni il Banco) depositi fiduciari per poco più di un miliardo di lire ciascuna, quasi lo stesso numero di filiali (6 la Banca della Brianza e 4 il Banco Desio), tutte collocate sul territorio compreso nel triangolo Milano, Como e Lecco. Gli sportelli gravitavano più a nord lungo la direttrice per Lecco per la banca caratese, più a sud per il Banco, con la differenza non marginale - a favore della Banca della Brianza - di poter contare su una piazza importante come Monza. La banca caratese poteva anche contare già da un ventennio sull’importante gestione dell’Esattoria di Carate e fungeva da tesoreria per i comuni di Besana, Biassono, Giussano, Sovico, Vedano al Lambro oltre che per svariate opere pie, enti assistenziali comunali ed asili infantili. Nel decennio successivo si realizzò il distacco tra le due banche, ed è a favore del Banco: tra il 1950 ed il 1960 la banca desiana raddoppiò gli sportelli mentre la Banca della Brianza aprì una sola filiale, il capitale sociale del Banco salì a 175 milioni, quello dell’altra banca restò fermo a 60 (e non subirà variazioni sino alla fusione). Negli anni successivi la Banca della Brianza reagì - approfittando anche della favorevole congiuntura - aprendo altre filiali ma privilegiando piccoli centri (da 2.000 a 3.500 abitanti) - Veduggio, Carugo, Briosco -, mentre nello stesso periodo il Banco aprì su piazze ben più importanti (Cinisello, Palazzolo, Meda e Cusano, dove si impose proprio sulla banca di Carate, che aveva fatto analoga richiesta nel gennaio del 1957). Ma è sul fronte organizzativo, gestionale e di governo complessivo che il Banco dimostrò negli anni precedenti la fusione di aver elaborato un modello efficiente e funzionale al proprio sviluppo: Il rapporto tra proprietà e management era chiaro, definiti gli ambiti e le possibilità di intervento, chiarite deleghe e responsabilità. Questo equilibrio complessivo ebbe effetti benefici sugli assetti organizzativi, sull’operatività, sulla motivazione del personale e, in generale, sulla capacità del Banco di adeguarsi ai tempi, rendendo possibile una nuova fase di sviluppo. Nella seduta del consiglio del Banco del 16 gennaio 1967 Veneziani dichiarava: “L’esercizio può definirsi eccezionale per un avvenimento che negli anni futuri imprimerà alla storia del nostro istituto una svolta decisiva verso maggiori affermazioni, si vuole alludere all’acquisto del 93,66% suscettibile di incremento del pacchetto azionario della Banca della Brianza avvenuto nel novembre 1966 dopo lunghe e laboriose trattative e con il determinante appoggio della Banca d’Italia e sono in corso di studio le possibilità per addivenire nel corso del corrente esercizio alla fusione per incorporazione. Si darà quindi vita ad un organismo che estenderà la sua influenza su tutta la Brianza con 23 filiali e con una massa di manovra iniziale di circa 43 miliardi. Tenuto presente che le piazze attualmente servite dalla Banca della Brianza sono complementari a quelle servite dal Banco” - salvo per Giussano dove il Banco operava in una sua frazione, Paina - “e considerato che con tale acquisto abbiamo sottratto la banca dalle mire di qualche istituto a carattere nazionale, si tratta di una svolta decisiva nella storia del nostro istituto”. Non va altresì dimenticato che ben sette degli sportelli acquisiti agivano in regime di monopolio su piazza (Albiate, Briosco, Carugo, Renate, Sovico, Veduggio e Verano). Il 1966 rappresentò anche una data importante per l’ autorizzazione ottenuta di aprire a Seregno. La cittadina era già servita da cinque banche e pertanto l’autorizzazione assunse un carattere di assoluta eccezionalità e rappresentò per il Banco la conferma della fiducia che l’ Organo di vigilanza nutriva nei suoi confronti. Nella primavera del 1967 fu deliberata la variazione di ragione sociale, il nome scelto fu quello di “Banco di Desio e della Brianza”, anche per soddisfare un esplicita richiesta formalizzata dai vecchi azionisti che desideravano fosse conservata parte della ragione sociale della banca incorporata. Nel dicembre successivo venne presentata la struttura di vertice della nuova banca: Mario Veneziani direttore generale; Ambrogio Calenzani vicedirettore generale; Paolo Gelosa vicedirettore capocontabile; Luigi Como, Giuseppe Morganti , Libero Fugazza e Augusto Masperi (questi ultimi provenienti dalla banca incorporata) vicedirettori. La banca incorporata constava di 91 dipendenti: oltre a Fugazza ed a Masperi, 11 funzionari e 78 elementi tra impiegati, commessi ed operai. Tutti vennero confermati nei gradi, nelle categorie e nelle retribuzioni.
La contestazione giovanile e gli anni di piombo La fine degli anni Sessanta sancì per il Paese l’inizio di una fase di forti tensioni politiche e sociali che coinvolse dapprima il mondo universitario, con occupazioni a Milano, Torino e Trento, sino agli scontri alla facoltà di architettura a Roma del marzo 1968. Successivamente la protesta si allargò anche al mondo del lavoro. Il rinnovo d’importanti contratti collettivi costituì il contesto entro il quale alle rivendicazioni salariali si affiancarono richieste di un miglioramento complessivo della condizione operaia e del lavoro in fabbrica. Nel dicembre 1969 una bomba collocata all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano provocò una strage, ponendo il primo sanguinoso tassello di quella che venne definita la “strategia della tensione”. Per tutto il decennio successivo - in un clima politico e sociale connotato da forti contrapposizioni ideologiche e da critiche nei confronti dello Stato e delle istituzioni cui si disconoscevano autorità e legittimazione - il Paese conobbe una lunga e tragica serie di attentati, sequestri, omicidi e rapimenti: quel periodo sarebbe passato alla storia con la fosca definizione di “anni di piombo”. Ma il 1969 fu anche l’anno dello sbarco del primo uomo sulla Luna. L’avvenimento assunse valenze simboliche di grande impatto e rilevanza: la spedizione lunare divenne - tra l’ altro - metafora celebrativa di una tecnologia al servizio del progresso e di uno sviluppo senza apparenti limiti e confini. Solo quattro anni dopo un altro avvenimento evidenziò - a livello internazionale - i limiti di tale sviluppo e pose una pesante ipoteca sugli anni a venire: per la prima volta nella storia un improvviso e vertiginoso aumento della quotazione del petrolio. Nei primi giorni di ottobre del 1973, l’esercito egiziano con un blitz ai danni degli israeliani attraversò il canale di Suez. La controffensiva israeliana e le decisioni successive del Consiglio di sicurezza dell’ONU scatenarono reazioni nel mondo arabo, segnatamente nei Paesi produttori di greggio, con l’embargo sulle forniture ai Paesi occidentali. Fu il primo “shock petrolifero” che in Italia, più che in altri Paesi europei, ebbe un impatto rilevante ed impose al nostro governo il varo di provvedimenti eccezionali per ottenere un consistente risparmio energetico. Un altro importante aspetto che caratterizzò l’economia e lo sviluppo del nostro Paese in quegli anni fu l’inflazione. Attestata dalla seconda metà degli anni Sessanta su valori medi annuali intorno al 3%, dal 1970 riprese a crescere, raggiungendo prima valori a due cifre e superando poi il 20%. Per tutti gli anni Settanta e per parte del decennio successivo, l’inflazione costituì un aspetto strutturale dell’economia italiana. Al Banco - nel 1969 a sessant’anni dalla fondazione - si procedette con un aumento del capitale sociale da 500 a 750 milioni. Si trattava di un aumento insufficiente per la Banca d’Italia (che infatti aveva richiesto almeno il raddoppio del capitale) ma Veneziani riuscì tramite i suoi “contatti informali” a far accettare il criterio di un aumento del capitale limitato a 250 milioni, con l’impegno a varare in fasi successive ulteriori congrui rafforzamenti. Nel gennaio di due anni dopo infatti si procedette ad un ulteriore aumento a 1.250 milioni, cui seguirono negli anni successivi continui e congrui aumenti, Si susseguirono nel frattempo le aperture degli sportelli già autorizzati in nuove sedi più funzionali. Ma era Milano la piazza alla quale il “milanese” Veneziani mirava in modo particolare, ritenendo maturi i tempi per le raggiunte dimensioni del Banco e le sue prospettive di sviluppo. E nel gennaio del 1971 Banca d’Italia autorizzò l’apertura a Milano di un ufficio di rappresentanza “nello stabile di via Bocchetto angolo via del Bollo” dietro Piazza Affari, in affitto. Altri articoli di questo autore |



