| Il Banco Desio alla vigilia degli anni di guerra |
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| Scritto da R. Battistel - F. Ronchi | |
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Il quinquennio che precede il secondo conflitto mondiale è decisivo per la storia del Banco, guidato da Simone Gavazzi e da Luigi Lado Manca Il 21 aprile 1935, nel giorno del fidanzamento di suo nipote Franco Gavazzi con Margherita Majnoni d’Intignano, improvvisamente muore per un attacco cardiaco il presidente in carica del Banco di Desio, Giovanni Battista Gavazzi (Gino). Figlio di Egidio, Gino Gavazzi era nato il 9 gennaio 1882, aveva sposato una Pirelli, Rosa, figlia di Giovanni Battista, fondatore della società, e alla prematura scomparsa del fratello Luigi nel 1917 gli era subentrato, ricoprendo incarichi sia nell’azienda di famiglia (la Egidio e Pio Gavazzi spa) sia in altre società. Tra queste il Banco di Desio. Si apre così una fase delicata: gli eredi di Gino dispongono di un consistente pacchetto azionario del Banco, ma non si sono mai occupati direttamente della banca, mentre in consiglio siedono Felice Gavazzi (altro figlio di Egidio) e Luigi Lado. Quest’ultimo, magistrato originario di Sassari, aveva sposato nel 1915 Maria Piera Gavazzi, dodicesima e ultima figlia di Egidio. Luigi Lado a Desio è consigliere - oltre che del Banco - anche di altre aziende “di famiglia” (la Società Anonima per l’ Industria del Gas e l’Acqua Potabile). È lui che prende contatti con Giuseppe (altro figlio di Egidio, ingegnere, futuro senatore del Regno, industriale e consigliere da una decina d’anni del Banco Ambrosiano) per valutare quale possibile futuro per il Banco. La decisione finale che trova d’accordo i vari gruppi familiari è di continuare ad investire nell’azienda (“Un organismo certamente sano e vitale merita di essere appoggiato e conservato anche come esponente in Desio della nostra famiglia”, scrive Lado a Giuseppe Gavazzi il 30 aprile del 1935). Lado, che vorrebbe invero per sé la carica di presidente, propone dapprima Felice, poi Simone Gavazzi (anch’esso figlio di Egidio e dirigente dell’azienda tessile di famiglia), ma ambedue rifiutano l’incarico. Sembra fatta e Luigi Lado, pochi giorni dopo, si sbilancia scrivendo a Danesin: “Ne viene di naturale conseguenza che per ora debba essere io nominato Presidente del Banco anche quale Consigliere più anziano del nostro Gruppo. A coprire la carica vacante di consigliere nomineremo il sig. Carlo Gavazzi della nostra Tintoria”. Ma così non avviene. Probabilmente si ritenne allora preferibile continuare nel solco di una tradizione che vedeva un erede diretto di Egidio a capo della banca, convincendo Simone Gavazzi a ritornare sulle sue decisioni ed accettare l’incarico. La scelta non entusiasma Danesin. Li separa, oltre che il dato anagrafico (Simone Gavazzi è classe 1878), una diversa visione sul Banco e la sua attività. Anche lo stile del nuovo presidente, più distaccato e “padronale”, è ben diverso da quello del predecessore. Qualche contrasto nasce soprattutto intorno ad un progetto cui Danesin tiene moltissimo: una nuova sede per la banca, non più in affitto ma in locali di proprietà. Progetto che trova in Simone se non una decisa opposizione, certamente un debolissimo sostegno, che non sortirà infatti gli effetti sperati. Il Banco avrà sì una nuova sede - nel novembre del 1937 in via Umberto 1° - dotata del servizio di cassette di sicurezza (“Il servizio incontrerà senza dubbio il favore dei risparmiatori, non esistendo sulla piazza altro servizio del genere”, annota comunque soddisfatto Danesin in quell’anno), ma ancora in affitto. Miglior fortuna otterranno i suoi sforzi per aprire una nuova filiale (dopo quella di Nova, aperta dieci anni prima) a Bovisio, cittadina priva sino ad allora di uno sportello bancario, ai primi del luglio 1935. La presidenza di Simone Gavazzi - altri fatti di rilievo della sua amministrazione saranno il raddoppio del capitale sociale (da 500.000 a un milione di lire) e la diminuzione dei componenti del consiglio di amministrazione del Banco (portati da sette a cinque) - si conclude improvvisamente quattro anni dopo, il 30 maggio 1939, con le sue dimissioni, probabilmente provocate da tutta una serie di concause: Luigi Lado ha continuato a considerare la presidenza del Banco come un suo obiettivo, anche legittimo considerando che tra i consiglieri ha continuato a collaborare con grande assiduità allo sviluppo degli affari della banca, favorito anche dai cordialissimi rapporti personali istaurati nel tempo con il direttore Danesin, che ne vede con favore la candidatura. Gli eredi di Gino, che alla sua scomparsa non avevano preteso posti in consiglio, ora forse si fanno avanti e forse non hanno apprezzato il comportamento di Simone nella vicenda della nuova sede del Banco, rivelatasi più complessa ed onerosa del previsto. Non è da escludersi altresì che nel gruppo familiare Gavazzi/Lado si voglia affrontare il futuro con un “uomo forte” al comando per contrastare possibili tentazioni a vendere del gruppo “eredi di Gino”. Il consiglio di amministrazione che convoca l’assemblea per l’approvazione del bilancio 1939 è quindi profondamente cambiato: nuovo presidente è Luigi Lado, mentre in consiglio entra Giovanni, figlio di Gino Gavazzi, che si impegna - con Danesin come tutor - in un “training on the job” in banca per imparare il mestiere. Con la presidenza di Luigi Lado, Danesin ritrova un interlocutore attento ed impegnato e i programmi espansivi del Banco riprendono slancio: si perfeziona finalmente, dopo le incertezze di Simone, la richiesta, invero un poco velleitaria, di convincere la potente Banca Nazionale dell’ Agricoltura, tramite “il possibile intervento di S. E. Beneduce”, a cedere al Banco la filiale di Desio, poco produttiva. Poco dopo si tenta di ottenere l’apertura di una filiale a Lissone. Anche nel collegio sindacale non mancano novità di rilievo: nuovo presidente è nominato il rag. Giuseppe Wilmant, uomo di fiducia dei Gavazzi e dei Pirelli, con il quale Danesin dopo qualche notevole screzio iniziale avvierà una solida e lunga collaborazione. Mentre un’altra figura - estranea al consiglio ed al collegio sindacale - merita comunque una citazione: Luigi Lado sceglie come notaio del Banco Giorgio Puecher Passavalli. È una scelta coraggiosa in relazione ai tempi perché il Puecher è un antifascista che morirà nel campo di sterminio di Mathausen, mentre suo figlio, fucilato presso il cimitero di Erba dopo un sommario processo, sarà medaglia d’oro. L’8 giugno 1940, due giorni prima della dichiarazione di guerra, muore Felice Gavazzi, al suo posto viene nominato consigliere Franco, nipote di Egidio e figlio di Giuseppe, diventato nel frattempo senatore del Regno, cui il figlio aveva chiesto esplicitamente un di po’ di spazio e la possibilità di dimostrare il suo valore nelle società di famiglia (la Egidio e Pio Gavazzi, la Lane Rossi, la società Anonima Stresa). L’anno successivo rientra - come consigliere - Simone Gavazzi, e il consiglio che affronta i difficili anni che seguiranno è quasi composto, ma manca ancora un tassello importante: Pietro Gavazzi. Figlio di Luigi, aveva sposato nel 1938 la cugina Maria Luisa Lado, ed era entrato anch’esso nella Egidio e Pio Gavazzi. Richiamato alle armi, viene destinato al fronte russo. Al suo rientro, nel maggio del 1943 diventa consigliere del Banco di Desio. Le accurate relazioni del direttore Danesin di quegli anni consentono di comprendere alcune dinamiche economiche dell’Alto Milanese abitualmente trascurate dalla storiografia, grazie ai precisi riferimenti sui rapporti intercorsi tra la banca e la clientela che il direttore considerava la più importante (i grossi commercianti e gl’imprenditori attivi nella zona d’azione della banca). Occorre però precisare che l’ampio spazio dedicato al finanziamento “industriale” non significa che nei primi anni ‘40 il Banco avesse tradito la sua vocazione ormai pluridecennale, vale a dire la raccolta e la gestione del piccolo risparmio in una zona in cui il settore agricolo (colture varie, allevamento, commercio di legna e vino) rimaneva quello più importante, anche per il numero degli addetti. Strettamente legato al settore primario era quello immobiliare, nel quale le piccole banche locali avevano sempre più spesso voce in capitolo: infatti dopo la riforma del settore bancario e l’aumento dei poteri di controllo da parte della Banca d’Italia, il governo tendeva a favorire l’attività d’intermediazione immobiliare da parte degli istituti di credito a scapito di quella esercitata dai privati: dalla seconda metà dell’800, infatti, uno degli impieghi più redditizi per le persone “benestanti” era la concessione di prestiti garantiti da ipoteca sull’abitazione di cui si finanziava l’acquisto. Tali intermediazioni tra privati, per cifre spesso rilevanti, si prestavano all’evasione e all’elusione fiscale. Il fatto che gli operatori in questo campo detenevano molto denaro contante faceva sì che alla tradizionale accusa d’esercitare lo “strozzinaggio” s’aggiungesse quella d’essere all’origine d’un fenomeno che Danesin lamenta nella sua Relazione 1942: “La recente mancanza di (denaro) circolante che ha causato un penoso lavoro di cassa”. Si tratta d’una nota paradossale, dato che in quello stesso periodo le testimonianze concordano su un generale e costante incremento dell’inflazione; la sola spiegazione è che il direttore del Banco faceva riferimento alla moneta metallica, alle lire d’argento, tesaurizzate per il loro valore intrinseco, ma pure ancora necessarie e richieste al Banco dal piccolo commercio locale. Un’altra ottima ragione per la lotta contro la detenzione di grosse somme da parte dei privati era l’esigenza del costante rifinanziamento del debito pubblico, cresciuto in modo esponenziale dopo l’ingresso diretto nel conflitto. Come lamenta Danesin parlando dell’esercizio 1942: “Non abbiamo potuto esimerci dal far ricorso, specialmente nel secondo semestre, alla sottoscrizione, per elevati importi, di Buoni del Tesoro Ordinari”. Non è dato sapere - purtroppo - quale percentuale della “raccolta” diretta impiegata in BOT derivasse dai piccoli risparmi delle famiglie contadine e operaie tradizionali clienti del Banco, e quale invece da accordi e rapporti più recenti intercorsi tra la dinamica banca desiana e alcuni dei sopra citati “benestanti”: i quali, resisi conto che l’intensificarsi dei bombardamenti da parte degli Alleati aveva avuto un effetto deleterio sulle prospettive a breve dell’intero comparto immobiliare, avevano preferito nel 1942 depositare in banca almeno parte dei soldi sino a quel momento detenuti, sempre più erosi dall’inflazione e posti a rischio dall’aumento dei furti e delle estorsioni, di cui la gente temeva l’aumento, a dispetto della censura su molti casi di cronaca nera operata dal Regime. Citiamo ancora la Relazione scritta da Danesin agli inizi del’43: “Alla deficienza degli impieghi, che naturalmente ha influito sugli utili, ha fatto riscontro invece un intenso movimento di capitali; ciò che ha recato, sia pure in maniera inadeguata, un contributo di compenso nella formazione dei risultati economici finali”. Danesin era consapevole del fatto che il Banco poteva remunerare i risparmi con interessi comunque inferiori a quanto avrebbero potuto ottenere i “benestanti” sopra citati dedicandosi ad un nuovo genere d’impieghi che con l’evolversi in negativo del conflitto andava sempre più prendendo piede: l’accaparramento d’ogni genere di merce e di derrata, da rivendere a distanza di mesi a prezzi moltiplicati: erano i preludi del triste fenomeno della borsa nera, che avrebbe portato nel 1944-45 all’esplosione dell’inflazione reale. Tra le aziende locali clienti del Banco nei difficili primi anni ‘40 ve ne sono alcune che adottarono una strategia efficace, anche su consiglio di Danesin, facendo abilmente ricorso a caratteristiche e condizioni di contesto tipicamente brianzole: flessibilità operativa, competenza tecnico-manuale delle maestranze, basso costo del lavoro. Per esempio, a Bovisio, in un territorio in gran parte situato nelle sterili Groane, poco adatto all’agricoltura e che si era rivelato già a fine 800 il luogo ideale per la produzione di laterizi, nelle fornaci Hoffmann; con la guerra aveva trovato nuovo sviluppo la produzione di esplosivi (in particolare dopo l’assorbimento dell’Acna da parte della Montecatini di Donegani) e l’industria chimica. Non pochi operatori economici della zona, clienti del Banco, ricorsero ai suoi finanziamenti per poter fare il salto di qualità necessario ad offrire sufficienti garanzie finanziarie per fare affari con questi “colossi” milanesi. Ad esempio, così s’esprimeva Danesin alla fine del 1941 riguardo all’imprenditore Luciano Manara: “Ha in corso la fornitura del materiale [edile] per la costruzione a Varedo di case per operai della Snia”; ma fino a poco tempo prima il Manara era un semplice gestore d’una cava di sabbia. Giuseppe Aliberti, altro cliente del Banco, proprietario dell’omonima fornace di Limbiate, era invece divenuto il fornitore del materiale per gli ampliamenti della Montecatini. Un’altra azienda ben più importante di Bovisio, la Briantea Aste Dorate, resasi conto che con la guerra in corso i suoi pur ottimi prodotti (cornici) non avevano alcun futuro, iniziò a produrre cucine economiche. In questo caso Danesin non si limitò a favorire la concessione d’un adeguato finanziamento, ma seguì passo dopo passo nel corso del 1941-42 le pratiche commerciali d’una importante commessa ottenuta in Germania. Il settore mobiliero continuò ad essere almeno sino a tutto il 1942 un punto di forza dell’economia locale; il Banco, memore della grave crisi dei primi anni ‘30, in quegli anni operò un’attenta selezione della clientela, in funzione non tanto delle specializzazioni dei vari produttori e/o commercianti, ma delle loro capacità imprenditoriali. Si possono ricordare l’ebanista desiano Giuseppe Carpanelli, che venne aiutato in un momento di difficoltà (ritardi nel pagamento di alcune forniture al Comune) e l’architetto Gino Maggioni, uno dei primi designer briantei, noto per aver contribuito ad un’evoluzione del gusto: dai pesanti arredi in stile neogotico ancora diffusi alla fine degli anni ‘20 alle innovazioni introdotte dalla Secessione viennese, con un’attenzione particolare alla progettazione non del singolo pezzo, ma dell’ambiente in cui sarebbe stato collocato: luci, tappezzeria, eccetera. Fu il Banco a finanziare alla fine del 1940 la nuova società creata dal Maggioni insieme ad un operatore considerato da Danesin particolarmente affidabile, Antonio Galimberti di Varedo. Tale soluzione sancì il definitivo distacco tra Maggioni e Gaetano Borsani di Varedo, titolare d’una azienda (anch’essa cliente del Banco) che dalla fine degli anni ‘20 aveva coraggiosamente intrapreso la via dell’innovazione del design. Negli anni ‘40 s’erano già messi in luce i due figli di Gaetano, i gemelli Fulgenzio e Osvaldo (1911-1985); quest’ultimo, laureatosi al Politecnico di Milano nel 1937, ma già autore nel 1932-33 del progetto d’una “Casa minima” presentato alla V Biennale, si dimostrò un ottimo disegnatore d’impronta razionalista, in grado di collaborare proficuamente con i maestri del design italiano, specie nel Dopoguerra. |



