| 1945: l’Italia si rimette in moto |
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| Scritto da Riccardo Battistel e Francesco Ronchi | |
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Con la fine della guerra, il Banco Desio fece registrare un deciso aumento delle attività, in equilibrio tra una prudente azione di presidio del rischio e la ricerca di nuove opportunità di sviluppo Gli eventi della primavera del 1945 (ritirata delle truppe naziste; cattura di Mussolini a Dongo; resa degli ultimi combattenti della RSI) furono vissuti con grande partecipazione nei centri briantei, anche perché da molti mesi vi risiedevano numerosi sfollati da Milano, che era stata distrutta per oltre un terzo dai bombardamenti angloamericani iniziati nel 1943. A Desio le prime settimane seguite all’arrivo delle truppe neozelandesi erano trascorse tutt’altro che tranquillamente: alcuni “noti fascisti” erano stati rinchiusi nel piccolo carcere annesso alla Pretura, e qualche partigiano aveva già pronunciato nei loro confronti una sentenza di morte. Secondo la testimonianza del giovane desiano don Luigi Giussani, futuro fondatore del movimento ecclesiale CL, a salvarli fu l’intervento del parroco, don Giovanni Bandera, di cui erano note le scarse simpatie per l’ormai trascorso Regime. Nel 1945 il Clnai (Comitato di liberazione nazionale per l’Alta Italia), l’organismo di collegamento tra le forze politiche antifasciste che aveva indirizzato e sostenuto finanziariamente l’azione delle formazioni partigiane, aveva scelto quale sindaco di Desio il partigiano Enrico Novati, già vicecommissario della 119ma Brigata Garibaldi. La nuova giunta decise di togliere dai nomi delle strade i riferimenti al trascorso Ventennio: ad es., via Littorio divenne via Matteotti, p.zza Tittoni fu intitolata ai martiri di Fòssoli. Per alcuni mesi il più noto edificio storico del paese, villa Tittoni, già sede d’un distaccamento di avieri della RSI, divenne l’alloggio d’un reparto di polacchi, subendo come in non poche grandi ville briantee (prima fra tutte la Villa Reale di Monza) il degrado e la dispersione di gran parte degli arredi. Nella tarda primavera dell’anno successivo, dopo la partenza dei polacchi, l’amministrazione comunale decise di trasferire nella villa 26 famiglie di sfollati, alcune delle quali occupavano ancora delle aule scolastiche. Il Banco Desio - “Il 1945 passerà alla storia come uno degli anni più tragici della vita della Nazione e le vicende politiche, belliche ed economiche sono troppo vive nella memoria di tutti perché si abbia a farne menzione - così il direttore Mario Danesin nella relazione riservata al consiglio di amministrazione del Banco. Una guerra terribile a cui faceva riscontro una crudele guerra civile non poteva non esercitare inevitabili incidenze in ogni ramo dell’attività nazionale. Non è perciò da meravigliarsi se tutta l’economia sia rimasta alterata ed influenzata”. Di fatto le ridotte dimensioni della banca, la prevalente tipologia di clientela servita (laboratori artigiani del mobile e dell’arredamento, commercianti, aziende agricole), il contesto operativo (la Brianza milanese, sostanzialmente priva di grandi insediamenti produttivi, non aveva troppo sofferto le distruzioni delle incursioni aeree alleate) uniti alla sempre accorta e lungimirante gestione di Danesin consentirono alla banca di lasciarsi alle spalle gli anni difficili del conflitto e di affrontare i nuovi avvenimenti dell’immediato dopoguerra. Tra questi va citato il ruolo svolto - nei confronti delle aziende di credito - dal Governo Militare Alleato nei Territori Occupati (AMT) che s’era insediato a Milano dall’aprile ’45 in pieno accordo con il citato Clnai. Di prassi subito dopo l’ingresso delle truppe nelle città italiane “liberate” l’AMT riuniva i direttori delle filiali bancarie e chiedeva loro informazioni rispetto al denaro contante che avevano in cassa e alla capacità operativa; in base a tali dati l’AMT indicava una data per la riapertura al pubblico di tutti gli sportelli. Se una o due banche non disponevano di contante, lo si faceva affluire da parte di altre filiali. Naturalmente i direttori ritenuti inaffidabili venivano rimpiazzati senza tanti complimenti dai vicedirettori o da funzionari più lesti a comprendere da che parte soffiava ora il vento. Secondo gli storici della V Armata Usa, “Nella fase finale della campagna le banche vennero riaperte entro dieci giorni”. Tale azione doveva servire a dare un chiaro segno di discontinuità rispetto alla prassi adottata dalla RSI, che - rendendo sempre più difficili negli ultimi mesi i prelievi di denaro contante - aveva tenuto i risparmiatori alla larga dalle banche, anche per il tutt’altro che immotivato timore di prelievi forzosi. Il colonnello Charles Poletti, capo dell’AMT a Milano nei primi mesi dell’occupazione, si era convinto che il ritorno dei depositanti alle banche avrebbe reso più semplici i controlli sui flussi di denaro alle autorità italiane, cui dal 1944 era stata restituita l’amministrazione nelle regioni del Centro-Sud. In effetti questa era una premessa necessaria a condurre una lotta più incisiva, se non efficace, contro il mercato nero ed i “profittatori di guerra”. Poletti, un avvocato che da civile era stato (sino al 1942) vicegovernatore dello Stato di New York per il Partito Democratico, volle affidare la scelta dei commissari nelle aziende bancarie e assicurative ad Alfredo Pizzoni, un ex dirigente del Credito Italiano che l’anno prima aveva capeggiato una delegazione del Clnai recatasi in Campania per accordarsi con gli Alleati, senza la mediazione del debole “governo di unità nazionale” di Ivanoe Bonomi. Tuttavia Pizzoni non aveva referenti politici, e venne rapidamente esautorato dal Clnai, in particolare dai membri socialisti (tra cui Sandro Pertini) e del Partito d’Azione. Il direttore del Banco Desio non temette neppure per un momento di finire sulla lista nera dell’AMT: sia per la sua davvero blanda adesione al fascismo, sia perché conosceva abbastanza bene Pizzoni: entrambi erano stati alla fine degli anni ‘20 al Credito Italiano. Si attivò quindi con la consueta intraprendenza per rinsaldare e sviluppare i rapporti con i risparmiatori e gli imprenditori della zona di influenza, segnatamente a Bovisio, la filiale cui teneva in modo particolare e che aveva dotato già sul finire del 1945 di ulteriori spazi operativi, affittando altri due locali attigui allo sportello esistente. Il rapporto con la proprietà, già solido, si era ulteriormente rinsaldato negli anni del conflitto, ed il consiglio di amministrazione (con presidente Luigi Lado e consiglieri Simone, Franco e Pietro Gavazzi) rinnovandogli la fiducia come direttore lo aveva cooptato come consigliere e si era reso altresì disponibile all’aumento di capitale (da due a cinque milioni di lire), il primo di una lunga serie negli anni successivi. Le Am-lire - Anche se non dichiarata ufficialmente, la grande “liberalità” dimostrata dall’AMT nei confronti delle banche (e delle Poste, alla cui rete di sportelli era affidato il pagamento degli stipendi dei dipendenti statali e delle pensioni) era dovuta ad un’esigenza concreta: favorire la circolazione - insieme alla vecchia valuta - delle am-lire, cioè della valuta stampata e distribuita dall’AMT subito dopo lo sbarco in Sicilia. L’esperienza di quasi due anni di circolazione forzosa di questa valuta in Italia aveva reso diffidenti nei suoi confronti molti italiani: i soldati ne spendevano quantità sospette, tali da originare il timore di falsificazioni su larga scala; a poco servì la filigranatura e l’impressione della sigla “f” per quelle stampate in Inghilterra dalla Forben di Chelsea. Data la situazione, gli sportelli bancari dovettero assumere, come nel Medioevo, il ruolo dei cambiavalute, cercando di tener dietro agli inevitabili effetti inflazionistici prodotti dalla valuta dell’AMT. L’AMT intanto aveva autorizzato il Regno d’Italia a confermare le norme tributarie vigenti, e autorizzato le banche a trattenere dai conti correnti le somme dovute dai contribuenti, arretrati compresi. Si trattò d’una misura poco gradita e poco efficace, dato che in molti comuni i ruoli prebellici delle imposte erano stati distrutti. Uno dei settori in cui si cercò di smantellare il più presto possibile l’organizzazione fascista fu quello del lavoro; per ragioni di diffidenza ideologica, motivati dai primi sintomi dell’imminente Guerra fredda, gli angloamericani decisero di non servirsi (almeno ufficialmente) nelle zone d’occupazione militare delle Camere del Lavoro, tradizionalmente organizzate dai partiti di sinistra; essi preferirono invece rinnovare e potenziare gli Uffici provinciali del lavoro, affidati al personale civile italiano. Maggiore libertà d’azione fu concessa ai sindacati interni delle fabbriche, ma con il divieto di eseguire manifestazioni pubbliche; c’era il concreto timore che potessero degenerare, a causa del malcontento e della preoccupazione per la diffusa scarsità di carbone e di materie prime, oltre che per le tristi notizie provenienti dalla Venezia Giulia e dall’Istria. I partigiani “certificati”, anche quelli “dell’ultima ora” ottennero un apposito documento che li favoriva nella ricerca del lavoro e nell’ottenere alloggi e/o razioni di viveri da parte degli ECA (Ente Comunale di Assistenza), un organismo a diffusione capillare su cui puntarono gli Alleati, ben consapevoli del fatto che spesso vi svolgevano un ruolo di primo piano i parroci. Così osservavano in un documento ufficiale datato 10 dicembre 1945 gli aderenti alla Confindustria: “L’ammontare complessivo della carta-moneta in circolazione, secondo le ultime dichiarazioni del Ministero del Tesoro, ammonta a 285 mld di lire italiane normali ed a 81 mld di am-lire (…) [un deciso aumento] rispetto all’estate del 1943, in cui il livello complessivo di circolazione aveva raggiunto la punta massima di 96 mld. Unico sintomo favorevole è la relativa stabilità che il volume della circolazione mantiene da circa 6 mesi. è discutibile però che esso possa essere mantenuto anche di fronte alle eccezionali necessità dell’inverno in corso. “Il debito pubblico è ormai molto prossimo al bilione di lire, cifra che in altri tempi sarebbe stata paurosa, ma che di fronte alla svalutazione monetaria non si può considerare come troppo elevata. Più grave è invece la situazione del bilancio (…). Si ha l’impressione che si siano trascurate le imposte ordinarie e tradizionali - il cui gettito risulta assolutamente inadeguato all’attuale situazione economica - per perseguire il miraggio delle imposte straordinarie a sfondo demagogico, che non conducono che a risultati molto modesti”. Trascorse un altro anno difficile per l’economia nazionale prima che le am-lire fossero trasformate da valuta d’occupazione ad emissioni ufficialmente equiparate a quelle della Banca d’Italia e soggette alle medesime garanzie: il 12 dicembre 1946, quando l’Italia era ormai Repubblica. Ve n’erano tante ancora in circolazione: le ben poco rimpiante am-lire furono definitivamente mandate in pensione solo dal 3 giugno 1950, due anni dopo la presentazione del Piano Marshall e le elezioni politiche del 1948. Il dopoguerra al Banco Desio - L’azione del Banco negli anni successivi il conflitto mondiale si caratterizzò per un deciso aumento dei volumi e delle attività, in sostanziale equilibrio tra una prudente azione di presidio del rischio e la ricerca di nuove opportunità di sviluppo degli affari. “In questa delicata manovra di collocamento del denaro - scrive Danesin nel periodo - la Direzione ha proceduto con le dovute cautele, basando il proprio giudizio, oltre che sulla moralità ed abilità del cliente, sulla consistenza patrimoniale, sulla durata dell’affidamento e sulle possibilità di smobilizzo. Alcune richieste che sembrarono di importo eccessivo vennero respinte; altre (cercando di non urtare la suscettibilità del cliente e svolgendo opera di convincimento per una limitazione del programma espansivo) vennero soddisfatte parzialmente, altre infine quando si trattò di affezionata e primaria clientela, della quale conosciamo ogni dettaglio della situazione, vennero integralmente esaudite, anche se di importo elevato”. Una vicenda legata al difficile periodo e che merita una citazione - anche se il Banco Desio poté seguirla solo indirettamente - riguarda la Gubra, un’azienda tedesca specializzata nei prodotti per calzature ed adesivi per il legno che nel 1924 aveva aperto uno stabilimento a Desio. Anche per il mancato interessamento delle autorità locali, furono poste sotto sequestro “per essere proprietaria di marchi tedeschi” le azioni di una ditta ben radicata sul territorio; tale situazione di incertezza, che andò a scapito della produzione e delle sue maestranze, si risolse solo nel 1949, quando fu effettuata la vendita all’asta. Incertezza e instabilità (e il considerevole numero di armi ancora in circolazione) favorirono l’insorgere di fatti delittuosi ed il fenomeno delle rapine, anche in banca: nel 1946 per la prima volta nella sua storia il Banco Desio subì due rapine: la prima il 6 giugno a Bovisio, che non ebbe conseguenze per il deciso intervento del funzionario Luigi Como, la seconda il 25 luglio sul rettifilo che collega Bovisio a Desio. I due impiegati che rientravano, in bicicletta, in sede vennero fermati da quattro rapinatori armati di mitra che, sopraggiunti in macchina, si impossessarono dei valori, resero inservibili le biciclette degli impiegati e si diedero alla fuga. Il dopo guerra è anche il periodo nel quale il Banco registra ben altri avvenimenti degni di nota per il suo sviluppo, come l’apertura della filiale di Lissone a fine del 1947. Piazza importante con i suoi 18.000 abitanti (più di Desio) e la presenza di numerose realtà produttive, Lissone era nelle mire di Danesin da molti anni, ma le richieste di apertura a quei tempi severamente controllate - la prima risaliva al 1939 - non avevano sortito sino ad allora effetto alcuno. Nel novembre del 1949 si apre anche a Cesano Maderno e si registra un ulteriore aumento di capitale che passa da 20 a 40 milioni di lire. Altro importante avvenimento che segna quegli anni è l’acquisto di una proprietà in Desio. Il compromesso, firmato dal presidente Lado nel luglio 1948, avvia il processo di costruzione di una nuova sede, finalmente di proprietà (i dipendenti che superano la trentina di unità lavorano in spazi ormai inadeguati). I lavori - importanti ed impegnativi - si concluderanno nella primavera del 1951. Ed il 20 marzo di quell’anno il Banco inaugura la nuova sede in piazza Conciliazione. Il dopo guerra è ora definitivamente alle spalle, davanti c’è il “boom”.
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