Domenica 20 Maggio 2012
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Steve McQueen: le passioni, il mito PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandra Monguzzi   

Trent’anni fa la scomparsa dell’attore, che nell’immaginario collettivo incarna ancora oggi l’esempio tipico di un modus vivendi da imitare

Trent’anni fa, esattamente il 7 novembre 1980, veniva a mancare uno degli attori hollywoodiani più amati dal mondo dei cinefili, Steve McQueen. Trent’anni, nei termini di tempo della storia, non sono molti, ma sono abbastanza per cancellare dalla mente dei più il ricordo di tutti coloro che, nei più differenti campi, non siano stati degli autentici protagonisti. Se, dunque, dopo trent’anni, la notorietà di un attore non è venuta meno - per Steve McQueen occorre ricordare che è stato scelto come testimonial di una campagna pubblicitaria della Ford alle soglie del 2000 -, ciò evidenzia ancora di più il valore, la bravura e la popolarità del personaggio. Popolarità del resto sottolineata e rinvigorita nel nostro Paese dai versi di quel cantore-poeta cui si deve il sublime “…voglio una vita spericolata, voglio una vita come Steve McQuenn…”.

Ma chi è stato e cos’è stato, allora, questo attore, che rappresenta nell’immaginario
collettivo l’esempio tipico di un modus vivendi da imitare?

Per rispondere alla prima domanda, basta sunteggiarne la vita. Steve McQueen, nato Terence Steven McQueen, nasce a Beech Grove, nello Stato dell’Indiana, il 24 marzo 1930. Suo padre era uno stuntman che poco dopo la sua nascita abbandona la famiglia costringendo così la madre ad affidare a dei parenti il piccolo Steve, che ritorna a vivere con lei a 12 anni, dopo un trasferimento a Los Angeles. Qui Steve frequenta le scuole non sembrerebbe con molto successo, visto che a 17 anni entra nel corpo dei Marines dove rimane fino al 1950.

Lasciato il servizio, impiega un prestito fornito agli ex soldati per iniziare a studiare recitazione, nel 1952, presso l’Actor’s Studio a New York. Gli bastano solo tre anni per esordire a Broadway e un altro anno per entrare nel mondo del cinema (“Lassù qualcuno mi ama”, 1956). Poi, una lunga serie di pellicole alcune delle quali passate alla storia del cinema. Fra queste impossibile non citare “I magnifici sette”(1960, con la regia di John Sturges), “La grande fuga” (1963, sempre di John Sturges), “Quelli della San Pablo” (1966, di Robert Wise) che gli fruttò la candidatura agli Oscar 1967 come miglior attore protagonista. Poi, “Il caso Thomas Crown” (1968), “Bullit” (sempre del ’68), “Getaway!” (1972), lo splendido “Papillon” (1973) e tanti altri che ci perdonerete di non poter citare.

L’ultima pellicola in cui recita è “Il cacciatore di taglie”, per la regia di Buzz Kulik, del 1980. Pochi mesi e l’attore, a cui nel 1979 era stato trovato un tumore alla pleura e in seguito un altro allo stomaco, muore a Juàrez, in Messico, il 7 novembre 1980. Il suo corpo viene cremato e le ceneri disperse nell’oceano Pacifico.

A Juàrez gli è accanto la terza moglie, la modella Barbara Minty, che ha sposato dieci mesi prima. I due precedenti matrimoni sono stati con l’attrice Neile Adams, che sposa nel 1956 e da cui divorzia nel 1972, e con la più famosa Ali MacGraw con cui rimane assieme dal 1973 al 1978.

Per entrare nel mondo del mito, dell’immaginario collettivo, occorre adesso dire che Steve McQueen rappresenta una figura forte di uomo, quello che potremmo definire “un duro” - in linea del resto con i personaggi che interpretava -, con passioni gusti e ossessioni altrettanto forti. Tra le sue manie, ricordiamo la pretesa di avere a disposizione sul set almeno dieci rasoi elettrici e altrettanti blue-jeans. Tra le sue passioni, la prima da ricordare è quella per il mondo dei motori in tutte le sue più diverse accezioni: collezionava motociclette (ne raccolse oltre 100 modelli) e gli piacevano le macchine sportive (possedette diversi modelli di Porsche, di Ferrari, di Jaguar, ma non quella Ford Mustang protagonista delle scene più movimentate del film “Bullit”). A Steve McQeen non interessava soltanto possedere auto e moto, gli piaceva anche usarle, sia sui set cinematografici, dove non sopportava di essere sostituito da uno stuntman nelle scene dove erano protagoniste auto e moto, sia in importanti competizioni sportive: con una Porsche 908 spyder partecipò alla “12 ore” di Sebring del 1970, conquistando il primo posto nella sua categoria e il secondo assoluto alle spalle di un pilota del calibro di Mario Andretti (su Ferrari), e prese parte a molte gare motociclistiche a bordo di diversi modelli di Triumph (non a caso era una Triumph travestita da BMW la moto che utilizzò nel film “La grande fuga”).

Del resto, il mito racconta che l’attore più volte pensò di lasciare il cinema per il mondo delle corse. A distanza di trent’anni, gli siamo ancora grati per non aver ceduto alla tentazione.



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