Domenica 20 Maggio 2012
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San Carlo, il vescovo della Controriforma PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandra Monguzzi   

La Chiesa canonizzava 500 anni fa il prelato che impose la disciplina ecclesiastica al clero milanese e il rispetto nella sua diocesi dei principi stabiliti dal Concilio di Trento

 

Ricorre il primo novembre prossimo un anniversario importante: i cinquecento anni della canonizzazione di San Carlo Borromeo, la cui figura viene ricordata per l’opera di rinnovamento che impose alla

Diocesi di Milano.

Nato ad Arona il 2 ottobre 1538 in un’importante famiglia lombarda (il padre era Gilberto II Borromeo, la madre Margherita Medici di Marignano), il giovane Carlo venne avviato allo studio del diritto canonico e civile, a Pavia, dove si laureò nel 1559. L’anno successivo uno zio materno, Giovan Angelo Medici di Marignano, venne eletto papa con il nome di Pio IV: fu lui ad invitare a Roma i suoi nipoti Carlo e il fratello maggiore Federico.

Quando Federico morì, nel 1562, Carlo, invece di chiedere la secolarizzazione per mettersi a capo della famiglia, restò nella Chiesa, venendo prima consacrato Vescovo nel 1563, in tempo per partecipare come promotore della controriforma alle fasi finali del Concilio di Trento (chiuso appunto in quell’anno), e poi nominato arcivescovo di Milano.

In questa diocesi, mancando un vescovo residente da un’ottantina d’anni, la condizione della Chiesa non era delle migliori: i preti ad esempio non erano certo dei modelli da seguire, preferendo gli agi della vita mondana alle incombenze dello stato religioso.

Il nuovo arcivescovo partì da qui per riportare sulla retta via la Diocesi milanese, imponendo il ritorno del clero alla disciplina ecclesiastica, e pretendendo il ripristino della moralità e della preparazione dei sacerdoti, secondo le direttive del Concilio appena concluso.

Per la sua opera riformatrice si servì anche dell’opera degli ordini religiosi (gesuiti, teatini, barnabiti), e fondò la congregazione degli Oblati di Sant’Ambrogio (1578). Negli anni del suo episcopato rispose poi alle necessità della diocesi milanese facendo riadattare i vecchi luoghi di culto o costruendone di nuovi, spendendosi nelle visite pastorali, promuovendo l’istruzione laica con la fondazione di scuole e collegi (quello di Brera, affidato ai gesuiti, o il Borromeo di Pavia).

I milanesi ebbero modo di conoscere la tempra del loro Vescovo durante la carestia che colpì la loro città nel 1570 e, alcuni anni dopo, nel periodo dell’epidemia di peste che colpi il Milanese negli anni 1567 e 1578: fu lui infatti ad organizzare le opere assistenziali che aiutarono la cittadinanza a superare quegli anni orribili.

Dice la tradizione che proprio al periodo della peste risalga la spiegazione del perché la Diocesi di Milano segua un calendario del carnevale differente da quello di tutto il mondo cristiano: quando la peste finì di imperversare nel Milanese, le autorità cittadine autorizzarono la riapertura della città per il mercoledì delle Ceneri. I milanesi si trovarono così a dover cominciare il digiuno imposto dal periodo di Quaresima proprio alla fine del digiuno causato dalla peste... e senza aver potuto festeggiare il carnevale.

Il Borromeo informò di questo fatto il Papa, che con una apposita bolla autorizzò per sempre la Diocesi milanese a prolungare il carnevale di altri tre giorni, e cioè fino al sabato precedente la prima domenica di Quaresima.

Carlo Borromeo è entrato nella storia della Chiesa per tanti motivi: detto di come obbligò il clero a rispettare la disciplina ecclesiastica e di come favorì l’istruzione dei laici, occorre ricordare poi che è a lui che si deve la separazione in chiesa degli uomini dalle donne e la lotta contro l’adulterio; che fu lui ad organizzare una milizia privata sottoposta ai suoi ordini che suscitò le proteste delle autorità cittadine incaricate di far rispettare l’ordine civico; che si deve sempre a lui, in nome dei principi stabiliti dal Concilio di Trento, la lotta al protestantesimo in alcuni cantoni svizzeri facenti parte della Diocesi ambrosiana; infine che fu lui a combattere un potente ordine religioso come quello degli Umiliati, in odore di Calvinismo, un ordine che arrivò persino a cercare la morte del suo nemico.

Un frate umiliato, infatti, sparò un colpo di archibugio contro il Borromeo. Il proiettile lo raggiunse sì alla schiena, ma non colpendolo a morte e procurandogli solo una tumefazione, fatto questo che dapprima venne considerato miracoloso dalla cittadinanza, e che in seguito venne tenuto nella dovuta considerazione nel processo della sua canonizzazione.

Per la cronaca, i responsabili dell’attentato (rei confessi sotto tortura, ci racconta Carlo

Bescapé nella sua “Vita di San Carlo Borromeo”) vennero catturati e condannati a morte, mentre i beni dell’ordine, una volta soppresso, furono distribuiti ad altri ordini (i Gesuiti) e utilizzati per la costruzione di opere religiose (la chiesa di San Fedele).

Carlo Borromeo morì il 3 novembre 1584 a Milano, lasciando tutti i suoi averi ai poveri. Venne proclamato beato nel 1602 e fu canonizzato il 1º novembre del 1610. Il calendario lo ricorda il giorno dopo la sua morte, il 4 novembre.

La sua salma riposa in uno “scurolo” collocato sotto l’altare del Duomo di Milano.

Al santo è dedicata un’imponente statua eretta nella città natale, Arona. L’opera, denominata “Sancarlone”, è alta ben 23 metri, è ricoperta all’esterno da lamine di rame e possiede un’anima interna in muratura attraverso la quale è consentito il passaggio dei visitatori.

 



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