Domenica 20 Maggio 2012
Home La Banconota - Personaggi
Personaggi


Quando la poesia diventa musica PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandra Monguzzi   

Trent’anni fa, in una strada di New York, uno squilibrato uccideva John Lennon, che certamente è entrato nella storia per suo merito e non per quell’atto

È opinione largamente condivisa che John Lennon sia da annoverare fra i più grandi compositori del XX secolo avendo egli scritto alcuni dei pezzi più famosi della storia del rock, cosa che spiega anche perché si collochi all’ottavo posto nella classifica dei 100 personaggi britannici più importanti di tutti i tempi, come recita un sondaggio della BBC. Del resto, John Lennon e i Beatles rappresentano un mito, capaci come sono stati di illuminare il mondo della musica degli anni Sessanta del secolo scorso.

Per i Beatles, basti chiamare a testimonianza alcuni pezzi che a distanza di decenni non hanno ancora perso il loro fascino e la loro freschezza: basti citare Yesterdey, Let It Be, Help! e Michelle, un brano quest’ultimo che su You Tube viene richiamato costantemente da migliaia di visitatori.

Per John Lennon, partiamo dalla fine di questo gruppo. Una volta sciolto, ufficialmente nell’aprile del 1970, ognuno dei quattro Beatles percorse una propria strada: ci fu chi, come il batterista Ringo Starr, si limitò a vivere della propria storia, e chi invece ne inaugurò un’altra, sempre nel mondo della musica, come Paul McCartney e appunto John Lennon. Senza far rimpiangere, soprattutto quest’ultimo, le vette raggiunte dai Beatles (uno dei suoi album da solista, Imagine, è stato a lungo ai vertici delle classifiche europee e americane). Non è un caso del resto se, grazie alla sua capacità di fare poesia in musica, in Inghilterra John Lennon è sempre ai primi posti nelle classifiche musicali di tutti i tempi.

Nato a Liverpool il 9 ottobre 1940, John Lennon aveva incominciato ad avvicinarsi al mondo della musica in epoca scolastica, fino a costituire, verso la fine degli anni Cinquanta, il suo primo complesso, i Quarrymen. Fu durante una loro esibizione che conobbe Paul McCartney, e fu da questo incontro che si costituì quel nucleo base attorno a cui sarebbero sorti i Beatles. Così come partecipò in prima persona alla loro fondazione, allo stesso modo John Lennon contribuì alla loro fine. Fra le cause, il rapporto instaurato con l’artista giapponese Yoko Ono, che tanta parte ebbe nell’indirizzargli la vita spingendo o favorendo quelle componenti “ribelli” proprie della personalità del musicista.

L’uomo che era arrivato a mettere in ridicolo la ricchezza della famiglia reale inglese e a dichiarare che i Beatles “erano più famosi di Gesù Cristo”, con ciò attirandosi addosso lo sdegno dei credenti e l’ira dei più fanatici (che dettero persino fuoco a pire di album del complesso), dal rapporto con la Ono trasse ulteriori spunti per cancellare dalla sua vita alcuni aspetti ed esaltarne altri.

Cancellando ad esempio il primo matrimonio con Cynthia Powell, che aveva sposato nel 1962 tenendo la cosa segreta perché, secondo un suo manager, “quel matrimonio poteva dar fastidio alle fans” (ma altro motivo di rottura con la moglie fu la sua dipendenza dalla droga). Ed esaltando il suo impegno per il pacifismo, cosa che attirò su di lui le attenzioni del FBI statunitense (gli venne più volte rifiutata la cittadinanza americana).

Per il pacifismo e contro la guerra in Vietnam la coppia Lennon-Ono dimostrò in maniera diciamo curiosa durante la loro luna di miele: non uscirono dal letto della loro camera d’albergo, all’hotel Hilton di Amsterdam, per un’intera settimana, dal 25 al 31 marzo 1969, fra i lampi dei fotografi e le interviste dei giornalisti. Un’analoga protesta organizzarono poi in Canada, visto che gli Stati Uniti avevano vietato loro l’accesso.

Come detto, il rapporto di John Lennon con Yoko Ono da un lato contribuì a spingere i Beatles verso lo scioglimento, da un altro lato indirizzò definitivamente John verso la carriera di solista (aveva già alle spalle alcune esperienze, fra cui l’album dal vivo Live Peace in Toronto, del 1969, registrato con una band appositamente creata, la Plastic Ono Band).

Per John, il rapporto con la Ono non poteva non essere intenso e tumultuoso allo stesso tempo, e non a caso i due vissero separati per un periodo di 18 mesi dal settembre del 1973, un periodo che l’ex Beatle passò in California, per poi riconciliarsi con la moglie.

Per John Lennon furono anni, questi, importanti dal punto di vista musicale. Già detto di Imagine, un altro suo album notevole fu Mind Games, uscito alla fine del 1973 e autoprodotto, cui seguirono Walls and Bridges, dell’ottobre 1974, e Rock ‘n’ Roll, del 1975, anno in cui John e Ono ottennero finalmente il permesso di risiedere negli USA.

A partire da quel momento, iniziò per l’artista un graduale ritiro dalla scena pubblica, ma non dalla musica, fino a quando, l’8 dicembre 1980, al termine di un pomeriggio passato in una sala di registrazione di New York, venne affrontato per strada da uno squilibrato che gli sparò 5 colpi di pistola dicendogli: «Ehi, Mister Lennon! Sta per entrare nella storia».

 

 
Steve McQueen: le passioni, il mito PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandra Monguzzi   

Trent’anni fa la scomparsa dell’attore, che nell’immaginario collettivo incarna ancora oggi l’esempio tipico di un modus vivendi da imitare

Trent’anni fa, esattamente il 7 novembre 1980, veniva a mancare uno degli attori hollywoodiani più amati dal mondo dei cinefili, Steve McQueen. Trent’anni, nei termini di tempo della storia, non sono molti, ma sono abbastanza per cancellare dalla mente dei più il ricordo di tutti coloro che, nei più differenti campi, non siano stati degli autentici protagonisti. Se, dunque, dopo trent’anni, la notorietà di un attore non è venuta meno - per Steve McQueen occorre ricordare che è stato scelto come testimonial di una campagna pubblicitaria della Ford alle soglie del 2000 -, ciò evidenzia ancora di più il valore, la bravura e la popolarità del personaggio. Popolarità del resto sottolineata e rinvigorita nel nostro Paese dai versi di quel cantore-poeta cui si deve il sublime “…voglio una vita spericolata, voglio una vita come Steve McQuenn…”.

Ma chi è stato e cos’è stato, allora, questo attore, che rappresenta nell’immaginario
collettivo l’esempio tipico di un modus vivendi da imitare?

Per rispondere alla prima domanda, basta sunteggiarne la vita. Steve McQueen, nato Terence Steven McQueen, nasce a Beech Grove, nello Stato dell’Indiana, il 24 marzo 1930. Suo padre era uno stuntman che poco dopo la sua nascita abbandona la famiglia costringendo così la madre ad affidare a dei parenti il piccolo Steve, che ritorna a vivere con lei a 12 anni, dopo un trasferimento a Los Angeles. Qui Steve frequenta le scuole non sembrerebbe con molto successo, visto che a 17 anni entra nel corpo dei Marines dove rimane fino al 1950.

Lasciato il servizio, impiega un prestito fornito agli ex soldati per iniziare a studiare recitazione, nel 1952, presso l’Actor’s Studio a New York. Gli bastano solo tre anni per esordire a Broadway e un altro anno per entrare nel mondo del cinema (“Lassù qualcuno mi ama”, 1956). Poi, una lunga serie di pellicole alcune delle quali passate alla storia del cinema. Fra queste impossibile non citare “I magnifici sette”(1960, con la regia di John Sturges), “La grande fuga” (1963, sempre di John Sturges), “Quelli della San Pablo” (1966, di Robert Wise) che gli fruttò la candidatura agli Oscar 1967 come miglior attore protagonista. Poi, “Il caso Thomas Crown” (1968), “Bullit” (sempre del ’68), “Getaway!” (1972), lo splendido “Papillon” (1973) e tanti altri che ci perdonerete di non poter citare.

L’ultima pellicola in cui recita è “Il cacciatore di taglie”, per la regia di Buzz Kulik, del 1980. Pochi mesi e l’attore, a cui nel 1979 era stato trovato un tumore alla pleura e in seguito un altro allo stomaco, muore a Juàrez, in Messico, il 7 novembre 1980. Il suo corpo viene cremato e le ceneri disperse nell’oceano Pacifico.

A Juàrez gli è accanto la terza moglie, la modella Barbara Minty, che ha sposato dieci mesi prima. I due precedenti matrimoni sono stati con l’attrice Neile Adams, che sposa nel 1956 e da cui divorzia nel 1972, e con la più famosa Ali MacGraw con cui rimane assieme dal 1973 al 1978.

Per entrare nel mondo del mito, dell’immaginario collettivo, occorre adesso dire che Steve McQueen rappresenta una figura forte di uomo, quello che potremmo definire “un duro” - in linea del resto con i personaggi che interpretava -, con passioni gusti e ossessioni altrettanto forti. Tra le sue manie, ricordiamo la pretesa di avere a disposizione sul set almeno dieci rasoi elettrici e altrettanti blue-jeans. Tra le sue passioni, la prima da ricordare è quella per il mondo dei motori in tutte le sue più diverse accezioni: collezionava motociclette (ne raccolse oltre 100 modelli) e gli piacevano le macchine sportive (possedette diversi modelli di Porsche, di Ferrari, di Jaguar, ma non quella Ford Mustang protagonista delle scene più movimentate del film “Bullit”). A Steve McQeen non interessava soltanto possedere auto e moto, gli piaceva anche usarle, sia sui set cinematografici, dove non sopportava di essere sostituito da uno stuntman nelle scene dove erano protagoniste auto e moto, sia in importanti competizioni sportive: con una Porsche 908 spyder partecipò alla “12 ore” di Sebring del 1970, conquistando il primo posto nella sua categoria e il secondo assoluto alle spalle di un pilota del calibro di Mario Andretti (su Ferrari), e prese parte a molte gare motociclistiche a bordo di diversi modelli di Triumph (non a caso era una Triumph travestita da BMW la moto che utilizzò nel film “La grande fuga”).

Del resto, il mito racconta che l’attore più volte pensò di lasciare il cinema per il mondo delle corse. A distanza di trent’anni, gli siamo ancora grati per non aver ceduto alla tentazione.

 
San Carlo, il vescovo della Controriforma PDF Stampa E-mail
Scritto da Alessandra Monguzzi   

La Chiesa canonizzava 500 anni fa il prelato che impose la disciplina ecclesiastica al clero milanese e il rispetto nella sua diocesi dei principi stabiliti dal Concilio di Trento

 

Ricorre il primo novembre prossimo un anniversario importante: i cinquecento anni della canonizzazione di San Carlo Borromeo, la cui figura viene ricordata per l’opera di rinnovamento che impose alla

Diocesi di Milano.

Nato ad Arona il 2 ottobre 1538 in un’importante famiglia lombarda (il padre era Gilberto II Borromeo, la madre Margherita Medici di Marignano), il giovane Carlo venne avviato allo studio del diritto canonico e civile, a Pavia, dove si laureò nel 1559. L’anno successivo uno zio materno, Giovan Angelo Medici di Marignano, venne eletto papa con il nome di Pio IV: fu lui ad invitare a Roma i suoi nipoti Carlo e il fratello maggiore Federico.

Quando Federico morì, nel 1562, Carlo, invece di chiedere la secolarizzazione per mettersi a capo della famiglia, restò nella Chiesa, venendo prima consacrato Vescovo nel 1563, in tempo per partecipare come promotore della controriforma alle fasi finali del Concilio di Trento (chiuso appunto in quell’anno), e poi nominato arcivescovo di Milano.

In questa diocesi, mancando un vescovo residente da un’ottantina d’anni, la condizione della Chiesa non era delle migliori: i preti ad esempio non erano certo dei modelli da seguire, preferendo gli agi della vita mondana alle incombenze dello stato religioso.

Il nuovo arcivescovo partì da qui per riportare sulla retta via la Diocesi milanese, imponendo il ritorno del clero alla disciplina ecclesiastica, e pretendendo il ripristino della moralità e della preparazione dei sacerdoti, secondo le direttive del Concilio appena concluso.

Per la sua opera riformatrice si servì anche dell’opera degli ordini religiosi (gesuiti, teatini, barnabiti), e fondò la congregazione degli Oblati di Sant’Ambrogio (1578). Negli anni del suo episcopato rispose poi alle necessità della diocesi milanese facendo riadattare i vecchi luoghi di culto o costruendone di nuovi, spendendosi nelle visite pastorali, promuovendo l’istruzione laica con la fondazione di scuole e collegi (quello di Brera, affidato ai gesuiti, o il Borromeo di Pavia).

I milanesi ebbero modo di conoscere la tempra del loro Vescovo durante la carestia che colpì la loro città nel 1570 e, alcuni anni dopo, nel periodo dell’epidemia di peste che colpi il Milanese negli anni 1567 e 1578: fu lui infatti ad organizzare le opere assistenziali che aiutarono la cittadinanza a superare quegli anni orribili.

Dice la tradizione che proprio al periodo della peste risalga la spiegazione del perché la Diocesi di Milano segua un calendario del carnevale differente da quello di tutto il mondo cristiano: quando la peste finì di imperversare nel Milanese, le autorità cittadine autorizzarono la riapertura della città per il mercoledì delle Ceneri. I milanesi si trovarono così a dover cominciare il digiuno imposto dal periodo di Quaresima proprio alla fine del digiuno causato dalla peste... e senza aver potuto festeggiare il carnevale.

Il Borromeo informò di questo fatto il Papa, che con una apposita bolla autorizzò per sempre la Diocesi milanese a prolungare il carnevale di altri tre giorni, e cioè fino al sabato precedente la prima domenica di Quaresima.

Carlo Borromeo è entrato nella storia della Chiesa per tanti motivi: detto di come obbligò il clero a rispettare la disciplina ecclesiastica e di come favorì l’istruzione dei laici, occorre ricordare poi che è a lui che si deve la separazione in chiesa degli uomini dalle donne e la lotta contro l’adulterio; che fu lui ad organizzare una milizia privata sottoposta ai suoi ordini che suscitò le proteste delle autorità cittadine incaricate di far rispettare l’ordine civico; che si deve sempre a lui, in nome dei principi stabiliti dal Concilio di Trento, la lotta al protestantesimo in alcuni cantoni svizzeri facenti parte della Diocesi ambrosiana; infine che fu lui a combattere un potente ordine religioso come quello degli Umiliati, in odore di Calvinismo, un ordine che arrivò persino a cercare la morte del suo nemico.

Un frate umiliato, infatti, sparò un colpo di archibugio contro il Borromeo. Il proiettile lo raggiunse sì alla schiena, ma non colpendolo a morte e procurandogli solo una tumefazione, fatto questo che dapprima venne considerato miracoloso dalla cittadinanza, e che in seguito venne tenuto nella dovuta considerazione nel processo della sua canonizzazione.

Per la cronaca, i responsabili dell’attentato (rei confessi sotto tortura, ci racconta Carlo

Bescapé nella sua “Vita di San Carlo Borromeo”) vennero catturati e condannati a morte, mentre i beni dell’ordine, una volta soppresso, furono distribuiti ad altri ordini (i Gesuiti) e utilizzati per la costruzione di opere religiose (la chiesa di San Fedele).

Carlo Borromeo morì il 3 novembre 1584 a Milano, lasciando tutti i suoi averi ai poveri. Venne proclamato beato nel 1602 e fu canonizzato il 1º novembre del 1610. Il calendario lo ricorda il giorno dopo la sua morte, il 4 novembre.

La sua salma riposa in uno “scurolo” collocato sotto l’altare del Duomo di Milano.

Al santo è dedicata un’imponente statua eretta nella città natale, Arona. L’opera, denominata “Sancarlone”, è alta ben 23 metri, è ricoperta all’esterno da lamine di rame e possiede un’anima interna in muratura attraverso la quale è consentito il passaggio dei visitatori.

 

 


Gli articoli di questo mese

Vita aziendale
Polonia: passato e presente Dal 22 al 24 ottobre scorso, la...
Continua >>
Origini e contenuti della cucina...
Nel 2010, in piena globalizzazione, da un punto di vista...
Continua >>
Quando la poesia diventa musica
Trent’anni fa, in una strada di New York, uno squilibrato...
Continua >>
Cantù, la piccola capitale del...
Per diversi secoli, la lavorazione di pizzi e merletti è...
Continua >>
Ferdinando Martini, docente, commediografo, pubblicista
L’Ottocento a Firenze attraverso l’occhio di un testimone: dal ritratto...
Continua >>

Cerca nel sito