Domenica 20 Maggio 2012
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Propaganda alla romana PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Ronchi   

Nella zona di Piazza di Spagna, a Roma, è situato l’edificio che dalla metà del XVII secolo è sede della Congregazione “De Propaganda Fide” e del

Collegio Urbano”

Chi si muove dalla fontana della Barcaccia verso il lato orientale di Piazza di Spagna, è costretto a scegliere tra due brevi vie, le quali delimitano un isolato trapezoidale, sede dalla metà del XVII secolo sia della Congregazione (= ministero) della Chiesa Cattolica detta “De Propaganda Fide”, sia del Collegio (= seminario) detto “Urbano” in onore di Urbano VIII Barberini.

Scopo della prima istituzione, nata nel 1622 per decisione di Gregorio XV, era quello d’esercitare un controllo più diretto (e sistematico) della Santa Sede nei confronti: a) delle attività “missionarie” poste in atto nei Paesi protestanti, ortodossi ed extraeuropei da parte di alcuni grandi ordini religiosi (in particolare, i Gesuiti e i Francescani- Cappuccini); b) delle iniziative pastorali (e di “proselitismo”) poste in atto dai vescovi e dal clero delle diocesi dove il potere “spirituale” rivendicato dalla Chiesa era tutt’altro che consolidato, ma doveva costantemente confrontarsi con l’autorità politica e/o religiosa.

Il Collegio, nelle intenzioni dei promotori (in particolare il lucchese Giovanni Leonardi e lo spagnolo Giovanni Vivès), avrebbe dovuto provvedere a formare (dal punto di vista della teologia e dell’ideologia) giovani prelati d’origine straniera poi destinati, al ritorno nei loro paesi, ad occupare posti di primo piano nella gerarchia ecclesiastica, nonché a fornire alla Congregazione notizie dirette, non filtrate dal clero locale o dai missionari legati agli ordini religiosi.

Questi obiettivi non vennero raggiunti: le entrate del Collegio dipendevano in parte dal reddito derivato dall’affitto delle botteghe ricavate al piano terreno dell’ala orientale del palazzo di Propaganda, quella su via Due Macelli (1639-45, architetto Gaspere De Vecchi) ma soprattutto dalle borse di studio offerte da alcuni cardinali della Congregazione, tra cui i Barberini e gli Altieri; esso non poteva ospitare più d’una trentina di convittori, provenienti da un bacino geografico vastissimo.

Ancor più decisivo fu l’atteggiamento dei sunnominati ordini religiosi: Propaganda Fide era considerata utile per dirimere alcune delicate questioni interne, trattandosi d’una autorità esterna e suprema (“Roma ha parlato”) rispetto alle gerarchie interne; tuttavia nella maggior parte dei casi, e specialmente nei rapporti con le autorità locali, quelle della Congregazione romana erano viste come vere e proprie intromissioni. Non a caso a volerne la costituzione erano stati sia i Carmelitani scalzi, un ordine più portato all’esaltazione mistica della “Fede” che attento ai delicati aspetti pratici dell’attività di proselitismo religioso. Né i gesuiti né i francescani avevano rinunciato, dopo la nascita del Collegio, all’attività di formazione dei “propri” missionari, con risultati senza dubbio più significativi dal punto di vista dell’incidenza della Chiesa in campo internazionale.

La Congregazione nel corso del XVIII secolo andò consolidando il proprio ruolo nella Chiesa, tanto che il cardinale reggente era soprannominato, per la sua influenza, “il papa rosso”, con una sottintesa contrapposizione al “papa nero”, cioè il Generale dei Gesuiti. Invece il Collegio perse man mano d’influenza, nonostante i meriti culturali acquisiti con la traduzione in molte lingue di testi sacri e messali (parte dei quali vennero stampati direttamente nella sede romana). è significativa la testimonianza di Goethe (gennaio 1787): durante il suo soggiorno romano il poeta tedesco fu invitato al famoso saggio organizzato dal Collegio dal 1633 ogni anno in occasione dell’Epifania, la festa della prima manifestazione di Gesù ai non-ebrei, i Magi. Goethe, che non era cattolico, fu colpito dal fatto che la lettura di brevi componimenti di carattere religioso in lingue a volte astruse, come il ruteno o l’etiope, fosse eseguita senza alcuna preparazione culturale da parte del pubblico, dove pure erano presenti personalità influenti nel governo della Chiesa: (“L’uditorio rideva all’ascoltare le strane vociferazioni, e così anche quella rassegna finì in farsa”).

 

Bernini e Borromini

Nel descrivere l’effetto che provava davanti alle opere dei due massimi esponenti del Barocco romano, Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini, lo scrittore Guido Piovene osservava che “In un tempo nel quale prendevano tanto respiro le scienze naturali e fisiche, il barocco fu come una traduzione nell’arte dello slancio che portava l’uomo a conoscere la natura, sperimentarla, interpretarla, viaggiarla, per poi meravigliarsi delle proprie scoperte. è il grande prologo fantastico alla civiltà scientifica ed ai tempi moderni”.

Entrambi gli architetti lavorarono al grande complesso edilizio, tuttavia con esiti non brillanti. Ciò in primo luogo a causa del fatto ch’essi avevano dovuto tener conto dell’esistente. Verso il 1570 in una zona all’epoca periferica, destinata però ad una rapida valorizzazione dopo il restauro dell’antico acquedotto detto dell’Acqua Vergine, sorse un palazzo nobiliare, voluto all’incrocio delle due vie da Bartolomeo Ferratini, alto funzionario della curia pontificia.

Agli inizi del ‘600 ospitò l’ambasciatore di Ferrara, poi fu affittato a un “cardinal nipote” di Clemente VIII. Nel 1613 i Ferratini iniziarono lunghe trattative con mons. Vivès, valenziano, il quale intendeva acquisire lo stabile per destinarlo alla formazione di nuovi missionari. L’acquisizione andò in porto nel 1622, contestualmente alla nascita della Congregazione; ma fu necessario un intervento deciso del nuovo papa Urbano VIII (1625) per far riconoscere l’effettiva proprietà dell’edificio al Vivès, entrato in causa con i marchesi Ruspoli.

L’anno seguente lo spagnolo confermò la donazione in vita dei suoi beni al Collegio, e si fece portavoce d’una petizione degli abitanti della piazza perché il governo pontificio la ripulisse, vi realizzasse una fontana e vi aprisse un mercato settimanale “come quello di piazza Navona”: desiderio, quest’ultimo, rimasto per decenni lettera morta.

Il card. Antonio Barberini commissionò nel 1634 al Bernini un Oratorio sulla Via di Propaganda, alle spalle del palazzo Ferratini; venne dedicato ai SS Re Magi, rappresentati nella pala dell’altare di Giacinto Gimignani. Il quadro mantenne la sua collocazione anche quando, nel 1647, la Congregazione decise d’ampliare la chiesa e ne affidò la realizzazione al Borromini, architetto di fiducia di Innocenzo X, nominato nel settembre 1644. Pochi giorni prima Bernini aveva concluso i lavori di rifacimento della facciata del palazzo di Propaganda, resi necessari dalle precarie condizioni statiche dell’angolo sul lato sinistro. L’avvio dei lavori di definitiva demolizione delle “casette” che ancora si trovavano nell’isolato di Propaganda Fide venne intrapreso dal 1654, sempre sotto la direzione di Borromini, il quale lavorò per molti anni al cantiere, sino alla morte (1667) senza richiedere compensi. I lavori s’erano interrotti alla morte del pontefice, ma il successore, Alessandro VII Chigi, in carica dall’aprile 1655, aveva sollecitato la costruzione delle nuove ali, anch’esse dotate di botteghe affittate al piano terreno.



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