| Leinì e i Provana |
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| Scritto da f.r. | |
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Le vicende di una famiglia che utilizzò anche i matrimoni tra membri della parentela per evitare il frazionamento della titolarità dei diritti feudali di cui entrava in possesso Leinì, la “Porta del Canavese”, si trova nella pianura a nord del capoluogo piemontese, ad una manciata di km dall’aeroporto di Caselle. La prossimità a Torino e la facilità delle comunicazioni hanno determinato, sin dai primi anni del 900, un significativo aumento degli abitanti (tanto da giustificare la realizzazione d’una tramvia da P.ta Palazzo), seguito, specie nel secondo dopoguerra, da numerosi insediamenti produttivi. Agli inizi del ‘300 Leinì era un borgo agricolo soggetto per diritto feudale al marchese del Monferrato, Giovanni Paleologo; egli intorno al 1328 ne concesse la “signoria” ad alcuni esponenti d’una famiglia in piena ascesa economica, i Provana, i quali subito intrapresero la costruzione di edifici di servizio nei pressi della chiesa di S. Nicolò. L’accordo venne definito a Chivasso, città portuale sul Po ben collegata alla culla dei Provana, Carignano. Nel corso del ‘200 questa famiglia di agricoltori, orgogliosi della vite con grappoli posta nello stemma, aveva acquisito la signoria di fatto su Carignano previo accordo con i nobili Romagnano. Oltre al grande convento urbano di S. Chiara, realizzato in gran parte con le loro offerte, i Provana disponevano di due fortilizi-fondaci a ridosso delle mura: la Gorra e la Loggia. La situazione era andata rapidamente peggiorando quando i Romagnano avevano ceduto i diritti su Carignano al principe Filippo d’Acaia. I Provana furono costretti a prestargli ingenti somme, necessarie per la costruzione del grande castello di Fossano, ed erano consapevoli dei danni portati ai commerci sul Po dalla politica aggressiva degli Acaia. Nel 1350 Giacomo I Provana acquistò da una famiglia di Susa i tre quarti del feudo di Viù, una valle a ovest di Lanzo. I suoi discendenti si fregiarono del titolo di “signori di Leinì e di Viù”, mentre altri Provana andavano insediandosi nel Canavese occidentale, in particolare a Druent[o]. Tali iniziative erano dovute in parte a considerazioni economiche (gli effetti della Peste Nera avevano reso più semplici e convenienti le compravendite fondiarie), in parte al desiderio di rendersi più indipendenti rispetto agli Acaia. I quali nel 1360, prima di accingersi all’assedio di Ivrea, avevano imposto a Carignano il predominio d’una famiglia guelfa rivale dei Provana, i Sartoris. Nonostante i legami dinastici tra i Savoia e gli Acaia, i primi non potevano permettersi di perdere Ivrea. Amedeo VI raccolse truppe mercenarie e nel maggio 1361 fece prigioniero Giacomo d’Acaia. A parole i principi promisero di rifondere i Provana, ma ben presto s’impegnarono in un nuovo conflitto, contro il marchesato di Saluzzo. I signori di Leinì anziché attendere il corso degli eventi s’impegnarono contro Filippo II d’Acaia, e ciò non fece piacere ai Savoia. I Provana riuscirono a rientrare a Carignano solo nel 1369, dietro pagamento di una pesante multa: 6.000 fiorini d’oro; dovettero anche cedere la Loggia ai Darnelli, altra famiglia legata agli Acaia. Per rimettere piede a Leinì dovettero attendere il 1379. Nel corso dei due secoli successivi i Provana si mostrarono fedeli sostenitori dei Savoia, accettando cariche spesso poco più che onorifiche (castellani, precettori, funzionari) che assicuravano comunque un certo prestigio e ne consolidavano l’ascesa sociale nell’ambito della nobiltà piemontese; allo stesso tempo moltiplicarono le loro linee gentilizie, mediante l’acquisizione di nuovi diritti feudali ogni qualvolta se ne presentava l’occasione. Nel ‘500, prima di costruire i loro palazzi nella nuova capitale, Torino, avevano consolidato i possedimenti lungo il corso del Po (Pancalieri; San Mauro), nelle valli di Lanzo e in quella di Susa, dove i Provana per secoli nominarono gli abati di Novalesa, la grande abbazia che controllava l’accesso allo strategico Passo del Moncenisio. Una caratteristica di questa famiglia erano i matrimoni tra membri della parentela. Tale prassi era spesso originata dal desiderio di evitare un eccessivo frazionamento nella titolarità dei diritti feudali o – peggio – il rischio che, in mancanza d’eredi maschi, tali diritti dovessero venir restituiti alla Camera Ducale. Un esempio: nel 1385 la duchessa Bona di Savoia vendette a Giacotto e a Saladino Provana, padre e figlio, un quarto dei diritti feudali su Leinì. Da quel momento i due poterono legittimamente definirsi “co-signori di Leinì”, pur non avendo legami diretti con i discendenti del già nominato Giacomo “co-signore di Leinì e Viù”. Saladino, già signore di Castelreinero (con cui è noto questo ramo dei Provana) fece una brillante carriera quale governatore di Susa; ma per quanto riguarda Leinì, egli rimase a lungo titolare solo di un ottavo del feudo, essendo stato l’altro ottavo attribuito, dopo la morte del padre, al fratello minore Tommaso. Ancora nel 1561 un certo Ercole Provana del ramo “della Gorra”, proprietario terriero a Ciriè, si fregiava del titolo di co-signore di Leinì, pur possedendone soltanto “la terza parte di un ottavo”. Il più noto tra i signori di Leinì fu Andrea Provana (1511 – 1592), la cui figura è stata celebrata nel corso del 2011 con diverse conferenze e manifestazioni pubbliche, in occasione dell’anniversario della Battaglia di Lepanto (1571), nel corso della quale egli comandò la piccola squadra navale sabauda e si batté con onore. In questa sede mi limiterò a sottolineare la continuità d’azione tra Andrea e il padre, Giacomo III, con il quale condivise l’avversione nei confronti dell’incombente presenza francese in Piemonte e la fiducia nel nuovo duca Emanuele Filiberto. Giacomo sposò in seconde nozze la vedova d’un cugino, riunendo così oltre i tre quarti del feudo di Leinì; s’era messo in luce quale castellano di Ciriè, e poi di Lanzo dal 1544, quando i cittadini si autotassarono pur di tornare sotto i Savoia e non essere ceduti alla Spagna. Collaborò in delicate missioni diplomatiche con il cugino Giovanni Battista Provana, che fu vescovo di Acqui e poi di Nizza, cioè il porto in cui Andrea avrebbe trascorso gli anni più intensi d’una fulgida ed avventurosa carriera di comandante ed amministratore. L’ammiraglio, consapevole del fatto che avrebbe dovuto cedere parte dei diritti feudali al fratellastro Gaspare, pur essendo molto legato a Leinì s’impegnò, dopo il 1560, a rivendicare e valorizzare il feudo di Frossasco, presso Pinerolo, portatogli in dote dalla seconda moglie, Caterina Spinola, vedova d’un vecchio amico di Giacomo, il conte Charles de Montebel. Gli eredi francesi del conte, i potenti ugonotti d’Entremont, intrapresero una lunga vertenza legale contro Andrea, il quale, grazie all’appoggio del Duca, vinse la causa. Nel frattempo aveva ampliato per via ereditaria la sua quota di possesso su Leinì ed aveva ottenuto altri titoli comitali, su Balangero e su Alpignano. Un suo importante successo furono le trattative con la casata genovese dei Doria, che condussero alla permuta di Ciriè con il porto di Oneglia, molto più vicino di Nizza alla capitale sabauda. Gli ultimi anni del vecchio guerriero, che aveva sconfitto i musulmani nelle acque di Malta ed in quelle del Marocco, furono amareggiati dalla morte dell’amata consorte (1583), dalla ripresa in grande stile delle campagne militari contro i francesi e dal progressivo disfavore del Duca Carlo Emanuele, il quale confidava sull’abilità diplomatica (e sui generosi prestiti) del nuovo leader dell’antica famiglia: il prefetto di Mondovì Giovanni Francesco Provana (1551-1625), che fu ricompensato per la definitiva cessione ai Savoia del marchesato di Saluzzo con il titolo di conte di Collegno. Altri articoli di questo autore |



