| La Correggio di Azzo e di Petrarca |
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| Scritto da Francesco Ronchi |
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Le vicende di una famiglia che dal Trecento in poi controllò una porzione di pianura a sud del Po compresa tra l’Enza e il Crostolo. Correggio, con i suoi 25 mila abitanti, è il centro più importante della Pianura Reggiana. L’economia della zona fino agli anni ‘60 era legata sostanzialmente all’agricoltura e l’allevamento, poi durante il boom economico si sono moltiplicate le piccole e medie aziende, profittando anche della prossimità del casello autostradale di Carpi, importante polo economico modenese. La via più animata del centro storico è il Corso Mazzini, i cui portici furono realizzati nell’800 dopo l’abbattimento del tratto nord occidentale delle antiche mura. La sorte del sistema difensivo era stata segnata già nel ‘600, quando un breve tratto venne inglobato nel nuovo Teatro, e poi nel ‘700, con la realizzazione della nuova parrocchiale di S. Quirino. In sintesi, il bisogno di nuovi spazi pubblici e privati, che testimoniava del progressivo sviluppo delle attività economiche, faceva da contrappunto alla decadenza della famiglia Correggio. Ancora per tutto il 500 gran parte del centro storico era occupato dal Palazzo di questa dinastia, dove operò anche il più famoso cittadino del paese, il pittore Antonio Allievi (1489-1534). Ma il Principato di Correggio non sopravvisse, nel 1633, ai contraccolpi europei del conflitto per la successione dei Gonzaga nel Monferrato e a Mantova. L’esercizio dell’arte della guerra ed un’accorta gestione delle nomine a podestà di alcune importanti città del Centro-Nord consentì nel Due-Trecento ai Correggio il controllo della porzione di pianura a sud del Po compresa tra l’Enza e il Crostolo; i legami matrimoniali e d’interesse con esponenti delle maggiori dinastie venete, quali i Carraresi e gli Scaligeri, accrebbero il loro ruolo nel contado parmense, all’epoca nominalmente soggetto all’autorità ecclesiastica. Il papa francese Giovanni XXII, una volta consolidata la sede pontificia di Avignone, inviò in Emilia il nipote Bertrando del Poggetto, il quale dal 1322 si servì (tra le altre) delle milizie feudali dei fratelli Correggio, consentendo loro quale ricompensa d’espandersi nell’Oltrepò Mantovano. Tuttavia essi durante la conquista di Imola si dimostrarono avidi e crudeli; così Bertrando, volendo mostrarsi amico dei nuovi sudditi bolognesi, nel 1327 tolse loro Luzzara, Suzzara e S. Benedetto Po. I Correggio puntarono quindi ad accrescere l’influenza su Reggio (dove scofissero i Roberti) e su Parma, contrapponendosi alle famiglie legate ai Rossi. Azzo (1303- 1362), il più colto tra i quattro fratelli, già prevosto di Fidenza, nel 1336 si recò in ambasciata ad Avignone dal nuovo papa Benedetto XII per conto della signoria scaligera; in tale occasione divenne grande amico del poeta Francesco Petrarca (1304-1374), in quel periodo legato alla potente famiglia dei Colonna. Azzo sperava d’ottenere la guida della diocesi di Verona; sfumato il progetto, nel 1337 fondò la rocca di Colorno e nel 1339 tornò ad Avignone, dove ottenne la dispensa dai voti ecclesiastici, per poi sposare una Gonzaga. Due anni più tardi l’amico Petrarca, qualche settimana dopo aver ricevuto a Roma la laurea di sommo poeta, entrò trionfalmente a Parma a fianco di Azzo, il quale aveva deciso di ribellarsi agli scaligeri accordandosi con il dominus di Reggio Filippino Gonzaga, con Firenze e con Luchino Visconti. Il dominio dei Correggio era però instabile, anche a causa dei contrasti tra fratelli; nell’ottobre 1344 a sorpresa Azzo vendette Parma al signore di Ferrara Obizzo d’Este, rendendogli più semplice il successivo attacco a Reggio. Guido riuscì a mantenere il controllo su Bescello, Guastalla e Correggio, e nel gennaio 1345 tolse ad Azzo Castelnovo; da quel momento, e per almeno vent’anni, i Correggio dovettero rinunciare all’ambizione d’essere i reggitori d’un proprio stato regionale, anche perché finirono nell’orbita dei Visconti, cui del resto era andato legandosi anche Francesco Petrarca. Il quale non rinnegò mai l’amicizia per Azzo nonostante la “disinvoltura”con cui quest’ultimo nel 1354, qualche anno dopo essersi ufficialmente riconciliato con gli scaligeri, aveva tradito la fiducia del signore di Verona, Cangrande. Il quale gli sequestrò tutti i beni ed impose una forte taglia per il riscatto dei suoi due figli. Capitano al soldo della lega anti-viscontea, espugnò Magenta, Castano Primo e Novara (1357). Sperava d’ottenere la signoria su Vercelli, ma - auspice Petrarca - s’accordò con Bernabò Visconti, ottenendo la restituzione dei beni nel Parmense. Altri articoli di questo autore |



