| “In attesa degli altri corridori, trasmettiamo musica da ballo” |
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| Scritto da Alessandra Monguzzi |
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Le imprese di Fausto Coppi e di Costante Girardengo, i due ciclisti originari di Novi Ligure cui la città ha dedicato il museo dei campionissimi
Se passando per Novi Ligure, nell’Alessandrino, vi capitasse di transitare davanti al museo dei campionissimi, non esitate a dedicarvi una visita, anzi una doverosa visita, in quanto esso, inaugurato nel 2003, è dedicato a due fuoriclasse del mondo del ciclismo di origine novese, Costante Girardengo e Fausto Coppi (quest’ultimo nato però a Castellania, una ventina di chilometri più ad est, verso il Tortonese), che meritano il ricordo di tutti, sportivi e non sportivi. Dato lo spessore dei due campioni, del tutto logico è che i 3000 metri quadri del museo si rivelino una vera e propria storia della bicicletta e del ciclismo agonistico della prima metà del ventesimo secolo: Costante Girardengo, nato nel 1893, è stato infatti un superbo professionista delle due ruote dal 1912 al 1936, mentre Fausto Coppi, di una generazione successiva, fu il campionissimo, per soprannome e per definizione, dal 1939 al 1959. Di Costante Girardengo, nato a Novi nel 1893, incominciamo a ricordare che ha vinto due volte il Giro d’Italia, sei volte la Milano-Sanremo, tre volte il Giro di Lombardia e che si è aggiudicato ben nove campionati italiani su strada, un autentico record questo, in un periodo storico in cui la rete stradale italiana era quello che era e ciononostante si organizzavano competizioni oggi impensabili, come quella granfondo Roma-Napoli-Roma, di 610 chilometri, da lui vinta nel 1912, o come la tappa più lunga mai disputata al Giro d’Italia, la Lucca-Roma di 430 km, del 1914. Superato il periodo della Grande Guerra, Girardengo ricominciò subito a correre e naturalmente a imporsi: fu secondo nella Milano Sanremo del 1917, e primo nel ’18, e così nel ’21, nel ’23, nel ’25, ’26 e ’28 per un totale di sei successi, record battuto cinquanta anni dopo solamente da Eddy Merckx, un altro che con i pedali non scherzava. Due le sue vittorie al Giro d’Italia, nel 1919, quando conservò la maglia rosa dalla prima all’ultima tappa, vincendone sette, e nel 1923. Negli stessi anni si impose anche tre volte in un’altra “classica” del ciclismo italiano, il Giro di Lombardia, che vinse nel 1919, 1921 e 1922. Nonostante i nove campionati italiani conquistati, non riuscì mai ad imporsi all’estero: al Tour de France del 1914 si ritirò alla quinta tappa, e non partì nell’edizione del 1919. Quanto ai Campionati mondiali, fu secondo alle spalle di un altro nume emergente del ciclismo italiano, Binda, nella prima edizione tenutasi al Nuerburgring nel 1927, e si ritirò nell’edizione dell’anno successivo, disputata a Budapest. Sotto l’incalzare dei più giovani, lasciò le competizioni nel 1936, dopo aver vinto 94 corse su strada e 165 su pista, ma non abbandonò il mondo del ciclismo: nominato commissario tecnico della nazionale di ciclismo, guidò Bartali al successo nel Tour de France del 1938. Girardengo si è spento nel febbraio del 1978, sopravvivendo così ben 18 anni a Fausto Coppi, molto più giovane d’età (era del 1919, mentre Girardengo era del 1893) ma purtroppo nel 1960 colpito da una malattia che lo stroncò: gli attacchi febbrili della malaria contratta durante una manifestazione ciclistica in Burkina Faso vennero curati come se fossero provocati da una grave forma d’influenza. Se questa fu la sua fine, parliamo ora dei suoi inizi nel mondo del ciclismo, ricordando che colui che doveva diventare uno dei più popolari atleti italiani incominciò a gareggiare fra il 1937 e il 1939, mostrando subito le sue potenzialità visto che nel 1940 diventò professionista e si iscrisse al Giro d’Italia con la squadra di cui era capitano Gino Bartali. Una caduta escluse però il caposquadra dalle possibilità di vittoria finale, e ciò consentì a Fausto di scatenarsi: nella tappa Firenze-Modena si lanciò in una fuga incredibile che gli valse il primato in classifica e la maglia rosa, che portò trionfalmente fino a Milano, diventando così il più giovane corridore - aveva solo vent’anni - capace di vincere il Giro. Dopo la seconda guerra mondiale, ne conquistò altri quattro, nel ’47, ’49, ’52 e ’53, a cui aggiunse un incredibile numero di trionfi, quali due Tour de France nel 1949 e nel 1952, cinque Giri di Lombardia (1946, 1947, 1948, 1949 e 1954), tre Milano-Sanremo (1946, 1948 e 1949), la Parigi-Roubaix e la Freccia Vallone nel 1950. In più, si impose come Campione del mondo nel 1953. Fausto del resto era un corridore completo, capace di vincere su strada come su pista: non a caso fu anche Campione del mondo d’inseguimento nel ‘47 e nel ‘49, e primatista dell’ora (45,798 km) dal 1942 al 1956. Detto molto sommariamente dei suoi successi, vediamo ora alcune voci della sua leggenda. Partendo da quella Milano Sanremo del 1946 dove, visto che al Passo del Turchino il campione aveva quasi un quarto d’ora di vantaggio sul secondo, il radiocronista - Nicolò Carosio - poté annunciare “Primo Fausto Coppi. In attesa degli altri corridori, trasmettiamo musica da ballo”. Tre anni dopo, fu un altro radiocronista a pronunciare una frase (“Un uomo solo è al comando; la sua maglia è bianco-celeste; il suo nome è Fausto Coppi”) che sarebbe entrata nella storia. Nel 1950, poi, alla Parigi-Roubaix vinta dal campionissimo, il secondo classificato Maurice Diot all’arrivo esultò come se avesse vinto, “perché Coppi era fuori concorso”. E oltremodo leggendaria fu la sua rivalità con Gino Bartali, rivalità che divise gli sportivi italiani in due parti: da un lato i sostenitori del piemontese, dall’altro quelli del “toscanaccio”. Già ricordata l’occasione della sua scomparsa avvenuta nel gennaio del 1960, è appena il caso di citare che le cronache rosa dell’epoca si nutrirono a lungo dell’amore del campione per una donna sposata, conosciuta durante una gara e soprannominata da un giornalista francese “la Dama Bianca”, per il colore del montgomery che indossava. A più di cinquant’anni dalla morte, Fausto Coppi rimane sempre un mito del ciclismo e un amatissimo protagonista della storia sportiva d’Italia. Uscendo dal museo dei campionissimi, non dimenticate che Novi Ligure offre altri spunti per una visita. La città infatti nel XVII e XVIII secolo fu un rinomato centro di villeggiatura delle ricche famiglie genovesi, come dimostrano i numerosi palazzi nobiliari che si raccolgono nel centro storico della città, e le ville e le tenute del suo circondario. Fra i primi, ricordiamo Palazzo Negroni con le sue due meridiane, una della quali basata sul calendario rivoluzionario francese, e fra le seconde la tenuta La Marchesa, una villa di campagna della seconda metà del XVIII secolo oggi monumento nazionale. Da non trascurare infine la pieve di Santa Maria, che risale al XII secolo e che conserva al suo interno un affresco dipinto da Manfredino Boxilio e datato 1474, e la chiesa di Santa Maria Maddalena, nel cui oratorio si conserva un imponente Calvario composto da 21 statue lignee e da due cavalli a grandezza naturale, opera di intagliatore ignoto, e un Compianto sul Cristo costituito da 8 figure in terracotta, tutte opere della seconda metà del Cinquecento. Altri articoli di questo autore |



