Domenica 20 Maggio 2012
Home La Banconota - Nuove filiali I Greppi a Rubiera
I Greppi a Rubiera PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Ronchi   

Come le antiche opere pie presenti nel paese passarono di mano attraverso i secoli, fino ad entrare in possesso di una delle famiglie più ricche di Milano

Rubiera, caposaldo dei Reggiani là dove la Via Emilia incrocia il Secchia, ai piedi dell’Appennino, nel 1423 venne “scippata” ai Boiardo dal duca Niccolò III d’Este, in cambio della contea di Scandiano.

Pochi anni dopo il duca diede campo libero a Rubiera ai Sacrati: dopo il clamoroso caso della moglie Parisina Malatesta, che aveva fatto decapitare nel 1425 insieme all’amante (Ugo, uno dei suoi figli), per il geloso Niccolò era indispensabile conservare l’appoggio delle maggiori casate ferraresi. Il controllo dei Sacrati, un ramo dei quali s’era inserito con successo anche a Firenze, venne sancito a Rubiera dalla costruzione del Palazzo oggi sede municipale. Tuttavia il borgo - come ribadì nel 1442 Leonello d’Este - rimase soggetto ai duchi, che preferivano lasciare sia ai reggiani che ai modenesi la speranza d’assicurarsi il controllo delle rive d’un fiume soggetto a piene rovinose, ma che consentiva acqua e foraggio al bestiame.

I rapporti con il governo divennero problematici dopo il 1523: i duchi, coinvolti nella complessa lotta tra gli Asburgo e i Valois per la supremazia in Italia, decisero di trasformare le mura del Forte in bastioni resistenti alle artiglierie e fecero abbattere gli edifici circostanti nel raggio di 500 metri. Venne distrutto anche l’antico “hospitale” di S. Maria, situato al’imbocco del ponte sul Secchia, che da secoli garantiva ai viandanti cibo, alloggio per una notte e anche qualche cura medica. Aldobrandino Sacrati, i cui avi sin dal 1433 ne amministravano il patrimonio fondiario, decise allora di far costruire un nuovo grandioso edifico su terreni propri posti a nord dell’abitato, in corrispondenza d’un antico guado, i cui diritti di passaggio furono concessi all’hospitale. La costruzione di questo grande complesso rinascimentale, restaurato e riaperto al pubblico in anni recenti, non fu sufficiente a segnare un’inversione di tendenza nella realtà economica locale, fortemente condizionata dalle servitù militari.

Nel 1569 il Podestà Battista Cefalo segnalava al Duca la continua emorragia di abitanti, che abbandonavano le case. Lui si preoccupava più per la conseguente difficoltà di difendere il borgo che per i riflessi sull’economia. Non era infrequente tra i giovani la scelta d’andare a prestare il servizio militare in altre zone, nonostante la minaccia di sanzioni pecuniarie e corporali.

Nel XVIII secolo, durante la lunga permanenza al potere di Francesco III, andò ulteriormente consolidandosi il ruolo di Modena quale effettiva capitale del ducato; lo era diventata legalmente dal 1598, dopo che il papa Clemente VIII era riuscito a sottrargli la signoria su Ferrara, grazie al decisivo sostegno della nuova dinastia francese, i Borbone. Francesco III, molto legato alla corte austriaca, introdusse nei suoi stati alcune riforme di matrice illuministica. Tra queste, l’accentramento a Modena delle funzioni assistenziali, sia per i malati che per gl’indigenti, con conseguente soppressione delle antiche opere pie diffuse sul territorio, il cui patrimonio fondiario venne utilizzato per portare a termine la costruzione dell’Ospedale di S. Agostino e dell’Albergo delle Arti (oggi Palazzo dei Musei).

Così scriveva confidenzialmente nel 1767 il segretario del duca: “Fra i Luoghi pii soppressi... [gli] Ospedali di Pellegrini, divenuti ricettacolo di vagabondi e birbanti, infesti moltissimo alla pubblica quiete; e tra questi è stato un luminoso colpo ... la soppressione [di quello di Rubiera], di cui oltre ai ragguardevoli fondi... si sono ritirate anche tutte le suppelletili mobili e utensili...” . Nell’atto pubblico d’acquisizione (maggio 1765) il duca aveva promesso che i poveri di Rubiera non sarebbero stati dimenticati, ma da Modena non giunsero che briciole, se paragonate al gettito assicurato dalle mille biolche di terreno sino ad allora gestite dai Sacrati. Le proteste servirono solo ad aggravare la situazione: nel 1768 il governo requisì anche l’antico convento dei francescani, cui erano stati legati dai nobili personaggi ivi sepolti varie forme d’elemosina ed assistenza.

A togliere il duca dall’imbarazzo di cercare tra i suoi sudditi un compratore disposto a sfidare il risentimento della popolazione pensò uno degli uomini più ricchi di Milano, strettamente legato a Vienna: Antonio Greppi (1722-99), un mercante originario della Val Gandino che solo dal 1778 poté fregiarsi del titolo di conte. Egli investì subito forti somme nella trasformazione dell’Ospedale in un’azienda agricola e del convento in un palazzo nobiliare, affidato al figlio Marco, sposo dal 1785 della nobile pavese Teresa Opizzoni.

 

 



Altri articoli di questo autore

Albano e le vie dei Castelli
Su e giù attraverso la storia lungo le antiche strade...
Continua >>
Le due sponde del Reno a Casalecchio
Le attività produttive, gli edifici sacri, i castelli, le caserme...
Continua >>
 

Gli articoli di questo mese

Vita aziendale
Polonia: passato e presente Dal 22 al 24 ottobre scorso, la...
Continua >>
Origini e contenuti della cucina...
Nel 2010, in piena globalizzazione, da un punto di vista...
Continua >>
Quando la poesia diventa musica
Trent’anni fa, in una strada di New York, uno squilibrato...
Continua >>
Cantù, la piccola capitale del...
Per diversi secoli, la lavorazione di pizzi e merletti è...
Continua >>
Ferdinando Martini, docente, commediografo, pubblicista
L’Ottocento a Firenze attraverso l’occhio di un testimone: dal ritratto...
Continua >>

Cerca nel sito