Domenica 20 Maggio 2012
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Scritto da Francesco Ronchi   

I fiammiferai di Moncalieri | Nuove filiali

Come e perché questa zona che oggi fa parte dell’hinterland torinese divenne sede di importanti stabilimenti per la lavorazione dello zolfo

di Francesco Ronchi

 

Nei quasi 48 km del territorio di Moncalieri, di cui fanno parte anche tredici frazioni, s’incontrano, oltre al Po, gli affluenti Sangone, Chisola e Banna. I quartieri industriali fanno ormai parte dell’hinterland sud di Torino, ma nella zona collinare rimangono tracce consistenti delle attività agricole. Nel Medioevo i barconi da carico giungevano sin sotto le mura dell’antica Porta Navina, là dove oggi una pensilina accoglie gli utenti delle autolinee. L’edificio più noto della Moncalieri storica è il castello da dove nel novembre 1849 re Vittorio Emanuele II chiese ai sudditi savoiardi d’eleggere una Camera disposta ad accettare l’armistizio con l’Austria. Si dice sia una fondazione dei Templari, che nel ‘200 avevano ottenuto il controllo del ponte sul Po e dell’hospitale, frequentato dai pellegrini lungo la via Franchigena. L’ Ospedale Santa Croce nei secoli è stato ospitato in molteplici sedi; in attesa del trasferimento a Carpice, da cent’anni si trova in quella donata dall’industriale del fiammifero Ambrogio Dellachà (1824 -1916).

La produzione su vasta scala di fiammiferi e cerini risale alla prima metà dell’Ottocento, quando per le capocchie veniva utilizzata una piccola quantità di fosforo bianco. Molti dei pionieri italiani del settore aprirono la loro attività in Piemonte, regione che pur non possedendo giacimenti della materia prima (la fosforite) era ben collegata ai circoli finanziari ed industriali della Francia.

Nel 1845 il genovese Francesco Lavaggi aprì una fabbrica a Trofarello, a metà strada tra Chieri e Moncalieri; in questa cittadina sino ad allora votata all’industria tessile giunse una decina d’anni dopo dalla natia Novi Ligure il Dellachà, attratto dalla ferrovia e dal mercato del bestiame. Il treno dal 1848 collegava Moncalieri a Torino e dal 1853 a Genova, approdo per la fosforite del Magreb; dalle carcasse degli animali si ricavavano il nero d’ossa e le pelli scamosciate per filtrare i vapori di fosforo. Dellachà sapeva che il fosforo intossica, e pagava al meglio gli operai (molte le donne): non a caso il primo sciopero avvenne solo nel 1894.

In quel periodo tutti ormai sapevano che la soluzione era il fosforo rosso, atossico. Gli svedesi l’impiegavano già da dieci anni, ma aveva il difetto d’essere più costoso. C’era poi il problema dello stabilimento, l’attuale sede della Pretura: esso ormai era insufficiente, così alcune fasi della lavorazione erano affidate a cottimiste. Si riducevano i costi del personale, ma un po’ a scapito della qualità; a trarne vantaggio era anzitutto una concorrente locale, la Abbona & Romagna. Per i produttori nazionali ormai i margini di guadagno erano ridotti, anche perché pur di mantenere la clientela le aziende facevano a gara nel confezionare gli umili fiammiferi in scatole decorate con bellissime (e costose) litografie a colori.

Accordi tra i produttori - Per finanziare la spedizione in Etiopia, il governo Crispi nell’agosto 1895 aveva introdotto l’obbligo di porre su ogni pacchetto l’attestazione del pagamento dell’imposta di fabbricazione. L’occhiuto Fisco italiano temeva che pagamenti forfettari potessero indurre gl’industriali a dichiarare di produrre per l’esportazione e non per il mercato interno. Ciò non sarebbe stato difficile per il fiammerificio di Moncalieri, dato che da anni il fratello di Ambrogio, Gaetano, aveva aperto con successo una filiale in Argentina, dedita anche all’import/export di materie prime e di cappelli in feltro. La Dellachà versò nel 1896 all’Erario 940 mila lire, cioè 1/7 del totale raccolto in Italia.

Alcuni tra i maggiori produttori decisero ch’era il momento di superare antiche rivalità e di unirsi in una sorta di cartello, in grado d’ottenere dallo Stato garanzie in merito all’assorbimento della produzione. La Soc. An. Fabbriche Riunite Fiammiferi venne costituita a Milano alla fine del 1898; tra le tredici aziende fondatrici c’erano anche le due di Moncalieri, e Dellachà ottenne la vice presidenza. Tuttavia la direzione della nuova società fu sin dal principio nelle mani degli azionisti “milanesi” della maggiore produttrice italiana di cerini, l’azienda fondata nel 1870 dall’ex garibaldino Giacomo Medici: essi disponevano di capitali e di appoggi politici. Nonostante il numero consistente delle aziende piemontesi, s’investì soprattutto a Magenta (Medici), a Fucecchio (F.lliTaddei) e a Venezia Cannaregio (L. Baschiera).

Durante l’età giolittiana s’accentuò il fenomeno della concentrazione gestionale, culminata durante la Grande Guerra con la creazione del Monopolio e, dal 1923, con una serie di Convenzioni tra lo Stato ed i produttori. In epoca fascista la Riunite si trasformò nella Saffa, un “colosso” dai piedi d’argilla che alla fine degli anni ‘60 chiuse definitivamente le sue fabbriche a Moncalieri, fatte poi oggetto d’interessati progetti di recupero urbanistico, tra cui la Biblioteca.

 



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