| Ferdinando Martini, docente, commediografo, pubblicista |
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| Scritto da Francesco Ronchi |
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L’Ottocento a Firenze attraverso l’occhio di un testimone: dal ritratto di un tessitore fino ai giudizi su temi “dimenticati” dalla storiografia risorgimentale Nel 1922, pochi mesi prima della Marcia su Roma e della nascita del primo governo Mussolini, uno dei più noti editori fiorentini tra Otto e Novecento - Enrico Bemporad - pubblicò una selezione delle memorie di Ferdinando Martini (1841-1928): commediografo, docente alla Normale di Pisa, pubblicista (al Fanfulla), deputato (dal 1876 al 1919), più volte sottosegretario e ministro (dell’Istruzione e delle Colonie), legato alla massoneria. Il volume, Firenze granducale, riprendeva gran parte dei capitoli già pubblicati dal Martini a partire dal 1909, due anni dopo la conclusione del lungo e fruttuoso periodo trascorso al governo dell’Eritrea; esso conobbe un successo forse ormai insperato dall’anziano “colonialista”, il quale aveva già deciso di ritirarsi nella splendida villa neogotica di Monsummano, a pochi Km da Montecatini. Nel 1923 Martini ottenne la sospirata nomina a senatore, che gli era stata negata da Giolitti (il quale non gli aveva perdonato il passaggio tra le fila degli interventisti) e nell’ultima parte della sua esistenza continuò a lavorare alle proprie memorie e si avvicinò al fascismo: fu uno dei circa 250 firmatari del Manifesto degli intellettuali fascisti fatto pubblicare nell’aprile 1925 su iniziativa di Giovanni Gentile. Tra le pagine più intense del Martini, quelle dedicate a Tommaso Cogo, un anziano ex tessitore d’origine comasca che era giunto verso il 1804 a Firenze, dove all’epoca “la spola correva su 1.500 telai e le sete nere dei Matteoni si smerciavano, braccate, sui maggiori mercati d’Europa”. Il Cogo non aveva una grande istruzione; innamoratosi della città, aveva capito di non voler continuare a fare l’operaio, come il fratello, e prima di entrare a servizio di Casa Martini diede fondo ai risparmi facendo il turista. Fu lui, molti anni dopo, a far conoscere ed apprezzare a Ferdinando, un ragazzino ribelle, i tesori di Firenze. “Uno solo di quei servizi lo faceva di mala voglia: il menarmi a marcire ore e ore in una scuola dove non c’era più nulla da apprendere (…); una bella mattina (…) in giro per le vie e per le piazze a vedere quella statua di Donatello, quel tabernacolo (…) e non ci fu museo, galleria, chiesa, non ci fu angolo della città testimone di qualche fatto notevole ov’egli non mi conducesse, raccontando, descrivendo, spiegando con pensiero e parole adeguati alla mia intelligenza di fanciullo”. Il 1849 - Le cose cambiarono con il 1848, quando anche a Firenze era molto viva, tra i giovani, l’adesione ai moti per l’indipendenza e l’unità d’Italia. Ferdinando, forse indotto dal fratello maggiore Francesco, era attratto dal Battaglione della speranza, organizzato dai patrioti nel chiostro dei domenicani di San Marco: “formato di ragazzi dai sette ai dodici anni, ai quali s’insegnava il maneggio del fucile (…): ventiquattro movimenti per arrivare a sparare una cartuccia, secondo i riti dell’esercito toscano”. Cogo aveva capito quanto fosse poco educativo far marciare dei bambini cantando “Siamo piccini - ma cresceremo - combatteremo - per la libertà”, e fece comprendere a Ferdinando l’evolversi della situazione: “Chiese, palazzi, opere d’arte non ce n’erano più da vedere; c’erano invece, spettacolo nuovo, le dimostrazioni (…); tutte sboccavano innanzi a Palazzo Vecchio sede del Governo e del Consiglio legislativo (…). Un giorno sotto la Loggia dell’Orcagna un tale schizzò d’un salto presso alla Giuditta di Donatello e di lassù con molto accalorato discorso provocò più volte gli applausi della folla (…); leggero com’era salito, in un salto discese ed io ammirato dell’agilità da scoiattolo battei le mani. In quelle dimostrazioni guardavo curioso alcuni omaccioni riccamente baffuti e barbuti (…). Un di costoro venne in casa nel febbraio del ’49 a chiedere la mancia per gli operai che avevano innalzato davanti alla chiesa di S. Remigio nostra parrocchia l’albero della libertà; (…) vi tornò nell’aprile ossequioso a chiedere un’altra mancia per gli operai che quell’albero avevano finalmente - così diceva - atterrato”. Questa parte del racconto introduce la rievocazione della fine ingloriosa del governo provvisorio rivoluzionario di cui era capo il dispotico livornese Francesco Guerrazzi. L’11 aprile 1849 Cogo aveva portato il bambino a veder partire i miliziani del Dittatore dalla stazione di S. Maria Novella. Iniziò all’improvviso una sparatoria, e i due furono travolti dalla calca. “Nella via del Melarancio si sparava dalle finestre; dalla via S. Antonino sbucava una torma di popolani con fucili, forche, zappe e bastoni gridando morte e vendetta (…) infilammo una strada donde a corsa scendeva un forte drappello di soldati. Passati che furono scorgemmo sul lastrico sanguinolento il cadavere d’un livornese (…) Giungemmo al Duomo. Ci passò accanto un ragazzaccio che teneva eretto e poggiato sul ventre uno stocco con infilzati brani di cervello e di cuoio cappelluto, e gridava: “Quando le vogliono bisogna dargliele”. E furono [in città] 30 i morti e oltre 50 i feriti, i più gravemente”. Nel decennio pre-unitario - Tommaso e il ragazzino raggiunsero incolumi la casa di via dei Rustici (una traversa che dà su piazza Peruzzi), tuttavia Cogo ebbe un esaurimento nervoso, e pochi mesi dopo morì. “Nei 45 anni che fu in casa nostra aveva messo da parte 4 o 500 scudi. Li lasciava a mio padre”. Il fido servitore sapeva che Vincenzo Martini, cui aveva voluto bene come a un figlio, era abituato a vivere al di sopra delle rendite che provenivano dalle terre di famiglia, in Valdinievole. Nel suo libro Ferdinando ha omesso di ricordare come nel 1862, alla morte del padre, il peso dei debiti lo costrinse a cercarsi un lavoro (giornalista ed insegnante); egli però non manca d’osservare “quanto v’era di singolare in Firenze e in tutta la Toscana, singolare anche più che la mitezza del governo, cioè la facilità del vivere, tale da crederla oggi incredibile…” e cita alcuni esempi, tra cui quello di “Giuseppe La Farina alloggiato in stanze signorili in una delle più belle strade della città [via Borgognissanti], servito e largamente nutrito, nel 1837 spendeva al mese 106 delle nostre lire [valore1912; oggi, circa 407 euro] (...)”. “Nel 1857 per la facilità del vivere Firenze era un Eden ancora. [Mio padre] mi lasciò a Firenze e mi fornì del denaro bastevole al mantenimento e a leciti passatempi. E io potei sistemare bilancio e vita così: prima colazione al caffè Pruneti sull’angolo di via de’ Benci, 4 crazie, seconda colazione dal Lanini in via de’ Calzaioli: pane, carne, formaggio: 5 crazie; desinare Alla Lira da Orsanmichele: pane, vino, due piatti e frutta: 12 crazie (1 lira) [toscana]. Martini dedica molte pagine al 27 aprile 1859, data del passaggio (questa volta indolore) dal governo granducale a quello filo-piemontese: un evento in cui anch’egli giocò un piccolo ruolo, in quanto nipote d’uno degli ultimi ministri di Leopoldo II. Con un certo coraggio, a distanza di tanti anni, si permette una difesa sincera del deposto sovrano dall’accusa d’aver voluto bombardare la città dal Forte Belvedere. Tuttavia fu solo nell’edizione delle Confessioni e ricordi (1859-1892) pubblicata pochi mesi dopo la sua morte dall’amico Alessandro Donati (editore Treves, Milano, 1928) che il vecchio statista osò sottolineare un aspetto delle vicende del 1859 su cui la storiografia risorgimentale aveva preferito “sorvolare”: l’insignificante apporto militare dei toscani alla campagna di liberazione della Lombardia dagli austriaci, da lui motivato - forse un po’ affrettatamente- con la “ripugnanza” dei suoi concittadini nei confronti del servizio militare.
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