Domenica 20 Maggio 2012
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A Porta Venezia il Liberty milanese PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Ronchi   

Nel capoluogo lombardo questo stile si affermò in quella che è oggi la “Zona 3”, in cui ai primi del ‘900 operavano sia le prime grandi società immobiliari, sia le ditte a base familiare di ex capomastri trasformatisi in imprenditori edili.

Nonostante i danni provocati dai bombardamenti del 1943/44 a Milano all’interno della circonvallazione ferroviaria, le facciate Liberty rappresentano ormai da alcuni lustri un centro d’interesse per i turisti in visita nella metropoli ambrosiana. Approfondendo il discorso, tuttavia, ci si imbatte in un paradosso: i compilatori degli interessanti itinerari tra le residenze della “buona borghesia milanese” a cavallo tra XIX e XX secolo attribuiscono indiscutibili caratteri dello stile Liberty a edifici che alcuni “esperti” preferiscono invece ascrivere a movimenti senza dubbio meno facili da definire, l’eclettismo e il modernismo. Secondo tali studiosi il Liberty italiano avrebbe conosciuto una gloria vasta sì, ma effimera, indicata nell’intervallo tra l’Esposizione torinese del 1902 e quella milanese del 1906; in seguito, a causa della sua presunta intrinseca contraddizione ideologica (il voler essere insieme aristocratico e popolare) cui s’accompagnava l’illusione “di integrare arte e cultura nella vita” (Rossana Bossaglia, 1968) il Liberty sarebbe scaduto in “ripetizioni banali e senz’estro”, con l’eccezione di pochi casi in cui committenti danarosi avevano assecondato i capricci onirici dei loro architetti di fiducia.

Per comprendere i termini ed i limiti di questo paradosso può essere utile rifarsi al pregiudizio ideologico in base al quale ancor oggi in molti testi scolastici vengono presentate (o censurate) le pagine e le liriche migliori di Gabriele D’Annunzio. Sia il Liberty che il poeta abruzzese - non per caso coevi - furono soggetti a costanti critiche da parte dei contemporanei, mossi dall’invidia professionale prima ancora che da ragioni estetico-formali; e tali critiche non a caso si fecero più organiche a partire dal 1908, cioè da quando gli effetti della crisi industriale colpirono anche il settore dell’edilizia suburbana di pregio.

Osservava Antonio Agresti, studioso dei Preraffaelliti: “Quali brutture vanno per il mondo sotto il nome di stile liberty e del Modern style, del quale anche in certi edifici di Milano vediamo i saggi non raccomandabili!”; rincarava la dose sull’ Illustrazione Italiana il napoletano Vittorio Pica, fine conoscitore degli Impressionisti: “Goffe e triviali costruzioni, che architetti senza alcun sentimento e gusto d’arte vanno eseguendo (…) da un decennio in qua nei quartieri eccentrici di varie grandi città italiane, male copiando (…) elementi disparati faticosamente ricercati nei molti albi di volgarizzazione neoarchitettonica éditi in Austria e in Germania”.

Il riferimento ai “quartieri eccentrici” giocava sul duplice senso dell’aggettivo: si riferisce alla “bizzarria” del Liberty, ma anche al fatto che i suoi “quartieri” [termine che sarebbe stato adottato pochi anni dopo da Gino Coppedé per il noto intervento in Piazza Mincio a Roma] in genere venivano realizzati in aree residenziali periferiche, dove il costo dei terreni era minore rispetto ai centri storici, peraltro soggetti anch’essi ad un’intensa attività di rinnovamento edilizio.

A Milano fu particolarmente interessata al fenomeno l’attuale Zona 3, il cui territorio s’estendeva a nord e ad est rispetto alla vecchia Stazione Centrale e al popoloso quartiere di case d’affitto realizzato a fine 800 sull’area dell’ex Lazzaretto e dell’ex cimitero di S. Gregorio. In Zona 3 ai primi del ‘900 operavano le prime grandi società immobiliari, ma anche imprenditori con ditte a base familiare, di ex capomastri trasformatisi in imprenditori edili.

Tra i primi sostenitori del nuovo stile a Milano furono i fratelli Galimberti, cui s’era rivolto nel 1904 l’ing. Ermenegildo Castiglioni per la realizzazione del suo nuovo ambizioso palazzo di C.so Venezia: il progetto, affidato al giovane Giuseppe Sommaruga, suscitò grande interesse sulla stampa specializzata ed anche su quella divulgativa, che si soffermava sul potenziale “lascivo” delle due statue femminili previste sulla facciata.

I Galimberti avevano già intrapreso, in quel periodo, la lottizzazione di via Malpighi: strada di nuova costruzione realizzata poche decine di metri fuori dagli ex Bastioni di Porta Venezia e dal piazzale Oberdan, capolinea della società degli Omnibus (S.A.O.), fondata nel 1861, che dal 1876 gestiva l’ippovia Milano-Monza. Dopo l’avvento dei tram elettrici (1901) vennero dismesse le grandi rimesse di cavalli sorte lungo via Sirtori, che ospitavano sino a 280 box, tenuti puliti grazie alle acque della roggia Gerenzana, derivata dalla Martesana dai marchesi Brivio Sforza per irrigare i loro terreni di Rogoredo.

Per il palazzo più importante del nuovo “quartiere” (68 metri di facciata all’angolo con via Sirtori, con negozi e locali pubblici al piano terreno e quattro appartamenti per piano negli altri quattro piani) i Galimberti scelsero Giovan Battista Bossi, architetto-artista ben introdotto negli ambienti dell’edilizia milanese in quanto nipote di Giuseppe Mengoni e marito di Ida Gadda, figlia dell’imprenditore edile Pietro, che gli aveva affidato nel 1893 la costruzione della residenza familiare in Piazza Castello (all’angolo con via Lanza).

Bossi scelse per il basamento il ceppo gentile, una pietra poco costosa fatta giungere, tramite la Martesana, direttamente dalle cave di Trezzo; per isolare dall’umidità il piano terra realizzò una soletta in cemento armato; che, insieme al ferro, gli architetti e decoratori Liberty seppero utilizzare con grande maestria, anche e soprattutto per movimentare le facciate. Ciò che rende il palazzo unico nel suo genere è però la decorazione in ceramica: ben 170 mq; le piastrelle dipinte furono realizzate dai decoratori Brambilla e Pinzauti per conto della Soc. Ceramica Lombarda dell’ing. Bertoni, le balaustre dei balconi in ferro battuto dalla ditta Arcari di Corso Magenta.

I Galimberti nel 1904 convinsero Bossi a trasferire il suo studio da via Fatebenefratelli in Piazza Oberdan 4, tra l’inizio di via Malpighi e via Mascagni; in quell’anno egli realizzò, per loro conto, l’importante Casa Guazzoni, a raccordo ideale tra via Malpighi e via Melzo, l’antico collegamento esterno tra il Lazzaretto e la zona Monforte. In questo caso le decorazioni a fresco vennero affidate all’acquarellista Paolo Sala, ed i ferri battuti al celebre Alessandro Mazzucotelli, già operante alle dipendenze dei Galimberti nel palazzo Castiglioni e, in seguito, nella residenza Liberty eretta dell’architetto Alfredo Campanini in via Bellini, entro i Bastioni.

Col 1906 Bossi, assorbito dai padiglioni della grande Esposizione celebrativa del traforo del Sempione (tra cui quello dedicato alla Pace, pagato dal capomastro Guazzoni) e da altre importanti committenze nella zona di viale Piave, interruppe la collaborazione con questi impresari. Lo stile Liberty s’era ormai affermato in zona; lo si trova con edifici di particolare pregio, oltre che in via Melzo, nella vicina via Pisacane. All’incrocio con via Modena operava, per conto della Società Edilizia Milanese, un altro protagonista dell’Expo 1906, l’architetto Orsino Bongi.

Al n. 24 di via Pisacane U. Menni realizzò un piccolo palazzo dalla caratteristica finestra tripartita. Poche decine di metri più a sud, invece, gl’impresari Cambiaghi avevano commissionato nel 1903 un palazzo in stile floreale ad Ulisse Stacchini (via Pisacane 22); intervennero poi anche al n° 18, affidandolo all’arch. Andrea Fermini, già autore nel 1902 dell’attiguo palazzo Balzarini (n° 16), dalla caratteristica decorazione a foglie d’ippocastano.



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