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Scritto da Enrico Casale
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Nato grazie all’intraprendenza di un appassionato cittadino, l’impianto ha ospitato la sua prima gara, una competizione motociclistica delle classi 125 e 500, il 25 aprile 1953. La Formula 1 vi è arrivata nel 1963, e nel settembre 1980 vi si è tenuto il GP d’Italia
Ammettiamolo, i brianzoli non sono obiettivi quando parlano di Imola. La rivalità tra Monza e la cittadina emiliana è storica e legata tutta all’autodromo. Una rivalità durata anni e che solo ultimamente si è smorzata con l’uscita di scena dell’impianto imolese dal circus di Formula 1. Una esclusione che ha fatto male al motorismo internazionale, che ha perso una piazza storica a favore di strutture di Paesi senza tradizione sportiva.
Le origini
L’autodromo imolese è nato grazie all’inventiva e alla intraprendenza di Francesco «Checco» Costa (1911-1988), protagonista del motorismo imolese. Diventato presidente del Moto club imolese, alla fine degli anni Quaranta inizia a organizzare corse di velocità sulle strade cittadine. La prima gara si tiene nel 1946. L’anno dopo si replica. Il successo di quelle manifestazioni è grande e Costa capisce che le strade della sua città non bastano, è necessario costruire una struttura permanente e più sicura. Così il 4 ottobre 1947 presenta la sua idea al consiglio comunale. Dopo alcune riunioni con gli amministratori comunali, il 25 novembre nasce l’Ente sport e turismo imolese (Esti), la società di gestione del circuito e nel 1948 si comincia a progettare il circuito.
Bisogna però aspettare il 22 marzo 1950 per assistere alla cerimonia della posa della prima pietra del tracciato imolese. Ma già il 19 ottobre le vetture sportive sono in pista. Il primo collaudo data 19 ottobre quando Alberto Ascari, Giannino Marzotto e Luigi Villoresi provano una Ferrari 340 Sport. In quella stessa occasione scende in pista anche il campione di motociclismo Umberto Masetti con la sua Gilera. Si tratta però solo di test. La prima gara si tiene infatti il 25 aprile 1953 quando il circuito ospita una competizione motociclistica valevole per il campionato italiano delle classi 125 e 500. L’automobilismo invece fa il suo debutto il 20 giugno 1954 con la Conchiglia d’oro Shell per vetture Sport. Umberto Maglioli su Ferrari arriva primo. Presero parte alla stessa gara anche Colin Chapman e Jack Brabham, due futuri protagonisti dell’automobilismo mondiale. Un altro big dell’automobilismo, Bernie Ecclestone, corre a Imola nel 1959 in una gara di motociclismo in sella a una Norton Max.
Piano piano, l’autodromo entra nei calendari di molte categorie automobilistiche e motociclistiche, soprattutto per quel che riguarda le gare endurance, con la 1000 chilometri automobilistica e la 200 miglia motociclistica. La prima edizione di quest’ultima si svolge nel 1972 ed è vinta da Paul Smart su Ducati davanti a un pubblico di oltre 70.000 spettatori. L’ultima edizione della 200 Miglia si è disputata nel 1985 ed è stata vinta da Eddie Lawson su Yamaha. Tra le gare motociclistiche non si può dimenticare il GP delle Nazioni del 1967, prima gara del motomondiale organizzata sul circuito del Santerno.
La Formula 1 fa capolino la prima volta il 21 aprile 1963 quando l’impianto del Santerno ospita una gara non valida per il campionato mondiale. A vincerla è l’indimenticato campione Jim Clark alla guida della sua Lotus Climax Brm con la quale, a fine stagione, si laureerà campione del mondo. Bisognerà però aspettare ancora molti anni prima di vedere le monoposto della massima formula sfrecciare sull’asfalto imolese.
Il decollo
Gli anni Settanta rappresentano un periodo di svolta per il circuito. Nel 1970 l’autodromo viene intitolato a Dino Ferrari, il figlio di Enzo prematuramente scomparso negli anni Cinquanta a causa della distrofia muscolare (il 14 agosto 1988 alla morte di Enzo verrà poi affiancato al nome di Dino quello del Drake). In quello stesso periodo vengono realizzate importanti modifiche nella zona del traguardo, con la costruzione della variante bassa, per rallentare le percorrenze nel rettilineo dei box, e della variante alta, per spezzare il tratto che scollinava verso le curve della Rivazza. Sempre negli anni Settanta, la direzione dell’autodromo riallaccia i contatti con la Formula 1. Per venire incontro alle esigenze del circus vengono realizzate altre modifiche, quella più evidente è la chicane inserita nella curva delle Acque minerali. Conclusi i lavori, la Federazione automobilistica decide di assegnare il Gran Premio d’Italia al circuito del Santerno, sottraendolo all’autodromo di Monza. Il Gran Premio si svolge il 14 settembre 1980. Ma già l’anno successivo il Gp d’Italia torna a Monza e, per aggirare la norma che vuole un solo Gp per Paese, a Imola viene assegnato il Gran Premio di San Marino.
Quella del 1994 è stata l’edizione del Gp di San Marino più drammatica. Venerdì 29 aprile, durante le prove, Rubens Barrichello si schianta all’uscita della variante bassa, ma nonostante il grave incidente riporta solo ferite non gravi. Il giorno successivo l’ala anteriore della Simtek di Roland Ratzenberger si stacca, l’auto va a schiantarsi e il pilota muore. Domenica 1º maggio, il giorno della gara, Ayrton Senna esce al Tamburello per la rottura dello sterzo e va a finire contro il muro. Trasportato all’ospedale di Bologna, il campione brasiliano muore poche ore dopo.
Addio F1
Dopo questa gara, il circuito viene rivisto più volte in più punti. Il Gran Premio di San Marino si corre sino al 2007. Nel 2008, nonostante il contratto con la Federazione scada nel 2009, la gara non viene organizzata in quanto i pesanti lavori di ammodernamento non sarebbero stati completati in tempo utile per l’effettuazione del Gran Premio. A questo va poi aggiunta la pesante crisi che ha travolto la Sagis, ovvero la società che gestiva l’autodromo.
Fuori dal Circus, l’autodromo di Imola inizia a ospitare gare internazionali di auto e moto alternative alla Formula 1 e alla MotoGP. Il primo evento internazionale a fare capolino sul circuito del Santerno è stato il World touring car championship seguito dal ritorno del Campionato mondiale turismo, seguito dal Campionato mondiale superbike. Le difficoltà delle società di gestione rallentano l’attività sportiva, ma non la fermano. Gare minori, ma che tengono viva la tradizione motoristica. Il 2011 ha offerto un calendario di avvenimenti prestigiosi.
Il via a marzo, con la disputa della Gp2 Asia Series, con il circuito di Imola scelto per ospitare il round finale dopo l’annullamento del Gp del Bahrein per problemi di sicurezza derivati da disordini sociali. A maggio, ancora grande spettacolo con l’International Gt Open e la 500 Miglia di Imola endurance, una novità del calendario 2011; in luglio, spazio a due eventi clou come la 6 Ore di Imola, con al via le vetture della Le Mans Series e i campionati italiani Aci-Csai e poi settembre come sempre intenso, con l’edizione del Crame e il Mondiale Superbike; in ottobre l’autodromo ha ospitato due manifestazioni riservate ai mezzi storici, con la seconda edizione della 200 Miglia Revival e la prima edizione del Luigi Musso Historic Gran Prix100 Miglia Revival.
Nell’agosto 2011 il circuito è stato sottoposto a ulteriori lavori di riasfaltatura del manto stradale, che hanno riguardato il 70% del tracciato. Nello stesso mese l’autodromo ha ottenuto il rinnovo dell’omologazione di primo grado da parte della Federazione automobilistica. Il preludio al ritorno della Formula Uno?
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Scritto da Francesco Ronchi
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Su e giù attraverso la storia lungo le antiche strade costruite dai Romani per rendere più facili i collegamenti con Capua, Marino, Terracina, Brindisi e tante altre città
A sud-est di Roma, i rilievi prossimi ai laghi vulcanici Albano e di Nepi fin dall’epoca preistorica hanno visto l’insediamento di numerose comunità, dedite dapprima alla pastorizia, poi alla coltivazione dei celebri vini “dei Castelli”.
Nel 338 a.C. venne sciolta la Lega Latina; i principali centri della zona (Tuscolo, Ariccia e Marino) divennero Municipi, inglobati nello Stato romano, in fase di rapida espansione verso sud. Nel 334 fu fondata una colonia “latina” a Cales, non lontano da Capua, il principale centro commerciale nella valle del Volturno. Il tragitto Roma-Capua costituiva la Via Latina: essa passava per Venafro e Cales ed era lunga 135 miglia. Nel tratto iniziale dalla Latina si staccava la Via Castrimeniense, diretta a Marino. Quasi parallela a quest’ultima, la Via Albana assicurava invece i collegamenti con la costa meridionale del Lago Albano; essa acquisì particolare rilevanza quando nel 312 a.C, su impulso del censore Appio Claudio, venne prolungata sino a raggiungere anch’essa Capua, con un percorso più breve (129 miglia) che toccava Terracina, Fondi e Formia. La Via Appia, larga più di quattro metri e lastricata con il basolato, che divenne il tratto distintivo delle grandi strade consolari, fu per secoli celebrata dai romani quale Regina viarum, in particolare dopo il prolungamento sino al porto di Brindisi, la “Porta per l’Oriente”.
Lungo il suo percorso sorsero numerosi cippi funerari, mausolei e ville dotate di grandi parchi, spesso utilizzati per la caccia. Ad una ventina di Km dal centro di Roma l’Appia incrociava, presso la cittadina di Bovillae, l’attuale Nettunense, un tratturo usato dai pastori dei Castelli in transumanza verso l’Agro Romano e la costa. Bovillae, luogo d’origine della Gens Iulia, era particolarmente cara ai primi imperatori, che l’arricchirono di edifici prestigiosi.
Agli inizi del III secolo Settimio Severo stanziò al 25° miglio della via Appia, tra l’ex villa di Pompeo ed il ninfeo di quella di Domiziano, la Seconda Legione Partica: un corpo scelto formato da circa 6 mila militari e dalle loro famiglie. Ancor oggi desta impressione la Cisterna del campo fortificato: un edificio lungo quasi 50 metri e largo 30, con cinque cisterne profonde ciascuna 6,5 metri, in parte scavate nel peperino, la pietra vulcanica tipica della zona, dove si raccoglievano le acque da Malafitto e Palazzolo.
Nel 212 Cararacalla, successore di Settimio, dotò l’accampamento di nuove Terme, poste in parte su due livelli a causa della notevole pendenza dell’attuale quartiere Cellomaio, le cui viuzze medievali sono state costruite in gran parte col materiale di riporto degli antichi edifici romani.
Nel 326 là dove la via Appia incrociava la strada per Pratica di Mare e quella per l’antico tempio di Giove sul Monte Cavo, Costantino fece costruire una basilica dedicata a San Giovanni Battista. Era la premessa per la nascita, nel secolo seguente, d’una delle più antiche diocesi del Lazio, da cui dipendeva anche Marino. Tuttavia quest’ultima aveva beneficiato, in termini demografici, del progressivo abbandono di Bovillae, soggetta alle scorrerie dei saraceni. Distrutto da un incendio, il Duomo di Albano venne riedificato dal papa Leone III agli inizi del IX secolo e dedicato al patrono san Pancrazio, che si festeggia il 12 maggio.
La via san Pancrazio fu sino al ‘600 la più importante del paese; collegava il Duomo al palazzo-fortilizio dei Savelli. D’origine germanica e dediti al mestiere delle armi, i Savelli si misero in luce già prima del Mille: nel 964 l’imperatore Ottone I concesse al capitano Virginio Savelli il controllo sui castelli di Albano e di Ariccia.
Tuttavia la famiglia dovette fare i conti non solo col persistere della minaccia saracena (Albano venne saccheggiata nel 1142) ma anche con la rivalità delle altre grandi famiglie: i Colonna, che non avevano apprezzato il sostegno fornito nel 1118 a papa Pasquale II, ed i Frangipane, signori di Marino, che nei decenni successivi furono spesso decisivi nell’elezione di papi (ed antipapi). Albano fu coinvolta suo malgrado nel conflitto tra Roma ed i conti di Tuscolo, sostenitori di Federico Barbarossa (1164), e venne poco dopo rasa al suolo.
La rinascita coincise con il pontificato di Onorio III, successore dal 1216 del potente Innocenzo III: nativo di Albano, era stato amministratore delle finanze pontificie sotto due papi ed aveva poi ottenuto da Innocenzo, nel 1197, la tutela sul giovane imperatore Federico II.
Onorio favorì l’ascesa politica in Roma del nipote Luca Savelli, signore di Palombara, Albano e Rignano; questi dopo la morte dello zio (1227) parteggiò per Federico II, in contrasto con il nuovo papa, ed ottenne alcuni castelli nella Sabina, tra cui Montebuono, che poi restituì alla Santa Sede in cambio della carica di “maresciallo” pontificio (1270). Risale a quell’epoca l’ampliamento del Palazzo-fortezza di Albano e del vicino Castel Savello: a mezza costa, proteggeva la sottostante frazione di Pavona dalle mire dei nuovi signori di Marino (dal 1266): gli Orsini. Uno dei figli di Luca, Giacomo, divenne papa nel 1285, con il nome di Onorio IV; il suo regno durò solo due anni. Di lui si ricorda la donazione d’una vasta area centrale del paese ad una congregazione i cui commendatari nel ‘600 avrebbero realizzato un significativo intervento urbanistico di chiara derivazione romana: il “tridente”, cioè tre rettifili viari (e relativi borghi) confluenti verso la chiesa settecentesca di San Paolo, la quale è dal secolo scorso meta dei pellegrinaggi sulla tomba di San Gaspare del Bufalo.
I Savelli tennero i diritti feudali su Albano sino al 1697, anno in cui furono riacquistati dalla Camera Apostolica; tuttavia già dalla seconda metà del ‘300 questa famiglia era entrata stabilmente nell’orbita dei Colonna, i quali nel 1419 avevano acquistato i diritti feudali su Marino, profittando della temporanea debolezza degli arci-rivali Orsini. I quali rimanevano temibili, come dimostrò la battaglia di Vetralla (1435) cui fece seguito la distruzione di Castel Savello da parte delle truppe pontificie. Per rinsaldare l’alleanza, i Savelli cedettero ai Colonna una chiesetta posta allo strategico incrocio delle Frattocchie (sorta su parte del territorio di Bovillae). Ad essa a metà del ‘500 il cardinal Girolamo Colonna unì la bella villa delle Sirene: una delle prime che a partire dal Rinascimento e sino almeno all’epidemia di peste del 1867 sancirono il ritorno della zona ad una vocazione turistico-residenziale di cui rimangono ancor oggi notevoli esempi.
L’impulso decisivo all’insediamento delle ville per la nobiltà “romana” (dai Corsini ai Pamphili, dai Poniatowski ai Boncompagni) venne a seguito dalla costruzione di P.ta San Giovanni (1574), da cui iniziava la via Appia Nuova; in particolare dal 1780, su iniziativa di Pio VI, venne fatta passare da Albano la “strada postale” tra Roma e Napoli e divennero più diretti i collegamenti con la dinamica Velletri. Risale a quest’epoca la tradizione dei pellegrinaggi delle minenti, cioè le popolane di Trastevere che il lunedì dopo la Pentecoste, addobbati a festa i carri dei vinattieri, sfilavano sino al Santuario della Madonna del Divino Amore per poi raggiungere le osterie di Albano.
Nel 1908 la realizzazione della nuova linea tramviaria Roma-Genzano indusse il Comune ad ampliare il corso della via Appia (già all’epoca molto trafficata) abbattendo l’antica P.ta Romana e la vicina chiesa di San Rocco. Più d’un secolo dopo, e cioè da quest’anno 2012, sarà finalmente aperto il nuovo tratto dell’Antica Corriera, tra la via Nettunense e l’Ardeatina, a beneficio di Ariccia e del popoloso quartiere albaniese di Cecchina.
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Scritto da Alessandra Monguzzi
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Di questo comune in passato non veniva considerato importante il solo territorio, conteso a lungo fra Venezia e Milano, ma anche una chiesa, quella di S. Fermo e Rustico, reclamata da due diverse diocesi
La storia di Brembate, paese purtroppo presente nelle cronache più recenti per un ancora oscuro delitto, ha origini antichissime: nel suo territorio sono state infatti ritrovate tracce di insediamenti risalenti al neolitico e vari reperti (spade, coltelli, monili) rinvenuti in una necropoli composta da ben 40 tombe (i primi abitatori vivevano nelle numerose caverne esistenti sulle sponde del fiume Brembo, da cui il toponimo del paese).
Nei periodi successivi, dopo i Celti furono i Romani a sfruttare la posizione strategica della località, racchiusa fra i fiumi Brembo e Adda e ricca di importanti vie di comunicazione con i monti a nord e con la pianura a sud. La presenza romana continuò fino al 568, quando vi fu l’invasione dei Longobardi che dovevano rimanervi circa 200 anni, e più esattamente fino al 774, quando l’ultimo re longobardo, Desiderio, venne sconfitto dal re dei Franchi, Carlo Magno, che così divenne re anche dei Longobardi.
È proprio al periodo dei Franchi che risale un primo documento in cui parla di Brembate: un atto risalente al 962 in cui si certificava che alcuni possedimenti nel territorio conosciuto con il nome di Brembate inferior erano di proprietà di Berengario II, il re d’Italia a cui si attribuisce il merito di aver avviato la costruzione di un castello tra il 950 e il 962, in località Grignano. Proprio questo castello, assieme ad altri sorgenti nelle terre che lo circondavano, in epoca successiva venne assegnato ai Visconti, Signori di Milano, dall’imperatore Federico Barbarossa (che si era fatto incoronare re d’Italia a Monza, nel 1155).
Da quel periodo in poi Brembate diventato “di Sotto” venne coinvolto come tanti altri paesi della Bergamasca nelle varie lotte fra le fazioni politicamente opposte dei guelfi e dei ghibellini e nelle varie guerre fra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia, che si sarebbe infine annessa il territorio comunale nel 1423 e che lo avrebbe mantenuto fino al termine del XVIII secolo (cosa che non impedì nel 1483 la completa distruzione del paese, ad opera delle truppe del Duca di Calabria, alleato del Ducato di Milano). Poi la dominazione austriaca, e ancora poi il Regno d’Italia.
Tanta storia ha ovviamente lasciato il segno su Brembate di Sotto e sulla vicina Grignano (che sarebbero stati accorpati solo nel 1928 nel nuovo comune di Brembate, che nulla ha da spartire con Brembate di Sopra, collocato molto più a nord, verso la Val Brembana).
Del castello di cui si è detto (che, per inciso, passò varie volte di mano: fu infatti posseduto, dopo i Visconti e prima della conquista veneziana, anche dai Suardi, dai Colleoni, dai Gonzaga) nulla rimane, in compenso sono arrivate ai giorni nostri costruzioni non meno importanti, certo non dal punto di vista militare, quali, in quella che era Brembate di Sotto, il ponte romanico costruito tra il XIV ed il XV secolo, il santuario di San Vittore, la chiesa parrocchiale dedicata ai santi Faustino e Giovita, e a Grignano la chiesa di San Fermo e Rustico e la parrocchia dedicata ai santi Pietro e Paolo.
Nello specifico, il Santuario di San Vittore è una piccola chiesetta in stile romanico risalente al X secolo: ne parla infatti quel già citato documento del 962 accennando all’esistenza di una “Ecclesia Sancti Victoris” posta sulle rive del fiume Brembo ed edificata su un precedente luogo di culto, la grotta dove si sarebbe rifugiato appunto San Vittore per sfuggire alla persecuzione romana e attorno a cui le popolazioni del periodo avrebbero formato un insediamento. La costruzione, a due piani in cui sono custoditi interessanti affreschi e dipinti, è sempre stata importante per il paese, che nel XVI secolo veniva chiamato Brembate San Vittore.
Quanto alla chiesa parrocchiale dedicata ai santi Faustino e Giovita, è questa un’opera del XVII secolo, edificata nel luogo in cui sorgeva un precedente edificio di culto, e che conserva buone opere pittoriche di artisti locali.
Più interessante, in quello che era Grignano, è la chiesa di S. Fermo e Rustico, una delle più antiche prepositurali della zona, e posta all’estremo limite della parrocchia di Marne, in direzione del comune di Filago. Di costruzione antecedente l’anno 1000, la chiesa comprende una sola navata a forma rettangolare e una piccola abside semicircolare. La facciata è quella tipica delle opere di epoca medioevale, composta com’è da blocchi di pietra chiara e mattoni a vista.
L’edificio nel corso dei secoli ha subito alcuni interventi di ristrutturazione. Uno fu fatto in epoca quattrocentesca per dotarlo della massiccia torre in esso inglobata. Un altro, dei primi anni del 1600, consentì di ricavare dal primo tratto della chiesa due stanze in cui ospitare un eremita, mentre nel 1702 si procedette a costruita la sacrestia.
Un altro intervento ha poi permesso di ricavare le due nicchie presenti nella parte iniziale della navata: a sinistra è stata posta quella che era l’antica vasca battesimale adibita a pila dell’acqua santa, mentre sulla destra l’ex ingresso al romito è stato chiuso e la rientranza formatasi trasformata in confessionale.
Della storia di questa chiesa è interessante notare come essa fosse collocata praticamente sul confine fra due stati - Milano e Venezia - e fra due diocesi, quella di Bergamo e quella di Milano. Da qui, in ambito ecclesiale, nacque nel secolo XVI una controversia circa l’appartenenza della chiesa all’una o all’altra diocesi, controversia di cui si parla in occasione di una visita di San Carlo e che è ricordata in alcuni documenti dai quali risulta che questa chiesa era sottoposta alla pieve di Terno e quindi alla diocesi di Bergamo.
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Scritto da f.r.
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Le vicende di una famiglia che utilizzò anche i matrimoni tra membri della parentela per evitare il frazionamento della titolarità dei diritti feudali di cui entrava in possesso
Leinì, la “Porta del Canavese”, si trova nella pianura a nord del capoluogo piemontese, ad una manciata di km dall’aeroporto di Caselle. La prossimità a Torino e la facilità delle comunicazioni hanno determinato, sin dai primi anni del 900, un significativo aumento degli abitanti (tanto da giustificare la realizzazione d’una tramvia da P.ta Palazzo), seguito, specie nel secondo dopoguerra, da numerosi insediamenti produttivi.
Agli inizi del ‘300 Leinì era un borgo agricolo soggetto per diritto feudale al marchese del Monferrato, Giovanni Paleologo; egli intorno al 1328 ne concesse la “signoria” ad alcuni esponenti d’una famiglia in piena ascesa economica, i Provana, i quali subito intrapresero la costruzione di edifici di servizio nei pressi della chiesa di S. Nicolò. L’accordo venne definito a Chivasso, città portuale sul Po ben collegata alla culla dei Provana, Carignano. Nel corso del ‘200 questa famiglia di agricoltori, orgogliosi della vite con grappoli posta nello stemma, aveva acquisito la signoria di fatto su Carignano previo accordo con i nobili Romagnano. Oltre al grande convento urbano di S. Chiara, realizzato in gran parte con le loro offerte, i Provana disponevano di due fortilizi-fondaci a ridosso delle mura: la Gorra e la Loggia. La situazione era andata rapidamente peggiorando quando i Romagnano avevano ceduto i diritti su Carignano al principe Filippo d’Acaia.
I Provana furono costretti a prestargli ingenti somme, necessarie per la costruzione del grande castello di Fossano, ed erano consapevoli dei danni portati ai commerci sul Po dalla politica aggressiva degli Acaia.
Nel 1350 Giacomo I Provana acquistò da una famiglia di Susa i tre quarti del feudo di Viù, una valle a ovest di Lanzo. I suoi discendenti si fregiarono del titolo di “signori di Leinì e di Viù”, mentre altri Provana andavano insediandosi nel Canavese occidentale, in particolare a Druent[o]. Tali iniziative erano dovute in parte a considerazioni economiche (gli effetti della Peste Nera avevano reso più semplici e convenienti le compravendite fondiarie), in parte al desiderio di rendersi più indipendenti rispetto agli Acaia. I quali nel 1360, prima di accingersi all’assedio di Ivrea, avevano imposto a Carignano il predominio d’una famiglia guelfa rivale dei Provana, i Sartoris. Nonostante i legami dinastici tra i Savoia e gli Acaia, i primi non potevano permettersi di perdere Ivrea. Amedeo VI raccolse truppe mercenarie e nel maggio 1361 fece prigioniero Giacomo d’Acaia. A parole i principi promisero di rifondere i Provana, ma ben presto s’impegnarono in un nuovo conflitto, contro il marchesato di Saluzzo. I signori di Leinì anziché attendere il corso degli eventi s’impegnarono contro Filippo II d’Acaia, e ciò non fece piacere ai Savoia. I Provana riuscirono a rientrare a Carignano solo nel 1369, dietro pagamento di una pesante multa: 6.000 fiorini d’oro; dovettero anche cedere la Loggia ai Darnelli, altra famiglia legata agli Acaia. Per rimettere piede a Leinì dovettero attendere il 1379. Nel corso dei due secoli successivi i Provana si mostrarono fedeli sostenitori dei Savoia, accettando cariche spesso poco più che onorifiche (castellani, precettori, funzionari) che assicuravano comunque un certo prestigio e ne consolidavano l’ascesa sociale nell’ambito della nobiltà piemontese; allo stesso tempo moltiplicarono le loro linee gentilizie, mediante l’acquisizione di nuovi diritti feudali ogni qualvolta se ne presentava l’occasione. Nel ‘500, prima di costruire i loro palazzi nella nuova capitale, Torino, avevano consolidato i possedimenti lungo il corso del Po (Pancalieri; San Mauro), nelle valli di Lanzo e in quella di Susa, dove i Provana per secoli nominarono gli abati di Novalesa, la grande abbazia che controllava l’accesso allo strategico Passo del Moncenisio.
Una caratteristica di questa famiglia erano i matrimoni tra membri della parentela. Tale prassi era spesso originata dal desiderio di evitare un eccessivo frazionamento nella titolarità dei diritti feudali o – peggio – il rischio che, in mancanza d’eredi maschi, tali diritti dovessero venir restituiti alla Camera Ducale. Un esempio: nel 1385 la duchessa Bona di Savoia vendette a Giacotto e a Saladino Provana, padre e figlio, un quarto dei diritti feudali su Leinì. Da quel momento i due poterono legittimamente definirsi “co-signori di Leinì”, pur non avendo legami diretti con i discendenti del già nominato Giacomo “co-signore di Leinì e Viù”. Saladino, già signore di Castelreinero (con cui è noto questo ramo dei Provana) fece una brillante carriera quale governatore di Susa; ma per quanto riguarda Leinì, egli rimase a lungo titolare solo di un ottavo del feudo, essendo stato l’altro ottavo attribuito, dopo la morte del padre, al fratello minore Tommaso. Ancora nel 1561 un certo Ercole Provana del ramo “della Gorra”, proprietario terriero a Ciriè, si fregiava del titolo di co-signore di Leinì, pur possedendone soltanto “la terza parte di un ottavo”.
Il più noto tra i signori di Leinì fu Andrea Provana (1511 – 1592), la cui figura è stata celebrata nel corso del 2011 con diverse conferenze e manifestazioni pubbliche, in occasione dell’anniversario della Battaglia di Lepanto (1571), nel corso della quale egli comandò la piccola squadra navale sabauda e si batté con onore. In questa sede mi limiterò a sottolineare la continuità d’azione tra Andrea e il padre, Giacomo III, con il quale condivise l’avversione nei confronti dell’incombente presenza francese in Piemonte e la fiducia nel nuovo duca Emanuele Filiberto. Giacomo sposò in seconde nozze la vedova d’un cugino, riunendo così oltre i tre quarti del feudo di Leinì; s’era messo in luce quale castellano di Ciriè, e poi di Lanzo dal 1544, quando i cittadini si autotassarono pur di tornare sotto i Savoia e non essere ceduti alla Spagna. Collaborò in delicate missioni diplomatiche con il cugino Giovanni Battista Provana, che fu vescovo di Acqui e poi di Nizza, cioè il porto in cui Andrea avrebbe trascorso gli anni più intensi d’una fulgida ed avventurosa carriera di comandante ed amministratore. L’ammiraglio, consapevole del fatto che avrebbe dovuto cedere parte dei diritti feudali al fratellastro Gaspare, pur essendo molto legato a Leinì s’impegnò, dopo il 1560, a rivendicare e valorizzare il feudo di Frossasco, presso Pinerolo, portatogli in dote dalla seconda moglie, Caterina Spinola, vedova d’un vecchio amico di Giacomo, il conte Charles de Montebel.
Gli eredi francesi del conte, i potenti ugonotti d’Entremont, intrapresero una lunga vertenza legale contro Andrea, il quale, grazie all’appoggio del Duca, vinse la causa. Nel frattempo aveva ampliato per via ereditaria la sua quota di possesso su Leinì ed aveva ottenuto altri titoli comitali, su Balangero e su Alpignano. Un suo importante successo furono le trattative con la casata genovese dei Doria, che condussero alla permuta di Ciriè con il porto di Oneglia, molto più vicino di Nizza alla capitale sabauda. Gli ultimi anni del vecchio guerriero, che aveva sconfitto i musulmani nelle acque di Malta ed in quelle del Marocco, furono amareggiati dalla morte dell’amata consorte (1583), dalla ripresa in grande stile delle campagne militari contro i francesi e dal progressivo disfavore del Duca Carlo Emanuele, il quale confidava sull’abilità diplomatica (e sui generosi prestiti) del nuovo leader dell’antica famiglia: il prefetto di Mondovì Giovanni Francesco Provana (1551-1625), che fu ricompensato per la definitiva cessione ai Savoia del marchesato di Saluzzo con il titolo di conte di Collegno. |
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