Domenica 20 Maggio 2012
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Scritto da Redazione   

È indubitabile che ogni lingua accolga, più o meno favorevolmente, al suo interno parole ed espressioni di altre lingue. La lingua italiana è sempre stata molto ospitale da questo punto di vista e se ai giorni nostri è l’inglese a farla da padrone, nei tempi passati era il francese.

Negli anni ’30 del secolo scorso - con intenti non solo linguistici - si tentò di arginare l’invasione e, per la lingua francese, la Valle d’Aosta divenne la palestra per una “italianizzazione” dagli esiti dubbi ed anche risibili. La regione montana di confine fu oggetto infatti di una revisione sistematica dei nomi delle sue valli e delle sue località. Come nel caso della bella Courmayeur che diventò l’orribile Cormaiore. A Ollomont e Brusson andò relativamente meglio con Ollomonte e Brussone, mentre le ridenti valli di Valtournanche e Valsavaranche si ritrovarono tradotte in Valtornenza e Valsavara. E non andò di certo meglio alla povera La Thuile, cui toccò in sorte il celebrativo Porta Littoria….

Fu comunque inutile, molti vocaboli ed espressioni della lingua transalpina si erano insediati già da tempo e resistettero così tenacemente anche alle veline del MinCulPop (nda: abbreviazione di Ministero della Cultura Popolare, organo di governo preposto nel ventennio fascista anche al presidio della “purezza” della lingua) da arrivare sino ai nostri giorni vivi e vegeti. Qualche esempio? Menu era già entrato stabilmente nella ristorazione (liquidando l’italianissima lista) e non ci avrebbe più abbandonato. Anzi avrebbe goduto del privilegio di occuparsi - molti anni dopo - anche di elettronica e di telefonia cellulare. Hanno resistito e godono tutt’ora di buona salute anche toilette, gaffe, reclame, charme per fare qualche esempio. Ma anche molti termini, celando più o meno subdolamente la loro origine transalpina, hanno soppiantato nel tempo l’omologo italico: flacone (per boccetta), debutto (per esordio), gilet (per panciotto), pistone (per stantuffo), pantaloni (per calzoni).

La lingua francese ci è sempre piaciuta al punto che se non abbiamo disponibili termini francesi arriviamo ad inventarceli. Qualche esempio? La claire (intesa come saracinesca) che i francesi chiamano rideau, il vin brulé che i francesi chiamano semplicemente vin chaud, e, per restare sul gastronomico, la paillard che in Francia diventa un escaloppe grillé. Per non citare la più straordinaria invenzione sempre di natura gastronomica: il famoso vitel tonné. Se tentate di ordinarlo in Francia, dando per scontato che sul menu non appare, se vi va bene vi guarderanno con bonaria commiserazione. “Ah les Italiens...”

 

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