Domenica 20 Maggio 2012
Home La Banconota - Fuoritema Gli inglesi, noi e l’understatement verbale
Gli inglesi, noi e l’understatement verbale PDF Stampa E-mail
Scritto da Renzo Butazzi   

Gli inglesi, noi e l’understatement verbale | Fuoritema Gli inglesi, noi e l’understatement verbale | Fuoritema

di Renzo Butazzi

Quando un inglese afferma “temo che” (I’m afraid) a proposito di qualcosa, vuol dire che ne è sicurissimo. Il suo “timore” - che il caffè sia finito, che John non verrà, che Margaret non sia d’accordo - non esprime un dubbio, ma serve per addolcire una certezza sgradevole. E’ una delle forme di quell’understatement verbale che contribuisce all’immagine riservata e distinta della personalità inglese così come lo stereotipo dell’eleganza britannica implicava le toppe ai gomiti della giacca di tweed.

Anche noi però - contrariamente a quanto si potrebbe pensare - siamo maestri di understatement, fino a utilizzarlo in modo ancor più malizioso e strumentale. Gli alti burocrati, quando qualcuno del loro giro pare essersi comportato male, auspicano o promuovono un’indagine “conoscitiva”, facendo finta di non rendersi conto che un’indagine è conoscitiva o non è: non credo si possa parlare di indagine ignorativa come contrapposta all’indagine conoscitiva anche se, di fatto, molte indagini finiscono con l’essere ignorative. E allora perché quella tautologia? Evidentemente per far capire che nessuno ha da temere alcunché dai risultati dell’indagine medesima. Con la crudezza del termine un’indagine pura e semplice può far paura, mentre quel “conoscitiva” vale una strizzatina d’occhio rassicurante.

Può darsi che nel corso della sua attività qualche politico o burocrate abbia commesso quello che, per la gente comune, sarebbe considerato un reato. Ebbene, per lui si tratterà spesso di “un incidente di percorso”. Come una storta alla caviglia, una caduta dalla bicicletta, un ribaltamento. Questa formula, anche se usata con ironia allusiva, non solo riesce a nascondere l’aspetto riprovevole del suo comportamento, ma ci presenta il reo come uno sfortunato, una persona da compatire. Quanto a pudica sottovalutazione sono ottimi artifici il verbo “slittare” al posto di “ritardare” e la parola “ritocco” al posto di “aumento”. Un ritardo nel pagamento delle pensioni, nell’apertura di un ospedale o di una scuola, implica la responsabilità di qualcuno e indispettisce il cittadino interessato. Il quale, invece, fin da piccolo ha imparato che chiunque può “slittare” senza colpa: si slitta perché sulla strada, c’è olio, ghiaccio, acqua. Dunque lo “slittamento” non è imputabile a nessuno, men che meno al conducente.

E come si fa per non impressionare troppo il cittadino quando si aumenta, magari di poco ma si aumenta, un prezzo o una tariffa? Si usa il termine “ritocco” che, in generale, evoca un’immagine positiva. Si ritocca una parete macchiata, una carrozzeria graffiata, una fotografia insoddisfacente ma sempre per riparare, ripristinare, migliorare. Insomma, per fare del bene.



 

Gli articoli di questo mese

Vita aziendale
Polonia: passato e presente Dal 22 al 24 ottobre scorso, la...
Continua >>
Origini e contenuti della cucina...
Nel 2010, in piena globalizzazione, da un punto di vista...
Continua >>
Quando la poesia diventa musica
Trent’anni fa, in una strada di New York, uno squilibrato...
Continua >>
Cantù, la piccola capitale del...
Per diversi secoli, la lavorazione di pizzi e merletti è...
Continua >>
Ferdinando Martini, docente, commediografo, pubblicista
L’Ottocento a Firenze attraverso l’occhio di un testimone: dal ritratto...
Continua >>

Cerca nel sito