| Della guerra e delle valute |
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| Scritto da Manuel Pozzi | |
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Per favorire l’occupazione e stabilizzare i prezzi, gli USA stanno stampando dollari, diminuendo il valore della loro moneta. Con il conseguente aumento del prezzo delle materie prime nel mondo Ci siamo, Benny ha acceso i motori, la macchina da stampa è ormai partita e sta lavorando a pieno regime, Forth Worth è in subbuglio. Benny, noto ai più come Ben S. Bernanke, il banchiere centrale più potente al mondo, ha deciso di dare una mano al governo americano, che si sta ancora leccando le ferite dopo la batosta delle ultime elezioni, pensando a cosa potrà fare senza una maggioranza alla Camera. A dirla tutta, Benny è andato oltre, non sta solo aiutando Timothy Geithner, il ministro delle finanze, lo sta sostituendo, ad interim, s’intende. Benny però non si è fermato lì. Nella sua immensa generosità, vedendo particolarmente affranto il povero Robert Gates, il ministro della Difesa, forse per l’andamento della guerra in Afganistan, ha deciso di darci dentro con l’arsenale pesante. Da novembre, la Banca Centrale Americana ha iniziato a stampare dollari e comprare titoli di stato, per un totale di circa 600 miliardi da qui a metà 2011. In sostanza il Tesoro americano si è già assicurato un compratore per metà dei titoli che emetterà l’anno prossimo. A questo punto viene spontaneo chiedersi se una tale manovra serva davvero e quali conseguenze potrebbe avere. La Fed ha due obbiettivi istituzionali: perseguire la “piena occupazione” e “la stabilità dei prezzi”. Quindi deve aiutare l’economia a creare occupazione e fare in modo che i prezzi al consumo non salgano né scendano eccessivamente. Formalmente Bernanke non ha fatto altro che il suo lavoro. Stampando dollari, svaluta la moneta rendendo più competitivo l’export americano. Inoltre, tenuto conto che l’inflazione in questo periodo è storicamente molto bassa, sta creando le premesse per un futuro rialzo dei prezzi, al fine di scongiurare l’incubo di una “deflazione” alla giapponese. Comunque il numero di disoccupati è talmente alto, che per un bel po’ non ci sarà il rischio di un’inflazione galoppante. Inoltre la Fed, acquistando titoli di Stato dovrebbe sostenerne i prezzi, mantenendo bassi i tassi: così i mutui sarebbero meno cari e le attività finanziarie (sia obbligazioni che azioni) e reali (immobili) verrebbero “rivalutate”, creando una sensazione di maggiore sicurezza e ricchezza nella popolazione, che potrebbe così spendere più tranquillamente. Praticamente un toccasana, indolore e inodore, ma con più di una controindicazione; sarà veramente la ricetta giusta? Funzionerà davvero? E poi, come mai il paziente si è ammalato? Stampare dollari in gran quantità comporta una diluizione del valore della moneta. Tra il 2008 e il 2009 la Fed aveva già attuato un programma di questo tipo, per un importo doppio a quello da poco annunciato. Allora l’operazione era volta ad acquistare soprattutto titoli legati ai mutui americani, in modo da evitare il crollo di quel mercato. Nel contesto attuale significa dare il là a una guerra valutaria nei confronti dei Paesi esportatori che forniscono beni e materie prime all’economia americana, pazienza se sul campo cadrà anche qualche civile innocente (come l’Euro). Le reazioni non si sono fatte attendere. Brasile, Tailandia, Indonesia, Taiwan e Corea del Sud hanno annunciato varie misure volte a limitare gli acquisti di obbligazioni locali, anche se l’efficacia di dette risposte sarà tutta da vedere. Altri Paesi, Cina e Germania su tutti, hanno subito manifestato il loro disappunto. Il timore di quei Paesi non è solo quello di vedere soffrire il proprio export. Essendo il dollaro la valuta di riferimento degli scambi internazionali, molti investitori hanno iniziato ad acquistare beni “reali” nella speranza di coprirsi dal deprezzamento del dollaro (in realtà comprano strumenti finanziari derivati collegati ai prezzi di materie prime come petrolio, rame, oro e grano). Quindi un effetto immediato della politica monetaria statunitense è quello di causare un aumento del prezzo di alcune materie prime, generi alimentari compresi. In molti Paesi emergenti ciò ha un impatto immediato sulla spesa delle famiglie, che dedicano per ovvie ragioni una parte importante dei loro guadagni al cibo. Ad esempio in Cina i prezzi al consumo sono saliti del 4,4% a ottobre (rispetto all’anno prima), soprattutto a causa del rincaro dei generi alimentari, saliti addirittura del 10,1%. Una fetta importante della popolazione mondiale rischia così di subire un impoverimento “reale”. Supponendo che non s’inneschi una vera guerra commerciale-valutaria, la svalutazione del dollaro servirebbe davvero a creare occupazione negli Stati Uniti e a ridurre il deficit commerciale? Probabilmente no, sicuramente non avrebbe l’effetto che ebbe negli anni ’70. Allora gli americani consumavano soprattutto beni fatti in patria. Oggi sembra impensabile che le catene di grande distribuzione smettano di comprare prodotti Made in China perché rincarati del 10%-20%, per comprare gli stessi prodotti Made in Usa. Sarebbero comunque molto più cari e inoltre le stesse aziende americane hanno da tempo delocalizzato la produzione in Asia e America Latina e ci vorrebbe tempo per riconvertire la produzione. Quindi l’impatto sul mercato del lavoro sarebbe parziale. Paradossalmente oggi ci sono aziende che non riescono a trovare personale in settori come l’ingegneria ambientale o le biotecnologie, mentre c’è una marea di persone a spasso, lavoratori che vengono dai settori dell’intermediazione immobiliare o delle costruzioni, ma che non vedono possibilità di riallocazione. Per questi settori l’unica speranza è una ripartenza del mercato immobiliare. A tal proposito va notato che i tassi a breve sono già bassissimi, mentre quelli a lunga hanno iniziato a salire dopo la manovra di “allentamento quantitativo” annunciata dalla Fed. Infatti i tassi a lunga risentono delle attese o dei timori di inflazione di lungo termine. Tassi a parte, il problema vero è che c’è un enorme quantità di case invendute sul mercato, offerta che continua a crescere a causa dei pignoramenti fatti dalle banche nei confronti dei clienti che non pagano le rate dei mutui da diversi mesi. Più che abbassare i tassi, occorrerebbe dapprima sostenere politiche di riscadenziamento dei debiti e persino di riduzione del valore nominale dei mutui. Per quanto costoso, genererebbe in molti casi perdite inferiori per le banche stesse e porrebbe le basi per una ripresa del settore immobiliare. Per quanto riguarda il deficit commerciale, l’unico metodo per riequilibrare gli squilibri globali consiste nel fare sì che i Paesi emergenti consumino di più. Occorre quindi un aumento dei redditi in Paesi come Cina e India, in modo che quelle popolazioni possano spendere di più, comprando anche prodotti occidentali. Appena i redditi lo consentono, tanti preferiscono comprare il sapone, il deodorante o la crema per la pelle di marca, andare al fast-food famoso, comprare al supermercato i piatti pronti europei, fino ad arrivare a comprare i vestiti, i gioielli e le macchine europee, a viaggiare in Europa e in America, ecc. è un processo lungo, ma è sicuro e duraturo. Per ora gli effetti di questa politica monetaria (tassi zero e svalutazione del dollaro) sembrerebbero quindi un po’ scarsi per quanto riguarda il rientro del deficit commerciale, la riattivazione del settore immobiliare e la creazione di nuova occupazione. Però un risultato immediato lo sta dando: ha chiarito agli investitori di tutto il mondo che la Fed farà di tutto per sostenere il valore delle attività finanziarie, contribuendo a creare quell’effetto “ricchezza” che storicamente è stato tanto importante per fare crescere i consumi ma soprattutto le bolle. Già, le bolle. Sembra un copione vecchio e consunto, visto e rivisto più volte negli ultimi cinquant’anni. In particolare dalla guerra del Vietnam, a causa della quale la spesa pubblica letteralmente scoppiò, così come i conti con l’estero. Ovviamente la classe politica si guardò bene dall’alzare le tasse o dal tagliare altri capitoli di spesa, ma preferì stampare dollari e gonfiare il debito. Ne conseguì la rottura degli accordi di Bretton Woods, la fine della garanzia di convertibilità dei dollari in oro, la svalutazione della moneta, la crisi petrolifera, l’inflazione e la recessione. A partire da quel periodo la finanza divenne sempre più importante e la speculazione crebbe di pari passo. I Paesi occidentali uscirono dalla crisi con una ricetta fatta di liberalizzazioni, investimenti in ricerca e sviluppo e diversificazioni delle fonti energetiche. Si diffusero processi di produzione più efficienti e iniziò l’era dell’informatica. I Paesi produttori di materie prime si arricchirono e iniziarono a investire quei “petroldollari” in strumenti finanziari sempre più complessi messi a disposizione dalle banche d’affari. Quei soldi andavano di fatto a finanziare i Paesi importatori, dando loro il tempo per sviluppare le tecnologie che gli hanno consentito di ridurre la dipendenza dal petrolio, mentre hanno permesso ai Paesi esportatori di ampliare la domanda interna di infrastrutture e beni di consumo, favorendo così il processo di globalizzazione, che contribuì alla sconfitta dell’inflazione. Negli anni ’90 lo sviluppo di nuove tecnologie fece nascere numerosissime aziende. La crescita formidabile dei consumi fu finanziata a debito, grazie anche alla rivalutazione continua degli investimenti azionari, attirando capitali dall’estero e aumentando la ricchezza percepita. Lo scoppio della bolla speculativa che ne derivò, causò una crisi economica dalla quale si uscì grazie a nuove bolle. La Fed tagliò drasticamente il costo del denaro. Nello stesso periodo scoppiò in tutta la sua drammaticità e violenza la guerra al terrorismo, che portò a una forte crescita della spesa militare, passata da meno di 400 miliardi di dollari agli oltre 800 miliardi attuali. Il governo inoltre adottò politiche per favorire l’acquisto della casa. La domanda di abitazioni salì fino al 2007 e con sé anche i prezzi degli immobili e il debito per i mutui. Questi venivano concessi largamente dalle banche, che a loro volta cedevano i prestiti ad altre società, che li rimpacchettavano in titoli garantiti dai mutui stessi. La crescita degli anni 2002-2007 avvenne grazie all’indebitamento di Stato e famiglie, fino a quando il gioco si interruppe, dando il là alla crisi finanziaria degli ultimi anni. Stati Uniti ed Europa sono usciti dalla fase di recessione da oltre un anno, ma non si sono ancora abituati agli “strascichi” strutturali che essa comporta: alta disoccupazione, crescita più bassa e debiti da pagare. Non vedendo all’orizzonte un nuovo sviluppo tecnologico in grado di farci tornare ai fasti del recente passato, la Fed sta puntando su una vecchia ricetta. Anche se non sappiamo quale sarà la prossima bolla, un’economia drogata dalla finanza difficilmente potrà portare a una crescita sana e duratura. Comunque stiamo parlando pur sempre di crescita, che tra l’altro è sempre più assistita dai Paesi Emergenti, sperando che almeno loro abbiano imparato qualcosa dalla storia. Altri articoli di questo autore |



