Sarà il petrolio il bene rifugio per eccellenza come è stato il cotone (oro bianco) in passato e forse l’acqua (oro blu) in futuro?
Da dove ci piomberà addosso il prossimo cigno nero? No, non si tratta di un thriller di Ken Follett di prossima pubblicazione. Il cigno nero è una metafora statistica entrata nel gergo della finanza, e si definisce come “un evento ad alto impatto, bassa probabilità, bassissima prevedibilità”. Esempio classico: la crisi dei mutui subprime del 2007. Ora al primo posto fra i mega-rischi, secondo i potenti della Terra riuniti a Davos (Svizzera) per il World Economic Forum del febbraio 2011, potremmo trovare un eccessivo rialzo dei prezzi delle materie prime. Effettivamente, a partire dalla rivoluzione industriale del XIX secolo, l’importanza dei materiali necessari al processo produttivo è andata progressivamente crescendo, fino a diventare un tema di attualità dei nostri giorni. Testimonianza ne è il cosiddetto indice CRB (Commodity Research Bureau) rappresentativo di tutte le risorse di base (sia agricole che industriali) che, a partire dalle crisi energetica degli anni ’70, ha incrementato le proprie quotazioni di circa il 200%. D’altronde, se la popolazione mondiale nel 1800 contava 1 miliardo di persone e oggi siamo arrivati a quasi 7 miliardi, è inevitabile pensare che lo sfruttamento delle risorse naturali abbia subito un’impennata straordinaria. Inoltre, l’eccezionale crescita dei Paesi emergenti ha portato a migliorare le condizioni di vita di una fetta sempre più grande di persone, che quindi hanno sviluppato i bisogni tipici dei paesi industrializzati. Così tutti noi, abituati a seguire le quotazioni del petrolio, abbiamo imparato a familiarizzare anche con le fluttuazioni di rame, nickel e alluminio e potrebbe non essere finita. Neodimio, lantanio, cerio, erbio, europio, terbio, disprosio, probabilmente questi nomi non dicono molto ai più. Eppure basterebbe a renderli più familiari il fatto che sono elementi essenziali per il funzionamento di dispositivi popolari come l’iPhone o il BlackBerry. Non solo. Il neodimio, questo sconosciuto, è un potente magnete indispensabile per generare energia con le turbine eoliche. E che dire del lantanio? Basti questo: senza di lui non potrebbero funzionare le auto Toyota Prius (ibride di ultima generazione) che lo utilizzano abbondantemente nelle loro batterie. E dell’europio, utilizzato per gli schermi a cristalli liquidi? E del terbio, per sonar, sensori, componenti elettronici, celle a combustibile? In un recente studio dell’Unione Europea si legge: ”nel peggiore dei casi, l’industria europea potrebbe essere costretta a interrompere la produzione qualora le materie prime necessarie non potessero essere importate o diventassero così care da compromettere la competitività delle imprese europee… Le previsioni indicano che la domanda di una serie di materie prime essenziali potrebbe più che triplicare nel 2030 rispetto al livello del 2006”. D’altronde una domanda in continua crescita e un’offerta non solo limitata, ma anche concentrata nelle mani di un solo Paese (la Cina controlla il 97% delle risorse disponibili) fanno capire quanto tali materiali siano strategici e possano influire sui rapporti geopolitici mondiali. In più molte economie emergenti perseguono strategie di sviluppo industriale che fanno leva su strumenti commerciali, fiscali e d’investimento volti a riservare le loro risorse per il proprio uso esclusivo. Comunque i paesi occidentali, Stati Uniti in testa, non restano a guardare e stanno considerando di riaprire le miniere chiuse (in quanto considerate poco redditizie) oppure di predisporre il riciclo su vasta scala di questi materiali, ma si tratta di una decisione molto costosa sia in termini economici che in termini di impatto ambientale. Il fatto che le “terre rare” siano così fondamentali nella produzione di molti beni anche di largo consumo porta ad una riflessione circa l’importanza che comunemente viene attribuita a un metallo che, a ben guardare, al di fuori della gioielleria e della odontoiatria non ha alcuna applicazione industriale: l’oro. In effetti, metalli molto meno “nobili”, come per esempio il ferro e il rame, hanno svolto nella storia delle civiltà una funzione molto più importante. Bisogna tuttavia riconoscere come l’oro abbia sempre avuto il duplice ruolo di valore soggettivo ed “oggettivo”, grazie alla sua bellezza, al suo colore giallo (il colore del sole, dell’energia e del divino) nonché alle sue caratteristiche fisiche (oltre ad essere un ottimo conduttore e ad avere proprietà antibatteriche, è molto duttile, malleabile, resistente alla maggior parte degli agenti chimici e all’aria). Si pensi, a titolo esemplificativo, che stando a calcoli molto approssimativi, si ritiene che in tutta la sua storia siano state estratte qualcosa come 135.000 tonnellate d’oro (un cubo con i lati di 19 metri circa); se ne è estratto così tanto che l’attuale produzione mondiale (2.400 tonnellate) aggiunge solo il 2% ogni anno a quella cifra. Inoltre, nell’era moderna ciò che ha fatto la fortuna dell’oro è probabilmente stato il suo utilizzo come equivalente generale per gli scambi commerciali. Ma la situazione sembra evolversi in una direzione diversa; infatti dal momento in cui l’umanità ha dato importanza sempre più al mercato piuttosto che all’autoconsumo, l’oro e i suoi equivalenti (le banconote) hanno progressivamente perso importanza, tanto è vero che oggi il potere d’acquisto e la stabilità del denaro si basano non tanto sulle riserve auree, quanto sulla massa di merci prodotte e immesse nel mercato. Sappiamo da tempo che il denaro cartaceo, e oggi quello elettronico, pur non avendo un valore intrinseco, sono in grado di simboleggiare una maggiore fiducia reciproca tra i contraenti, di cui gli istituti finanziari si fanno garanti. Non è quindi più possibile sostenere che la carta moneta possieda un potere d’acquisto solo in quanto garantita da un determinato ammontare d’oro. Finché un’economia cresce questa rappresentazione è del tutto irrilevante; solo quando si è in presenza di forti crisi economiche, allora vi è l’esigenza (più che altro la tentazione) di far valere il primato dell’oro. In questo senso, ci si potrebbe interrogare se oggi non sia più corretto considerare come “bene rifugio” il petrolio (oro nero), come ieri avrebbe potuto essere il cotone (oro bianco) e come domani forse sarà l’acqua (oro blu). Indubbiamente la questione energetica è oggi, per l’occidente, infinitamente più importante di quella valutaria: i consumi aumentano progressivamente e quindi a che servirà il denaro (per non parlare dell’oro) se non ci saranno fonti energetiche da acquistare o se quelle che ci saranno avranno dei prezzi astronomici? D’altronde qual è la cosa che maggiormente usiamo nella nostra vita quotidiana, senza rendercene conto? E’ l’elettricità. Se ognuno di noi potesse disporre di “pile atomiche”, la cui durata fosse quella di una vita umana, utilizzabili per ogni elettrodomestico, ogni mezzo di trasporto, ogni strumento di comunicazione, non sarebbe forse disposto a considerarlo come un equivalente universale? Si noti come l’importanza dell’oro sia venuta calando nella misura in cui si andavano moltiplicando i mezzi di comunicazione e di trasporto. L’oro diventò molto importante anche perché poteva essere trasportato di mano in mano, ma oggi, con i mezzi di locomozione che usiamo, possiamo facilmente trasportare altri metalli, anche più pesanti o ingombranti, ma infinitamente più utili. è stato in fondo il petrolio a sostituire l’oro e l’argento, e non ovviamente nei forzieri, quanto piuttosto sulle strade, nella circolazione dei mezzi e poi, insieme alla chimica, nella produzione stessa dei beni di uso comune. Il carbone non riuscì ad avere questo enorme potere. Questo significa che se dovesse esserci in futuro un nuovo equivalente universale, questo dovrà essere caratterizzato da un minerale di uso altrettanto universale quanto il petrolio. Questo minerale non avrà più bisogno d’essere toccato con mano per accreditarsi nella società civile, come ai tempi dell’oro. Non avrà più bisogno d’essere trasformato in moneta o in lingotti da depositare in un caveau bancario. E non dovrà essere continuamente estratto per poter essere utilizzato. Oggi si vive in un mondo economico smaterializzato, demonetizzato, dove gli scambi commerciali sono del tutto virtuali, realizzati con strumenti elettronici. Questi strumenti, se fossero dotati di autonomia, sarebbero sicuramente più efficienti. Ecco perché la società moderna dovrà necessariamente investire i suoi capitali e le sue risorse, in un minerale che permetta d’ottenere energia autonoma per un lasso di tempo molto grande. Un’alternativa possibile potrebbe essere offerta dall’uranio e dal plutonio, ma sarà indispensabile creare le forme tecnologiche e di sicurezza più adeguate per sfruttarne tutte le potenzialità. Gli scenari a cui abbiamo accennato tuttavia sono al momento pura teoria, in quanto la realtà dei fatti ci dice come l’oro sia ancora nell’immaginario collettivo il bene rifugio per eccellenza, soprattutto nei periodi di forte crisi economica o di tensioni geopolitiche. Certo, il rame, il ferro, le cosiddette terre rare e tanti altri minerali anche se non assurgeranno al ruolo di nuovi equivalenti universali giocheranno un ruolo sempre maggiore per il progresso economico-sociale del nostro pianeta ma, come recita un antico proverbio italiano: “l’oro apre tutte le porte, tranne quella del cielo”.
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