| La tavola globale |
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| Scritto da Alessandro Manca e Marco Demicheli | |
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Molte delle sfide economiche, sociali e culturali che stiamo affrontando hanno il loro punto di incontro a tavola: se cambia il regime alimentare, cambia il mondo L’uomo moderno è nato, per così dire, diecimila anni fa con l’invenzione dell’agricoltura e il conseguente sviluppo dei villaggi e delle gerarchie sociali. La storia economica successiva può essere riassunta in un solo concetto: l’uomo ha utilizzato ogni mezzo a propria disposizione per convertire le risorse del pianeta in ricchezza. L’effetto è stato il continuo aumento della popolazione, accompagnata da un’altrettanto costante espansione geografica, fino a occupare ogni singola porzione abitabile della Terra e al livello di densità massimo consentito dalla tecnologia e dalla resistenza alle malattie. Immaginiamo di essere seduti a tavola insieme ad altri nove commensali che rappresentano tutti insieme la popolazione del pianeta. Organizzati per nazioni due sono cinesi, due indiani e il quinto rappresenta tutti gli altri Paesi dell’Asia, il sesto quelli dell’Oceania, il settimo e l’ottavo l’Africa, il nono rappresenta le Americhe, mentre l’ultimo posto è occupato dall’Europa. Gli Stati Uniti a stento conquisterebbero una sedia se i posti a tavola fossero organizzati su base demografica, ma avrebbero dai due ai tre posti se i commensali fossero collocati in base alla quantità di cibo che consumano. Attualmente nel mondo in pochi mangiano le quantità di cibo che mangiamo noi, ma dobbiamo renderci conto che se cambia il regime alimentare di alcune nazioni, cambia il mondo: è quello che sta succedendo ed è quello che forse dovrebbe preoccuparci maggiormente. Nel corso degli ultimi decenni il rapido sviluppo economico dei Paesi emergenti ha portato ad un aumento del reddito pro capite di queste popolazioni, che quindi stanno progressivamente adottando modelli di consumo alimentare sempre più simili ai nostri. Insomma, per tornare alla metafora della tavola globale alla quale tutti mangiamo, la disposizione dei posti e le portate stanno cambiando. Consideriamo, per esempio, il consumo di proteine di origine animale. Con l’aumento della prosperità e dell’urbanizzazione le società tendono a mangiare più carne. Il fatto è che la carne è un modo tortuoso ed energeticamente inefficiente di fornire elementi nutritivi: ingrassare un manzo di un chilogrammo “costa” circa 8 chilogrammi di foraggio, ma se teniamo conto del fatto che gran parte del manzo è fatta di grasso e ossa, di foraggio ne occorrono ben 13 chilogrammi. L’impatto di consumi di questo tipo sullo sfruttamento del suolo dovrebbe essere evidente. Gli allevamenti intensivi, ormai sempre più diffusi nei vari Paesi del mondo, creano gravi problemi ambientali: inquinamento delle acque di falda, dell’aria e del suolo di vasti territori, nonché inabitabilità per le popolazioni nelle vicinanze. Ma non solo, è ormai provato che tali allevamenti aumentano la concentrazione di anidride solforosa, che alimenta le piogge acide, e di metano, che rafforza l’effetto serra. I bovini e i maiali non solo inquinano, ma sono ingrassati con mangimi (come la soia e il mais) coltivati devastando foreste, utilizzando concimi e pesticidi chimici, senza contare che essi “consumano” vaste superfici di territorio che vengono sottratte alla coltivazione agricola. I disperati che non riescono a trovare cibo a sufficienza dovrebbero preoccuparsi per la direzione presa da quasi tutto il mondo verso un consumo di carne “all’occidentale” che riduce la disponibilità dei cereali su cui contano per vivere. Più carne significa maggiore domanda di cereali e più mani a contenderseli. Uno studio della London School of Economics stima che nel 2050 il bestiame nel mondo consumerà cibo come 4 miliardi di persone. Se mai si continuerà a seguire una dieta carnivora, la razione individuale a livello globale dovrà necessariamente ridursi, altrimenti il clima ne soffrirà. Pertanto l’ostacolo più cruciale tra il punto in cui si trova l’attuale sistema alimentare e quello in cui ha bisogno di andare non è solo l’impegno teso a incrementare le scorte di cibo, bensì quello volto a ridurre la domanda di prodotti alimentari, soprattutto di carne. Qualunque incremento potremmo forse raggiungere nella produzione di proteine non sarà abbastanza ampio da soddisfarne la domanda futura, a meno che non si invertano le attuali tendenze nel loro consumo. Lo slancio verso consumi più sostenibili potrebbe arrivare da molteplici direzioni. L’incremento dei prezzi dei cereali potrebbe contribuire a rendere la carne meno appetibile (oppure dovremmo abituarci all’idea di pagare le nostre bistecche duecento euro!). Contemporaneamente serve una presa di posizione da parte delle autorità pubbliche, che illustri gli enormi costi di un’alimentazione troppo ricca di proteine e spieghi chiaramente il modo in cui l’attuale sistema di sovvenzioni e altri incentivi governativi mantenga il prezzo della carne artificiosamente basso rispetto al vero costo reale tenendo conto dell’impatto ambientale. Una via alternativa potrebbe essere quella di puntare ancora di più sulle innovazioni tecnologiche. In effetti, a partire dal XIX secolo, una costante sfilza di successi, dagli ibridi ad alto rendimento alle lavorazioni a velocità sostenute ci ha insegnato ad aspettarci che anche la peggiore delle crisi alimentari si risolva in una maniera che, contemporaneamente, migliora le condizioni di vita, genera profitti e ci rende addirittura più abili nel produrre più calorie con meno denaro. Attorno alle biotecnologie, ed in particolare all’introduzione di organismi geneticamente modificati nel settore agroalimentare, si è acceso un forte dibattito a livello nazionale ed internazionale che ha riguardato le tematiche della protezione dell’ambiente e della salute così come implicazioni economiche e sociali. Lungi da noi prendere una posizione pro o contro un argomento tanto complesso, ma ci sembra interessante sottoporre alcuni esempi che evidenzino come spesso le nostre convinzioni derivino da posizioni preconcette o da paure, basate sul presupposto secondo cui ciò che è “naturale” è buono, mentre ciò che è creato o modificato dall’uomo è cattivo. Alla fine degli anni Sessanta un gruppo di studiosi dell’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) irraggiò con fasci di neutroni una varietà di grano duro al fine di ottenere piante più resistenti e con rese maggiori. Dopo vari tentativi e incroci con altre varietà di questo tipo di frumento, nel 1974 fu registrato il Creso, che nel giro di pochi anni diventò il grano duro più utilizzato. Ne abbiamo mangiato a quintali sotto forma di spaghetti, penne, rigatoni e maccheroni. La pasta ovviamente non è radioattiva e nessuno lo ha mai messo in dubbio; le radiazioni sono soltanto servite per indurre una mutazione nella prima pianticella. Ancora, la banana che noi mangiamo è un frutto sterile, senza semi, di una pianta infertile, cugina mutante di due erbe selvatiche della giungla (il banano non è un albero, ma un’erba, la più alta del mondo). Ma se si tratta di una pianta sterile, come è possibile che ora noi possiamo gustare la polpa senza semi della banana? Semplice: si prende un tralcio dalla base del fusto e lo si pianta. Ogni pianta è a tutti gli effetti un clone. Oggi per generare nuove piante di banano si utilizzano, come per molte altre colture, le biotecnologie. In breve, le cellule della pianta vengono cresciute in laboratorio, fatte replicare, stimolate a diventare embrioni e quindi lasciate trasformare in germogli. La clonazione in laboratorio è per le piante una realtà già da molto tempo, ed è ampliamente utilizzata per frutta e verdura, nonché per i fiori e le piante ornamentali. Da molto tempo scienziati in camice bianco, maschera e tuta sterile hanno manipolato gli embrioni di alcune piante, sottoponendoli a procedimenti mutageni al fine di ottenere varietà commercialmente interessanti. O pensavate che i pompelmi e i mandarini senza semi fossero stati selezionati da contadini con il cappello di paglia e un filo d’erba in bocca come vuole l’immaginario popolare? Al di là delle problematiche relative all’aumento demografico, all’impatto ambientale di colture e allevamenti sempre più intensivi, quello che dovrebbe farci riflettere è che il cibo, nel bene o nel male, è sempre stato una sorta di cordone ombelicale tra gli esseri umani e il regno fisico, naturale. Ma oggi la sensazione è che si stia riducendo questo legame tra consumo e produzione, permettendo a noi stessi di allontanarci dal mondo reale e interessarci meno al suo funzionamento e alle sue condizioni. Il fatto che molti di noi si stupiscano nell’apprendere notizie riguardo ai danni causati dalla desertificazione del suolo o dall’accentuarsi della perdita di foresta brasiliana per far posto all’allevamento, dimostra solo quanto abbiamo perso la relazione con quella che è forse la più essenziale delle funzioni umane. Molte delle sfide economiche, sociali e culturali che stiamo affrontando hanno il loro punto di incontro a tavola. Così, se affideremo il nostro cibo alle attenzioni di qualcun altro, rischiamo di cedere gran parte del controllo della nostra vita. Da migliaia di anni il cibo è lo specchio della società. è la fonte del materiale e delle idee che hanno portato avanti la civiltà, nonché i meccanismi a causa dei quali la civiltà sembra ora in declino. La fame è sempre stata uno stimolo per la creazione di un mondo migliore… e lo è ancora. Altri articoli di questo autore |



