Domenica 20 Maggio 2012
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Piccola storia della Borsa di Milano PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Ronchi   

Tutti gli edifici del centro storico della città che negli ultimi duecento anni hanno ospitato le contrattazioni degli operatori economici e finanziari

La Borsa di Milano nasce nel gennaio 1808, in pieno periodo napoleonico. Per la capitale del Regno Italico, da sempre vocata ai commerci internazionali, era un’onta il fatto che le contrattazioni avvenissero nelle salette di alcuni caffè del centro o nei ridotti dei teatri, quando a Trieste e nella Roma papalina s’era provveduto da tempo a realizzare edifici specificamente dedicati allo scopo. Fissare un prezzo-base per le merci era un’esigenza per i “negozianti” (appaltatori militari, cambiavalute, commercianti) in anni caratterizzati dalle continue campagne di Napoleone contro le coalizioni europee a lui avverse, e nei quali le sorti del Regno dipendevano dall’esito d’una battaglia. Tuttavia molti temevano che il ministro delle Finanze, Giuseppe Prina, potesse profittare della loro attività per imporre nuove tasse, ed erano mal disposti a pagare la ristrutturazione dell’ex chiesa del Giardino (via Manzoni), già proposta quale possibile sede della Borsa.

Dal dicembre 1807 tutti gli ospedali, gli ospizi e l’antico Monte di Pietà di Milano (con i relativi, ingenti patrimoni fondiari) furono aggregati alla Congregazione di Carità: un ente presieduto dal Prefetto, dall’Arcivescovo e dal Podestà, e con un Consiglio d’amministrazione di soli 12 membri. Profittando dello sconcerto dei dirigenti dei vecchi Luoghi Pii il governo destinò alla Borsa alcuni locali del Monte di Pietà, nell’omonima via. Quell’esperienza durò pochi mesi: i negozianti ottennero già nel 1809 un luogo più “discreto”: un’ala del palazzo dei Giureconsulti, di fronte al Broletto.

Negli anni seguenti, ed in particolare dopo il ritorno degli austriaci in Lombardia, la Borsa Valori si legò sempre più alla Camera di Commercio (CdC): un ente “privato” che in certi campi e per certe funzioni agisce in stretta connessione con taluni uffici pubblici. I rapporti erano favoriti dalla prossimità fisica: gli edifici storici della Piazza Mercanti, ad ovest di piazza Duomo; cioè la zona vocata a nuovo centro direzionale, che dopo l’Unità fu interessata da una serie di trasformazioni, iniziate con l’apertura di piazza Scala e conclusa alla vigilia della II Guerra Mondiale con la sistemazione di piazza Diaz. Giusto a metà di quegli 80 anni, e cioè nel 1901, venne inaugurata la prima vera sede della Borsa, a completamento del cuore della City milanese, in piazza Cordusio.

Per la nuova sede l’architetto Luigi Broggi assunse quale riferimento ideale lo stile cinquecentesco di Galeazzo Alessi; le due sculture che movimentano la facciata concava furono commissionate al brianzolo Achille Alberti. A pochi anni dalla realizzazione, gli spazi erano già ritenuti insufficienti ad ospitare tutti gli uffici della Borsa, cui era stato destinato solo il piano terra. I banchieri Vonwiller avevano ceduto parte della loro proprietà su via Cordusio per consentire di realizzare il salone di contrattazione (700 mq di superficie, illuminato dall’alto da un velario), ma si era ancora nel 1898, uno degli anni più tristi nella storia di Milano, ed ormai il prezzo delle aree vicine era troppo alto per pensare ad un ampliamento. A ciò s’aggiungeva il rigido regolamento edilizio che limitava l’altezza degli edifici su piazza Cordusio. Nel 1914 la CdC s’era trasferita dal palazzo delle Scuole Palatine a quello dei Giureconsulti, cioè da un lato all’altro di piazza Mercanti; il primo palazzo divenne dal 1919, all’indomani della Grande Guerra, la sede della Associazione Granaria, cioè la “borsa” dei cereali e di alcuni prodotti alimentari; agli operatori della seta rimasero invece gli spazi di via Mercato, dato che non ebbe esito positivo il progetto, affidato all’ing. Adolfo Valbrega, d’unificare l’attività delle tre borse (valori, grani, seta) in un unico ampliamento della sede della CdC.

L’idea d’una sede unica venne ripresa alcuni anni più tardi, quando Milano e l’Italia erano ormai inseriti nelle strutture centralistiche del governo fascista.

Paolo Mezzanotte (1878-1969), laureato nel 1900, condivideva con Luca Beltrami l’interesse per gli edifici storici milanesi e per le committenze “istituzionali”: meno remunerative ma più prestigiose rispetto a quelle della borghesia lombarda e delle imprese edili abituate ad acquistare interi lotti di vecchie case per sfruttare al massimo le cubature consentite dal nuovo piano regolatore, entrato in vigore (dopo molte polemiche) nel 1934, ma “in gestazione” dal 1927.

Mezzanotte ottenne l’incarico di realizzare la Casa dei Fasci di via Nirone, inaugurata nel 1926: l’opera suscitò commenti negativi ma gli aprì la strada per l’importante committenza per la sistemazione della nuova Piazza Affari quale sede delle Borse, collegata a quella della CdC. In quell’anno infatti l’ente acquistò, per (soli) 29 milioni, un’area già edificata che comprendeva l’ottocentesco Palazzo Turati, in via Meravigli, e l’annesso centro commerciale dell’Unione Cooperativa, sull’angolo di via delle Orsole: zona, questa, destinata alla Borsa Merci. L’intervento di Mezzanotte e dei suo collaboratori (il fratello Vittorio e Gio Ponti) ha portato alla realizzazione, entro il 1931, d’un edificio in grado di supportare per vari decenni (sino all’avvento dell’informatica) il consolidamento di Milano quale principale piazza finanziaria italiana.

Ciò nonostante i limiti imposti dal mancato accordo con le Poste, contrarie ad una strada diretta di collegamento con piazza Cordusio (da qui il problema che da sempre affligge Piazza Affari, l’isolamento). La facciata in travertino, le sculture e le vetrate hanno saputo affascinare generazioni di milanesi; i punti di forza dell’edificio, anche grazie all’attento restauro, rimangono la sala principale (1600 mq), oggi spesso utilizzata per mostre temporanee, specie durante la stagione delle sfilate di moda, ed i resti misteriosi dell’antico Teatro Romano, in parte visibili scendendo nelle cantine dell’edificio, a qualche decina di metri dall’attuale piano stradale.

Una presenza senza dubbio più discreta dell’ormai notissimo “Dito medio” dello scultore Maurizio Cattelan posto al centro della piazza.



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