Fra le ragioni che portavano i monzesi a benvolere la monarchia sabauda bisogna annoverare il fatto che la Villa Reale richiedeva la presenza quasi continua di ben 350 persone
Dal 20 settembre 1891 una lapide posta a Monza nell’allora Piazza Isola (tra il Palazzo di Giustizia e l’antico Ponte dei Leoni) ricorda che il 3 giugno di cinque anni prima Benedetto Cairoli (1825-89) aveva inaugurato il monumento al suo “Gran Duce” (Garibaldi), opera del noto scultore Ernesto Bazzaro. La scultura era stata realizzata in marmo bianco, presto deterioratosi a causa dell’aria carica d’agenti inquinanti che caratterizzava la Monza di fine Ottocento, dove lungo tutto il corso del Lambro erano numerosi gli opifici dei cappellai. Così nel 1915 lo scultore ne fece una copia esatta, stavolta in bronzo. Nel 1934, sotto il fascismo, la piazza fu ristrutturata, e Garibaldi trasferito nei Boschetti reali, cioè il giardino pubblico che s’estende tra la recinzione del lato sud della Villa Reale e Piazza Citterio. Come mai la lapide è rimasta, nonostante il suo riferimento a un monumento che non c’era più? Perché il Cairoli, nonostante fosse stato un cospiratore repubblicano sin dal 1848, uno dei Mille di Marsala, e il fratello maggiore dei due volontari garibaldini feriti a morte nel 1867 a Villa Glori presso Roma, s’era in seguito fatto apprezzare dalla grande maggioranza dei cittadini monzesi. Essi nel 1878 subito dopo la morte di Vittorio Emanuele II raccolsero i fondi per un grande monumento in pietra (el Re de Sass), inaugurato il 16 settembre 1878 alla presenza della nuova famiglia reale e di Cairoli, in quel momento Presidente del Consiglio. Poche settimane dopo, in novembre, Cairoli, aveva accompagnato Umberto I e i suoi in visita a Napoli; con grande prontezza di spirito aveva deviato il pugnale dell’anarchico lucano Giovanni Passannante, ricevendo una brutta ferita alla coscia. La notizia dell’attentato suscitò grande emozione in tutto il Paese; persino il generale Garibaldi dall’esilio di Caprera aveva telegrafato all’antico compagno di tante battaglie: “Un bacio a voi, e congratulazioni al re d’Italia”. Per molti monzesi l’attaccamento a Casa Savoia era rafforzato anche da ragioni pratiche: la grande villa neoclassica che nell’estate del 1859 Vittorio Emanuele II aveva requisito al suocero e zio Ranieri d’Asburgo si prestava a funzioni di rappresentanza, data la vicinanza al capoluogo lombardo e la facilità dei collegamento stradali e ferroviari. A differenza dei borghi in cui sorgevano le numerose regge piemontesi dei Savoia, Monza era una città antica, orgogliosa delle proprie tradizioni longobarde e della Corona Ferrea, che lo stesso Napoleone aveva adottato quale simbolo del Regno d’Italia; ma era anche un centro commerciale ed industriale la cui economia non dipendeva se non in parte dalla presenza della Corte, il cui apporto non era però trascurabile: tra cortigiani e personale di servizio, di norma dormivano alla Villa (specie durante i mesi estivi) non meno di 350 persone; e la situazione si mantenne pressoché immutata nonostante il trasferimento della capitale da Torino a Firenze, che peraltro poteva offrire a non troppa distanza, nelle tenute di San Rossore, nuove occasioni di svago al re. A Monza la manutenzione del parco recintato forse più vasto d’Europa, delle serre, delle scuderie e dei circa 700 ambienti del complesso dava lavoro a numerosi artigiani e dipendenti, senza contare l’indotto rappresentato dalle visite dei politici e dalle delegazioni straniere. Gli interni della reggia “estiva” vennero in gran parte ristrutturati durante il regno di Umberto I, il quale vi trascorreva lunghi soggiorni, anche a cagione della prossimità con la villa della sua amante “storica”, la bella Eugenia Litta, nata Attendolo Bolognini, cui s’era legato dal 1862, quando lei aveva 25 anni e lui 18. Prima delle nozze con la cugina Margherita di Savoia (1868) gl’incontri tra la nobildonna e il giovane ufficiale avvenivano a Milano, in un villino in via Manara; in seguito la coppia clandestina preferì profittare delle poche centinaia di metri di parco che separavano la Reale dalla villa Litta, in territorio di Vedano al Lambro. Umberto ebbe da lei un figlio nel 1883; Eugenia s’era decisa a quel passo, nonostante avesse ormai 46 anni, anche a seguito d’un episodio dell’anno precedente, gelosamente conservato tra i segreti della corte: il re aveva avuto una relazione con una quattordicenne, Cesarina Gaddi, che nel marzo 1882 aveva partorito un figlio. Più difficili da tenere nascosti erano i pettegolezzi riguardo i frequenti “amorazzi” del maturo sovrano con giovani del popolo, reclutate a Monza e dintorni da un domestico di fiducia, tale Paolo, che fungeva anche da ufficiale pagatore. Nonostante tali dicerie i buoni cittadini monzesi - specie se appartenenti alla borghesia - rimanevano largamente favorevoli all’istituzione monarchica. è significativo il fatto che in una guida turistica stampata nel 1881 si citava, tra le glorie locali, “Il maggiore d’artiglieria Carlo Pozzi, illustratosi assai giovane nell’ultimo assedio di Gaeta”, quello conclusosi con la morte di molti civili innocenti nel febbraio 1861. Un altro episodio che dimostra come Monza fosse considerata un approdo sicuro per il re: nell’autunno del 1890, qualche mese prima che la Società dei Reduci delle Patrie Battaglie ordinasse allo scultore Carlo Abate la lapide a Cairoli, lui e il presidente del Consiglio, Francesco Crispi, temendo le manifestazioni dei Repubblicani milanesi contro il rinnovo della Triplice Alleanza, avevano invitato il nuovo cancelliere tedesco Georg von Kaprivi, in visita in Italia, ad alloggiare nella Villa Reale anziché in albergo a Milano, dove doveva incontrare i dirigenti della Banca Commerciale. I Reduci monzesi dopo la morte di Cairoli facevano riferimento al brillante giornalista e deputato Felice Cavallotti, il “bardo della democrazia”. Tra i soci più attivi ricordiamo Luigi Boldetti, originario di Parabiago, che aveva conosciuto Cairoli all’università di Pavia; Filippo Erba, già maggiore garibaldino, incarcerato nel 1869 per aver assaltato a Milano la sede del giornale conservatore La Perseveranza, e il suo amico fraterno Clemente Alberti, che come Cairoli era stato ferito a una gamba durante l’assalto dei Mille a Palermo nel 1860. Per molti anni l’Alberti, nato a Carugate, gestì il bar annesso al Teatro Sociale, nell’animata piazza del Mercato, luogo di ritrovo dei vecchi combattenti “democratici”. Il presidente dell’associazione, Mosè Castoldi, faceva riferimento all’avvocato Oreste Pennati, direttore del Lambro, che fu prima consigliere comunale e poi deputato del collegio di Monza; in tale veste fu tra i testimoni dell’attentato dell’anarchico Giuseppe Bresci a Umberto I del 29 luglio 1900: una data destinata a cambiare per sempre la storia di Monza, perché da allora la Villa venne definitivamente chiusa dai Savoia, nonostante gli sforzi dei monzesi, testimoniati dalla (brutta) Cappella Espiatoria realizzata a tempo di record sul luogo dell’assassinio.
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