| La Seregno del Patriarca |
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| Scritto da Francesco Ronchi |
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La storia del vescovo Paolo Ballerini, la cui vita subì alterne vicende fin quando non si stabilì nel centro brianzolo, testimoniandone le importanti trasformazioni sociali, economiche e culturali. Ventuno anni fa veniva inaugurata in una piazza centrale di Seregno una statua dedicata a Paolo Ballerini (1814-97). All’autore, Antonio De Nova, già sei anni prima era stato commissionato un bassorilievo in bronzo poi donato a Giovanni Paolo II in visita nella cittadina briantea. Il vescovo Ballerini v’era giunto quasi per caso e in incognito, ma nel corso di sei lustri fu testimone partecipe delle importanti trasformazioni sociali, economiche e culturali di quella che nel secolo scorso spesso veniva definita “la Vandea Bianca”, a cagione della notevole presenza di istituzioni religiose ed ecclesiastiche e del profondo influsso esercitato dal clero sulla popolazione. Originario d’Inveruno, ma nato a Milano, orfano in giovane età, venne ordinato nel 1837 e destinato dai superiori a proseguire gli studi teologici a Vienna. Fu redattore de L’Amico Cattolico, pubblicato tra il 1841 e il 1856. Stimato da Pio IX, nell’aprile 1857 fu nominato Vicario Generale della diocesi ambrosiana. Già in dicembre s’aprì tuttavia il problema della sostituzione dell’arcivescovo titolare, gravemente malato: per tradizione il vicario generale era il responsabile amministrativo della diocesi, ma dal punto di vista pastorale il sostituto “naturale” del presule era considerato mons. Carlo Caccia Dominioni, di famiglia nobile e a capo del Capitolo del Duomo. La questione fu accantonata sino alla morte del titolare della cattedra di S. Ambrogio; essa avvenne però nel pieno dell’offensiva franco-piemontese in Lombardia dell’estate 1859. L’imperatore d’Austria e Pio IX s’erano accordati sulla nomina di Ballerini, ma la notizia vene accolta con sdegno dai “patrioti”, che lo dipingevano come un “servo di potenze straniere”, tanto che il nostro decise di nascondersi a Cantù. Il nuovo governo filo-sabaudo considerò sempre quale capo della chiesa ambrosiana il Caccia, da cui ottenne inizialmente un tiepido appoggio; tuttavia si rifiutò di concedergli l’exequatur, cioè il nullaosta governativo previsto dalla legge piemontese per i vescovi. Dal canto suo Pio IX continuò per diversi anni ad insistere sul nome del Ballerini, che divenne - suo malgrado - un perseguitato politico: esule nel Canton Ticino, nel maggio del 1861, su richiesta del neonato Regno d’Italia venne espulso. Trovò rifugio in piena campagna, nella frazione Vighizzolo di Cantù, grazie anche ai buoni uffici dell’amico scrittore Cesare Cantù. Per convincere Pio IX dell’opportunità d’accogliere le dimissioni da arcivescovo di Milano presentate dal nostro sin dall’agosto del ’59, il governo austriaco propose di destinarlo ad una sede altrettanto prestigiosa, Venezia, ma il tentativo fu vano. Per risolvere la delicata questione degli ormai non pochi vescovi “impediti”, cioè privi dell’exequatur, fu decisiva la mediazione di san Giovanni Bosco. Il 17 febbraio 1867 Pio IX accolse le dimissioni del nostro e lo nominò Patriarca d’Alessandria, chiamandolo a Roma. Ma lui chiese di restare ad assistere l’anziana madre. Poiché era stato nominato in sua vece, col consenso governativo, il vescovo di Casale, Luigi Nazari di Calabiana, gli si chiese di non risiedere a Milano, dove il clero “intransigente”, cioè critico nei confronti d’un governo che faceva ben poco per migliorare le condizioni dei ceti più poveri, ne aveva fatto una sorta di martire. Ballerini dal luglio 1868 si stabilì a Seregno: un centro in forte espansione industriale e commerciale, ben collegato dal punto di vista dei trasporti, ma con pochi uffici pubblici (a differenza della vicina Desio). Ebbe un certo peso anche il fatto che il prevosto, don Saverio Comelli, “seppe ritirarsi quasi nell’ombra, con umiltà”: un atteggiamento che altri parroci non avrebbero condiviso. Il Patriarca, dalla casetta di via Cavour offertagli dai nobili Caponaghi, s’occupava volentieri dell’amministrazione delle cresime e della guida a cerimonie devozionali “in pompa magna”, facendo leva sull’orgoglio campanilistico dei maggiorenti per ottenerne il sostegno nei confronti della nuova generazione di giovani sacerdoti (e laici) il cui intransigentismo negli anni bui di fine secolo si concretizzava, specie sotto il pontificato di Leone XIII, nell’impegno sociale a favore dei contadini e degli operai. Il Patriarca conduceva una vita frugale, destinando quasi tutto l’appannaggio (“circa 4 mila franchi annui dal governo nostro, e circa 1600 franchi dalla Dataria romana”) a sovvenire i bisogni di varie istituzioni religiose, maschili e femminili. Ai funerali, il 31 marzo 1897, presero parte alcune migliaia di persone; oltre all’arcivescovo Andrea Ferrari si contavano 5 vescovi e oltre 300 sacerdoti. Negli anni seguenti, i “suoi” giovani del Circolo Cattolico ne perpetuarono il ricordo tra i seregnesi. Altri articoli di questo autore |



