Le vicende di una delle due figlie del conte Bartolomeo Arese, che le concesse in dote il palazzo ed il grande parco di Cesano Maderno, appartenuto sino al 1538 ai precedenti feudatari, i Carcassola
Al Palazzo Reale di Milano s’è chiusa da pochi mesi la mostra Sacro Lombardo: dai Borromeo al Simbolismo, che prendeva le mosse da S. Carlo Borromeo per proporre una scelta delle opere che accompagnarono, sul versante religioso, l’ascesa sociale d’una famiglia protagonista della storia italiana dal ‘600 a tutto l’800. Del Cerano, uno dei primi artisti legati ai Borromeo, era esposta la doppia versione di Giuditta e Oloferne. Il tema, per quanto “biblico”, ha ben poco di religioso (si rappresenta una decapitazione con sfondo politico, dalle esplicite connotazioni sessuali); e tuttavia nel Seicento italiano conobbe una certa fortuna, sull’onda del dipinto del Caravaggio (1599). La sua Giuditta sarebbe stata ispirata a Beatrice Cenci, decapitata l’11 settembre di quell’anno a Roma con l’accusa d’aver fatto uccidere il padre-padrone. In mezzo alla folla, che parteggiava per la condannata, era presente anche la futura pittrice Artemisia Gentileschi, anch’ella autrice negli anni a venire di più d’una versione della Giuditta. Giulia Arese (1636-1704), sposa nel 1653 di Renato II Borromeo (1618-85), apparteneva ad una generazione successiva; ma il tema di Giuditta dovette intrigarla molto. Giulia era una delle due figlie del conte Bartolomeo Arese, un funzionario al servizio degli spagnoli che le aveva trasmesso il titolo di “co-signora della Pieve di Seveso”. Ottenne quale bene dotale il palazzo ed il grande parco di Cesano Maderno, appartenuto sino al 1538 ai precedenti feudatari, i Carcassola. Esso è meta di visite e di studi, per la ricchezza e complessità degli affreschi, realizzati tra il 1660 ed il 1670 da alcuni tra i maggiori pittori e quadraturisti attivi all’epoca nel Milanese. La cappella si trova al piano nobile; vi si accede dalla Galleria dedicata alle Arti ed ai loro massimi cultori nel mondo classico: Aritmetica (Pitagora), Musica (Arione e il suo delfino), Pittura (Zeusi), Poesia (Omero), Logica (Zenone), Retorica (Cicerone), Grammatica (Aristarco di Samo). Oltre a quello di Giuditta è rappresentato l’episodio della “escort” Giaele che con un picchetto da tenda uccide il Sisara, comandante dei nemici d’Israele. Ordinando i due affreschi, Giulia non intendeva celebrare le due eroine, bensì la fine ingloriosa di due generali (Sisara e Oloferne): una sorta d’avvertimento al cognato, Vitaliano Borromeo, il quale - grazie al mestiere delle armi - andava collezionando onori e ricchezze, profuse nell’ampliamento dell’Isola Bella, cuore dei domini novaresi del casato. Pur essendo più giovane di suo marito, Vitaliano si comportava da capo del casato, favorendo la carriera dei due figli maschi di Giulia, Carlo (1657-1734) e Giberto (1671- 1740): il primo nell’esercito spagnolo, l’altro nella Chiesa. Giulia decise di rivalersi organizzando per le figlie il matrimonio con esponenti del patriziato. La maggiore, Giustina, sposò nel giugno 1673 il conte Cristiano Stampa; la secondogenita, Margherita, andò a nozze un anno dopo con Antonio Dal Verme, il quale ebbe una dote di 20 mila scudi. In quello stesso 1674, Giulia ottenne dalla famiglia il consenso a far adottare a Carlo il cognome Arese, che il nonno materno aveva fatto insignire dell’Ordine di Calatrava. Alle nozze di Giulia aveva assistito l’allora vescovo di Novara, card. Odescalchi, nobile comasco; la sua elezione al pontificato, nel 1676, fu presto seguita dal fidanzamento di Carlo con la nipote Giovanna Odescalchi. Uno dei primi atti del papa fu la concessione ai Borromeo di celebrare messa nelle loro residenze, in deroga alle disposizioni del Concilio di Trento volute proprio da S. Carlo. Il matrimonio venne celebrato il 27 maggio 1677 a Milano; la dote era di 40 mila scudi. Il padre della sposa era il duca di Bracciano, la madre una Cusani. I festeggiamenti si tennero soprattutto a Cesano, sotto la direzione di Giulia, che volle far rappresentare nel cortile e nei giardini del Palazzo una serie di commedie in musica, coronate da spettacoli pirotecnici. Ne fu impressionato lo stesso Vitaliano, che in autunno invitò il nipote prediletto a festeggiare all’Isola Bella. Nel marzo 1678 il dono di nozze della corte di Madrid: il Toson d’Oro. L’anno seguente Carlo ebbe un erede maschio, ma perse Giovanna, morta a 22 anni poco dopo il parto. In suo onore il bimbo venne battezzato Giovanni Benedetto: la famiglia teneva a non incrinare i rapporti con gli Odescalchi, tanto che il giovane si mantenne per 10 anni vedovo. Assunto dopo la morte di Renato il ruolo di capo del casato, Carlo ricevette ben presto da Madrid l’incarico di “ambasciatore straordinario” a Roma. Egli più che come diplomatico si comportò da gran signore, senza preoccuparsi delle ingenti spese di rappresentanza, pagate di tasca propria. La permanenza a Roma segnò anche il progressivo distacco dalla madre, che preferiva risiedere a Cesano piuttosto che ad Arona o Angera. Grazie ai contatti con la nobiltà comasca nel 1688 Giulia riuscì a combinare le nozze della figlia Lucrezia con Antonio Gaetano Gallio Trivulzio, principe d’Alvito (1658-1705), uno dei più ricchi gentiluomini di Milano. Carlo non s’oppose al matrimonio della sorella; temendo però di non poter far fronte all’impegno per la dote, accolse l’offerta d’accasarsi con una nobile romana, Camilla Barberini, per la quale i parenti erano disposti a versare ben 70 mila scudi di dote. Le nozze si celebrarono a Roma nel marzo 1689, pochi mesi prima della morte dell’anziano pontefice. I parenti della sposa s’attendevano l’appoggio dei Borromei in vista dell’elezione del successore, ma rimasero delusi; decisero quindi di pagare solo 55 mila scudi, innescando una polemica conclusa solo dopo la morte della suocera, Olimpia Giustiniani (1728). Il matrimonio fu allietato dalla nascita di numerosi figli, tuttavia né Carlo né Camilla riuscirono a superare i condizionamenti familiari e a renderlo “felice”. Il parco di Cesano venne dotata di voliere per uccelli esotici, amati da Camilla e dalla moglie del figliastro, la genovese Clelia del Grillo, tuttavia nel corso del XVIII secolo i Borromeo Arese preferirono trascorrere i mesi estivi nella “nuova” residenza di Senago. A Cesano furono celebrati, tra il 1770 e il 1780, i matrimoni delle tre figlie dell’erede di Camilla, Renato (III) Borromeo Arese (1710-78), succeduto a Giovanni Benedetto quale capo del Casato. Il 28 luglio 1928 morì a Cesano Elisabetta Borromeo Arese, la quale aveva sposato nel 1858 uno zio - Emilio - il quale (forse proprio per questo) fu il solo tra i quattro fratelli maschi della sua generazione a non ottenere incarichi istituzionali nel nuovo Stato unitario. Il fatto d’aver ospitato la “réproba” della famiglia fu causa ed effetto del rapido decadimento della dimora nel corso del ‘900, sino all’acquisizione da parte del Comune, che nell’ultimo ventennio ha curato il restauro e la valorizzazione del parco e del palazzo oggi sede d’importanti istituzioni culturali.
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