| Cantù, la piccola capitale del merletto |
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| Scritto da Francesco Ronchi |
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Per diversi secoli, la lavorazione di pizzi e merletti è stata una attività “pulita”, ad alto valore aggiunto, nella quale avevano un ruolo fondamentale la perizia e la fantasia creativa L’antica Canturio, sviluppatasi in epoca gallo-romana quale centro d’un piccolo distretto collinare nella Brianza settentrionale, nel Medioevo svolse un ruolo da protagonista nella lunga serie di conflitti tra i ghibellini comaschi ed i signori di Milano. Nel secondo ventennio del ‘300 la famiglia Grassi, determinata a crearsi uno spazio politico autonomo, dotò il borgo d’un circuito di mura che faceva capo all’ancor oggi esistente Porta degli Archinzi. In Cantù si contavano all’epoca 35 torri; la più alta, sopravvissuta alla riconquista viscontea, venne poi trasformata nel campanile della chiesa di S. Paolo. Da quando Carlo V d’Asburgo aveva dato un assetto stabile all’ex Ducato sforzesco, anche in questa zona il “mestiere delle armi” riguardava solo una quota marginale della popolazione. Era d’uopo inventarsi altre attività per integrare un’agricoltura da sempre avara, esercitata su campi e pascoli tolti con pazienza alla boscaglia. Testimonianze precise sugli antichi mestieri risalgono al Sei-Settecento. L’attività dei chiodaroli canturini, spesso giovanissimi, si svolgeva all’epoca in un centinaio di siti, composti da una stanza che conteneva il legname, la fornace (dotata di mantice) e l’incudine. Gli spazi minimi, il fumo e gli alti ritmi del lavoro erano concause della diffusione, tra i canturini, della tisi e di altre malattie respiratorie. Gli imprenditori-mercanti canturini si procuravano il minerale dalla Bergamasca e lo distribuivano al domicilio dei lavoranti; i chiodi venivano raccolti fornace per fornace e poi venduti nel Canton Ticino e in Piemonte. Anche la lavorazione di pizzi e merletti procurava maggiori guadagni ai commercianti; tuttavia si trattava d’una attività “pulita” e ad alto valore aggiunto, nella quale avevano un ruolo fondamentale la perizia e la fantasia creativa. La tradizione attribuisce al benedettino Adalberto da Cluny la fondazione, nel 1093, di un monastero femminile; a guidare la piccola comunità egli avrebbe chiamato Agnese di Borgogna, una nobile dama che conosceva i segreti dell’uncinetto e della lavorazione al tombolo. Fonti storiche citano il monastero femminile dell’ordine degli Umiliati, che adottarono prima la regola benedettina sintetizzata nella formula “Prega e lavora”, e - dalla fine del ‘400 - quella agostiniana, con una clausura più stretta. Un ampliamento del monastero venne autorizzato nel 1505 dal papa Giulio II, mentre la chiesa della Trasfigurazione poté essere realizzata - grazie al contributo dalla nobile suor Letizia Alciati - solo alcuni decenni più tardi, negli anni in cui l’arcivescovo Carlo Borromeo dava a Cantù il titolo di capo-pieve. Da cinque secoli esso era spettato alla vicina Galliano, dove s’ammira ancor oggi la basilica proto-romanica cara al vescovo-soldato Ariberto d’Intimiano. Purtroppo durante il ventennio fascista ciò che rimaneva del convento, peraltro già vittima delle soppressioni ecclesiastiche d’epoca napoleonica, ha lasciato spazio all’attuale piazza Marconi. La tecnica della rete - Sin verso la fine del ‘500 in Europa scrivendo di trine e merletti si faceva riferimento ad applicazioni nell’arte del cucito, ricamo e passamaneria decorativa per le quali era possibile utilizzare vari filati, dal lino alla seta colorata (in certi casi mista al filo d’oro); fu solo con il XVII secolo che i vari punti e le tecniche di realizzazione trovarono una definizione abbastanza precisa, in base alla qualità realizzativa e alla provenienza geografica dei manufatti. Nel tardo XVI secolo, quando le ragazze di Cantù apprendevano dalle monache i segreti della lavorazione, i merletti “milanesi” (cioè lombardi) erano caratterizzati da una serie di disegni a motivo floreale o ad arabesco, connessi da allacciature eseguite torcendo i fili. Per la sua resistenza alla lavorazione, il lino fu a lungo preferito al cotone inamidato. Agli inizi del ‘600 partendo dalle Fiandre (Anversa) si diffuse - in primo luogo nei territori asburgici d’Italia e di Spagna (Camarinas), nonché in Francia - l’uso di una rete di fondo, con funzione sia di decorazione sia di contestualizzazione e protezione dei ricami più delicati. Le reti più apprezzate erano quelle con maglia a forma di diamante, formata utilizzando un intreccio di 4 fili ritorti. La tecnica del merletto detto “di Valenciennes”, realizzato a filo continuo, cioè portando avanti contemporaneamente la lavorazione della rete e dei motivi al suo interno, ebbe una vera e propria “apostola” nella Francia settentrionale in Françoise Badar (1624/77), che da abilissima ricamatrice divenne anche commerciante e fondatrice di un ordine religioso. A Cantù invece si partiva dalla lavorazione sul tombolo, a cui veniva apposta, nella fase iniziale, la “cartina” traforata con il disegno da eseguire. Essa veniva pazientemente passata all’uncinetto, ed ai vari segmenti del filo ritorto veniva data la direzione e la piega voluta sia mediante i nodi sia grazie al sapiente posizionamento dei fuselli di legno (detti “oss”, ovvero gli ossicini). Una volta concluso il ricamo, i fili esterni venivano prolungati in ogni direzione per formare il bordo e, quindi, la rete, con l’intenzione di riempire tutti gli intervalli pensati e voluti dall’artigiana. Era essenziale mantenere una visione d’insieme del pezzo in ogni fase della lavorazione, anche perché quelli più grandi andavano ben oltre le dimensioni del tombolo, e scendevano lungo il tipico cavalletto detto “pundìn”; in taluni casi s’arrivava a muovere sino a 300 fuselli. Grazie ai continui scambi di nozioni tecniche, dal ‘700 qualunque merlettaia canturina era in grado di realizzare il pizzo Torchon, eseguito senza l’uncinetto, togliendo e rimettendo dei piccoli fermi, un paio di barrette ritorte; tipici “punti” locali erano anche il Filet, il Venezia, il Fiandra, il Margherita, il Vergine (nella versione vuota o piena). Luci ed ombre - L’avvento dei telai meccanici ed anche l’evolversi delle mode hanno provocato nel XIX secolo una crisi generalizzata nella produzione e diffusione del merletto artigianale; tuttavia a Cantù (e in non pochi centri della zona, dove il tombolo veniva spesso portato dalle novelle spose insieme alla dote) la tradizione è rimasta a tutt’oggi abbastanza viva, sia pur relegata ad un mercato di nicchia. Tuttavia, se è abbastanza facile realizzare i punti fondamentali (biscette e fiorellini), sono davvero poche in Brianza le donne in grado di riprodurre le trame più impegnative. Qualche anno fa il Banco Desio, in collaborazione con la Famiglia Comasca, ha curato l’edizione di un bel saggio a più voci dedicato alla collezione di merletti e ricami dei Musei Civici di Como, il cui nucleo principale risale alla donazione di Giuseppina Masier (1895). Si tratta d’un’opera interessante per accostarsi ad un’arte tutt’altro che minore, e ripercorrere tradizioni come quella del velo di pizzo di seta nera, considerato un accessorio indispensabile per le spose canturine nell’Ottocento. Ricordiamo anche l’indirizzo del Comitato per la Promozione del Merletto: c/o Pro Cantù, Via Matteotti, 39/A - 22063 Cantù (CO).
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