Domenica 20 Maggio 2012
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Bergamo 1799: arrivano i russi! PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Ronchi   

Le vicende della città all’epoca di Napoleone e della Repubblica Cisalpina: la cittadinanza divisa fra chi guardava alla Francia e chi alla Serenissima.

“Comparvero alle Cinque vie due o tre cosacchi, che tirarono sopra una squadriglia pedestre francese (…) con man tremante gli archibusi scaricò sopra di loro (…) Eravi fra i cosacchi e i francesi non poco popolo, ma fu salvo gettandosi in terra alcuni ed altri ritraendosi sotto i portici. (…) Sette furono i francesi uccisi in contrada di S. Rocco, e dai cosacchi tosto furono spogliati nudi; anche de’ cosacchi 3 o 4 ne restaron morti”.

I combattimenti del 24 aprile 1799 in Città Bassa tra i francesi in ritirata verso l’Adda e le truppe del generale Petr Ivanovic Bagration sono descritti dal parroco bergamasco G. Battista Zuccala, testimone del passaggio dal secolare dominio veneziano a quello napoleonico. Bergamo era all’epoca una città murata, la cui popolazione si distingueva nettamente rispetto alle vicine Valli. Aziende artigiane, magazzini ed esercizi commerciali d’ogni dimensione avevano sede nei Borghi della Città Bassa, mentre le attività amministrative (giustizia civile e penale; strutture deputate all’assistenza socio-sanitaria; istruzione e cultura) si concentravano soprattutto nella Città Alta, frammiste ai palazzi delle grandi famiglie patrizie. Al titolo nobiliare corrispondeva ancora un certo prestigio sociale, corroborato dai privilegi sanciti da leggi e consuetudini.

Tuttavia alla fine del ‘700 nell’ambito della nobiltà orobica s’avvertiva un contrasto d’interesse tra i proprietari terrieri che controllavano le vie di commercio verso le Alpi e quelli legati alla fascia pedemontana e di pianura. Per i primi la fedeltà a Venezia significava anche mantenere il controllo sulla via del sale verso Svizzera e Germania; questo prodotto era necessario per conservare i formaggi, importante risorsa dell’economia locale: non a caso in tutta la Lombardia gli addetti al settore caseario erano detti bergamini. I secondi invece guardavano ormai soprattutto a Milano, principale piazza commerciale dei cereali e della seta, destinati in massima parte all’esportazione.

Dall’estate del 1796 tutto il Milanese era caduto nelle mani delle truppe di Napoleone, impegnato ad inseguire le truppe austriache in ritirata verso il Trentino. Il governo della Serenissima s’era dichiarato neutrale, lasciando comunque passare sul proprio territorio “le truppe straniere” senza porre loro condizioni. I francesi pretesero ed ottennero vitto e alloggio in Città Bassa, in attesa che se ne andasse il piccolo contingente di cavalleria borbonico “Regina” lasciato in città con funzione (ed efficacia) analoga a quella che hanno oggi a Mogadiscio i Caschi Blu dell’Onu.

I napoletani partirono ai primi di marzo del ’97; pochi giorni dopo un comitato rivoluzionario locale, che s’era assicurato l’appoggio di una parte della nobiltà e la condiscendenza del vescovo, Giampaolo Dolfin, cacciò l’ultimo rappresentante veneziano, Alessandro Ottolini, e consegnò ai francesi anche la Rocca, dotata di pochi pezzi d’artiglieria ma in posizione dominante. Tra i primi atti del nuovo governo vi fu l’invio di alcuni “volontari” verso Brescia, in appoggio ad un analogo colpo di mano. La nobiltà filo-veneziana, da sempre a stretto contatto con la piccola borghesia commerciale ed il clero delle Valli, reagì a tale prova di forza favorendo (spesso però soltanto sottotraccia) le “insorgenze”: numerosi gruppi di valligiani bruciavano gli “alberi della libertà” piantati dai repubblicani filofrancesi e si rifiutavano di consegnare gli oggetti d’argento conservati nelle chiese, oltre ai nuovi obblighi fiscali e di leva.

Gli insorgenti, male armati e privi di autentici capi, ottennero alcuni successi tattici sfruttando la conoscenza del territorio, ma non riuscirono a vincere la diffidenza della popolazione della città, cui pareva ormai irrealistico (oltre che pericoloso) battersi nel nome di San Marco: a Leoben Francia e Austria s’erano spartite i domini veneziani sino all’Oglio, e il 29 giugno era nata ufficialmente la Repubblica Cisalpina.

Nei mesi seguenti i francesi agirono con grande decisione nei confronti degli insorgenti, nei confronti dei quali s’applicava la pena di morte o la condanna ai lavori forzati in un campo situato a Pizzighettone, nel Cremasco.

Il dominio degli austro-russi si rivelò effimero: nel giugno del 1800, a seguito della sconfitta dei Savoia a Marengo, gli austriaci lasciarono alla Cisalpina i territori a ovest del Mincio. Tuttavia ancora gli insorgenti della Val Seriana “minacciavano la Città, e sotto pretesto di carestia de’ grani mettevano delle imposizioni. Contro di questi s’avviò la ciurma de’ nostri giacobini con tutta la sbirraglia, che li assalì più volte e li disperse”.



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