Domenica 20 Maggio 2012
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Sovico e il feudo dei Balbiani PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Ronchi   

Le vicende storiche di un territorio attraverso le vicende dei suoi signori, fino all’arrivo degli austriaci e dei francesi – Lo sviluppo industriale di metà Ottocento

Sovico, 7 km a nord di Monza, forma di fatto un’unica conurbazione con Macherio; il confine tra i due centri, il cui territorio orientale rappresenta la parte centrale del Parco fluviale del Lambro, è la ferrovia Seregno-Ponte S. Pietro, costruita nel 1888, per la quale da anni si attende la promessa estensione del traffico passeggeri.

I due paesi condividono alcuni servizi pubblici, tra cui la Protezione Civile, ma in passato hanno fatto parte di due distinti contesti amministrativi: Macherio della Pieve di Desio, Sovico di quella di Agliate. Al Lambro, coi suoi numerosi mulini e i boschi ricchi di cacciagione hanno fatto capo per molti secoli le attività economiche del comune.

Le Pievi erano distretti che facevano capo ai vescovi di Milano ed ai loro “Capitanei”; il graduale passaggio alla formazione di feudi trasmessi di padre in figlio in ambito familiare s’accentuò durante la signoria dei Visconti. Dopo la battaglia di Desio (1277) le terre della Pieve furono soggette ai Mandelli, alleati di Ottone Visconti. Nella seconda metà del ‘300 essi “lasciarono” la Brianza monzese per consolidare il feudo di Montorfano, ottenuto grazie ai legami dinastici con i Rusca.

Un altro loro parente, Baldassarre Balbiani, aveva ottenuto a Milano la carica di “capitano di P.ta Vercellina”; nel 1403 egli acquisì la signoria feudale su Chiavenna, grazie anche al sostegno economico dei Besozzi. L’investimento si rivelò poco proficuo, data la debolezza dei Visconti; è in questo periodo che le cronache collocano la figura di Giovanni da Sovico, uno dei 12 “Capitani e Difensori della Libertà” non appartenenti alla nobiltà nominati nel marzo del 1448 dalla Repubblica Ambrosiana, l’organismo succeduto a Filippo Maria Visconti destinato a soccombere nel 1450 a Francesco Sforza. Il nuovo Duca rinnovò a Giovanni Balbiani (e al fratello Gabriele) la concessione del feudo di Chiavenna, riservandosi però le gabelle del sale e i pedaggi sui panni. Si trattava d’una zona di confine, rivendicata insistentemente dagli svizzeri dei Grigioni.

Il conte Giovanni Balbiani si rivelò un buon combattente ed un fedele funzionario, tanto da ricoprire per due volte (1452 e 1458) la carica di podestà a Firenze; i suoi figli Antonio e Annibale tuttavia subirono le conseguenze del tentato omicidio del tutore del giovane figlio di Gabriele (Angelo) (giugno 1477). Nel corso del processo molti chiavennesi chiesero di bandirli dalla città, ma grazie ai nobili parenti (i Rusca e gli Spinola) si optò per un cambio di feudi. Quale risarcimento venne concessa nel febbraio 1478 ad Angelo la parte “al di qua del Lambro” della Pieve di Agliate: un territorio le cui rendite corrispondevano a quelle di sua spettanza a Chiavenna; ai cugini venne invece offerta Cilavegna, nel pavese. Essi rifiutarono, e morirono agli inizi del ‘500 dopo aver combattutto a fianco del Moro e dell’imperatore contro francesi e svizzeri.

I discendenti del ramo di Gabriele si trasferirono a Milano, senza investire in un territorio cui rimasero di fatto estranei. Nel 1611 le comunità di Giussano, Sovico ed Albiate furono citate in giudizio dai Balbiani perché da tempo riscuotevano direttamente i dazi e versavano loro solamente un canone annuo, inferiore al gettito effettivo. I feudatari vinsero la causa, ma dovettero fare i conti con un gruppo di bravi che li minacciava costantemente durante le loro trasferte in Brianza. Dal 1647 inizia la vendita di parti del feudo ai Crivelli: Verano e Robbiano; nel 1688, Giussano.

Poco più d’un secolo più tardi, quando stava per estinguersi la discendenza di Angelo, un Balbiani del ramo livornese s’offrì di rilevare Sovico ed il poco che restava del feudo per tre mila fiorini; il governo austriaco preferì “incamerarlo” dopo la morte di Benedetto, canonico a S. Stefano (Milano). Sovico venne quindi infeudata nel 1770 ad un nobile di fresco conio, Pietro Andreoli, ma pochi anni dopo i francesi conquistarono lo Stato ed abolirono definitivamente il sistema feudale; in quel periodo consolidarono le proprietà dei terreni nella zona due famiglie divenute ricche grazie alla gestione della Ferma Generale austriaca: dapprima i Greppi, poi i Mellerio. Il conte Giacomo (1777-1847) nel 1810 sostenne blandamente la richiesta d’un gruppo di abitanti di Albiate d’ampliare il territorio comunale, ma fu solo nel 1841 che Triuggio “perdette” Ponte e Sovico Canonica; tre anni prima l’antica Pieve era stata suddivisa dall’arcivescovo nei tre vicariati di Agliate, Besana e Carate.

Nella seconda metà del XIX secolo il bacino del Lambro tra Carate e Monza fu interessato da uno sviluppo impetuoso dell’industria tessile; nei due “poli” gl’investimenti furono tali da favorire l’intera filiera del cotone, dai filati al candeggio; i centri intermedi si caratterizzarono per la presenza, in ciascuno, d’una azienda-leader, che assorbiva manodopera locale, ma era diretta da Monza o da Milano; tra queste ricordiamo a Ponte la tessitura di Galeazzo Viganò (1880), a Sovico la Frette, con i tessuti destinati ad alberghi, caserme e comunità, leggermente meno pregiati rispetto a quelli realizzati a Concorezzo, e a Macherio i velluti della Visconti di Modrone.

 
Piccola storia della Borsa di Milano PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Ronchi   

Tutti gli edifici del centro storico della città che negli ultimi duecento anni hanno ospitato le contrattazioni degli operatori economici e finanziari

La Borsa di Milano nasce nel gennaio 1808, in pieno periodo napoleonico. Per la capitale del Regno Italico, da sempre vocata ai commerci internazionali, era un’onta il fatto che le contrattazioni avvenissero nelle salette di alcuni caffè del centro o nei ridotti dei teatri, quando a Trieste e nella Roma papalina s’era provveduto da tempo a realizzare edifici specificamente dedicati allo scopo. Fissare un prezzo-base per le merci era un’esigenza per i “negozianti” (appaltatori militari, cambiavalute, commercianti) in anni caratterizzati dalle continue campagne di Napoleone contro le coalizioni europee a lui avverse, e nei quali le sorti del Regno dipendevano dall’esito d’una battaglia. Tuttavia molti temevano che il ministro delle Finanze, Giuseppe Prina, potesse profittare della loro attività per imporre nuove tasse, ed erano mal disposti a pagare la ristrutturazione dell’ex chiesa del Giardino (via Manzoni), già proposta quale possibile sede della Borsa.

Dal dicembre 1807 tutti gli ospedali, gli ospizi e l’antico Monte di Pietà di Milano (con i relativi, ingenti patrimoni fondiari) furono aggregati alla Congregazione di Carità: un ente presieduto dal Prefetto, dall’Arcivescovo e dal Podestà, e con un Consiglio d’amministrazione di soli 12 membri. Profittando dello sconcerto dei dirigenti dei vecchi Luoghi Pii il governo destinò alla Borsa alcuni locali del Monte di Pietà, nell’omonima via. Quell’esperienza durò pochi mesi: i negozianti ottennero già nel 1809 un luogo più “discreto”: un’ala del palazzo dei Giureconsulti, di fronte al Broletto.

Negli anni seguenti, ed in particolare dopo il ritorno degli austriaci in Lombardia, la Borsa Valori si legò sempre più alla Camera di Commercio (CdC): un ente “privato” che in certi campi e per certe funzioni agisce in stretta connessione con taluni uffici pubblici. I rapporti erano favoriti dalla prossimità fisica: gli edifici storici della Piazza Mercanti, ad ovest di piazza Duomo; cioè la zona vocata a nuovo centro direzionale, che dopo l’Unità fu interessata da una serie di trasformazioni, iniziate con l’apertura di piazza Scala e conclusa alla vigilia della II Guerra Mondiale con la sistemazione di piazza Diaz. Giusto a metà di quegli 80 anni, e cioè nel 1901, venne inaugurata la prima vera sede della Borsa, a completamento del cuore della City milanese, in piazza Cordusio.

Per la nuova sede l’architetto Luigi Broggi assunse quale riferimento ideale lo stile cinquecentesco di Galeazzo Alessi; le due sculture che movimentano la facciata concava furono commissionate al brianzolo Achille Alberti. A pochi anni dalla realizzazione, gli spazi erano già ritenuti insufficienti ad ospitare tutti gli uffici della Borsa, cui era stato destinato solo il piano terra. I banchieri Vonwiller avevano ceduto parte della loro proprietà su via Cordusio per consentire di realizzare il salone di contrattazione (700 mq di superficie, illuminato dall’alto da un velario), ma si era ancora nel 1898, uno degli anni più tristi nella storia di Milano, ed ormai il prezzo delle aree vicine era troppo alto per pensare ad un ampliamento. A ciò s’aggiungeva il rigido regolamento edilizio che limitava l’altezza degli edifici su piazza Cordusio. Nel 1914 la CdC s’era trasferita dal palazzo delle Scuole Palatine a quello dei Giureconsulti, cioè da un lato all’altro di piazza Mercanti; il primo palazzo divenne dal 1919, all’indomani della Grande Guerra, la sede della Associazione Granaria, cioè la “borsa” dei cereali e di alcuni prodotti alimentari; agli operatori della seta rimasero invece gli spazi di via Mercato, dato che non ebbe esito positivo il progetto, affidato all’ing. Adolfo Valbrega, d’unificare l’attività delle tre borse (valori, grani, seta) in un unico ampliamento della sede della CdC.

L’idea d’una sede unica venne ripresa alcuni anni più tardi, quando Milano e l’Italia erano ormai inseriti nelle strutture centralistiche del governo fascista.

Paolo Mezzanotte (1878-1969), laureato nel 1900, condivideva con Luca Beltrami l’interesse per gli edifici storici milanesi e per le committenze “istituzionali”: meno remunerative ma più prestigiose rispetto a quelle della borghesia lombarda e delle imprese edili abituate ad acquistare interi lotti di vecchie case per sfruttare al massimo le cubature consentite dal nuovo piano regolatore, entrato in vigore (dopo molte polemiche) nel 1934, ma “in gestazione” dal 1927.

Mezzanotte ottenne l’incarico di realizzare la Casa dei Fasci di via Nirone, inaugurata nel 1926: l’opera suscitò commenti negativi ma gli aprì la strada per l’importante committenza per la sistemazione della nuova Piazza Affari quale sede delle Borse, collegata a quella della CdC. In quell’anno infatti l’ente acquistò, per (soli) 29 milioni, un’area già edificata che comprendeva l’ottocentesco Palazzo Turati, in via Meravigli, e l’annesso centro commerciale dell’Unione Cooperativa, sull’angolo di via delle Orsole: zona, questa, destinata alla Borsa Merci. L’intervento di Mezzanotte e dei suo collaboratori (il fratello Vittorio e Gio Ponti) ha portato alla realizzazione, entro il 1931, d’un edificio in grado di supportare per vari decenni (sino all’avvento dell’informatica) il consolidamento di Milano quale principale piazza finanziaria italiana.

Ciò nonostante i limiti imposti dal mancato accordo con le Poste, contrarie ad una strada diretta di collegamento con piazza Cordusio (da qui il problema che da sempre affligge Piazza Affari, l’isolamento). La facciata in travertino, le sculture e le vetrate hanno saputo affascinare generazioni di milanesi; i punti di forza dell’edificio, anche grazie all’attento restauro, rimangono la sala principale (1600 mq), oggi spesso utilizzata per mostre temporanee, specie durante la stagione delle sfilate di moda, ed i resti misteriosi dell’antico Teatro Romano, in parte visibili scendendo nelle cantine dell’edificio, a qualche decina di metri dall’attuale piano stradale.

Una presenza senza dubbio più discreta dell’ormai notissimo “Dito medio” dello scultore Maurizio Cattelan posto al centro della piazza.

 
Cesano Maderno e Giulia Arese Borromeo PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Ronchi   

Le vicende di una delle due figlie del conte Bartolomeo Arese, che le concesse in dote il palazzo ed il grande parco di Cesano Maderno, appartenuto sino al 1538 ai precedenti feudatari, i Carcassola

Al Palazzo Reale di Milano s’è chiusa da pochi mesi la mostra Sacro Lombardo: dai Borromeo al Simbolismo, che prendeva le mosse da S. Carlo Borromeo per proporre una scelta delle opere che accompagnarono, sul versante religioso, l’ascesa sociale d’una famiglia protagonista della storia italiana dal ‘600 a tutto l’800.
Del Cerano, uno dei primi artisti legati ai Borromeo, era esposta la doppia versione di Giuditta e Oloferne. Il tema, per quanto “biblico”, ha ben poco di religioso (si rappresenta una decapitazione con sfondo politico, dalle esplicite connotazioni sessuali); e tuttavia nel Seicento italiano conobbe una certa fortuna, sull’onda del dipinto del Caravaggio (1599). La sua Giuditta sarebbe stata ispirata a Beatrice Cenci, decapitata l’11 settembre di quell’anno a Roma con l’accusa d’aver fatto uccidere il padre-padrone. In mezzo alla folla, che parteggiava per la condannata, era presente anche la futura pittrice Artemisia Gentileschi, anch’ella autrice negli anni a venire di più d’una versione della Giuditta.
Giulia Arese (1636-1704), sposa nel 1653 di Renato II Borromeo (1618-85), apparteneva ad una generazione successiva; ma il tema di Giuditta dovette intrigarla molto. Giulia era una delle due figlie del conte Bartolomeo Arese, un funzionario al servizio degli spagnoli che le aveva trasmesso il titolo di “co-signora della Pieve di Seveso”. Ottenne quale bene dotale il palazzo ed il grande parco di Cesano Maderno, appartenuto sino al 1538 ai precedenti feudatari, i Carcassola. Esso è meta di visite e di studi, per la ricchezza e complessità degli affreschi, realizzati tra il 1660 ed il 1670 da alcuni tra i maggiori pittori e quadraturisti attivi all’epoca nel Milanese. La cappella si trova al piano nobile; vi si accede dalla Galleria dedicata alle Arti ed ai loro massimi cultori nel mondo classico: Aritmetica (Pitagora), Musica (Arione e il suo delfino), Pittura (Zeusi), Poesia (Omero), Logica (Zenone), Retorica (Cicerone), Grammatica (Aristarco di Samo). Oltre a quello di Giuditta è rappresentato l’episodio della “escort” Giaele che con un picchetto da tenda uccide il Sisara, comandante dei nemici d’Israele.
Ordinando i due affreschi, Giulia non intendeva celebrare le due eroine, bensì la fine ingloriosa di due generali (Sisara e Oloferne): una sorta d’avvertimento al cognato, Vitaliano Borromeo, il quale - grazie al mestiere delle armi - andava collezionando onori e ricchezze, profuse nell’ampliamento dell’Isola Bella, cuore dei domini novaresi del casato. Pur essendo più giovane di suo marito, Vitaliano si comportava da capo del casato, favorendo la carriera dei due figli maschi di Giulia, Carlo (1657-1734) e Giberto (1671- 1740): il primo nell’esercito spagnolo, l’altro nella Chiesa.
Giulia decise di rivalersi organizzando per le figlie il matrimonio con esponenti del patriziato. La maggiore, Giustina, sposò nel giugno 1673 il conte Cristiano Stampa; la secondogenita, Margherita, andò a nozze un anno dopo con Antonio Dal Verme, il quale ebbe una dote di 20 mila scudi. In quello stesso 1674, Giulia ottenne dalla famiglia il consenso a far adottare a Carlo il cognome Arese, che il nonno materno aveva fatto insignire dell’Ordine di Calatrava.
Alle nozze di Giulia aveva assistito l’allora vescovo di Novara, card. Odescalchi, nobile comasco; la sua elezione al pontificato, nel 1676, fu presto seguita dal fidanzamento di Carlo con la nipote Giovanna Odescalchi. Uno dei primi atti del papa fu la concessione ai Borromeo di celebrare messa nelle loro residenze, in deroga alle disposizioni del Concilio di Trento volute proprio da S. Carlo.
Il matrimonio venne celebrato il 27 maggio 1677 a Milano; la dote era di 40 mila scudi. Il padre della sposa era il duca di Bracciano, la madre una Cusani. I festeggiamenti si tennero soprattutto a Cesano, sotto la direzione di Giulia, che volle far rappresentare nel cortile e nei giardini del Palazzo una serie di commedie in musica, coronate da spettacoli pirotecnici. Ne fu impressionato lo stesso Vitaliano, che in autunno invitò il nipote prediletto a festeggiare all’Isola Bella. Nel marzo 1678 il dono di nozze della corte di Madrid: il Toson d’Oro. L’anno seguente Carlo ebbe un erede maschio, ma perse Giovanna, morta a 22 anni poco dopo il parto.
In suo onore il bimbo venne battezzato Giovanni Benedetto: la famiglia teneva a non incrinare i rapporti con gli Odescalchi, tanto che il giovane si mantenne per 10 anni vedovo. Assunto dopo la morte di Renato il ruolo di capo del casato, Carlo ricevette ben presto da Madrid l’incarico di “ambasciatore straordinario” a Roma. Egli più che come diplomatico si comportò da gran signore, senza preoccuparsi delle ingenti spese di rappresentanza, pagate di tasca propria. La permanenza a Roma segnò anche il progressivo distacco dalla madre, che preferiva risiedere a Cesano piuttosto che ad Arona o Angera. Grazie ai contatti con la nobiltà comasca nel 1688 Giulia riuscì a combinare le nozze della figlia Lucrezia con Antonio Gaetano Gallio Trivulzio, principe d’Alvito (1658-1705), uno dei più ricchi gentiluomini di Milano.
Carlo non s’oppose al matrimonio della sorella; temendo però di non poter far fronte all’impegno per la dote, accolse l’offerta d’accasarsi con una nobile romana, Camilla Barberini, per la quale i parenti erano disposti a versare ben 70 mila scudi di dote. Le nozze si celebrarono a Roma nel marzo 1689, pochi mesi prima della morte dell’anziano pontefice. I parenti della sposa s’attendevano l’appoggio dei Borromei in vista dell’elezione del successore, ma rimasero delusi; decisero quindi di pagare solo 55 mila scudi, innescando una polemica conclusa solo dopo la morte della suocera, Olimpia Giustiniani (1728). Il matrimonio fu allietato dalla nascita di numerosi figli, tuttavia né Carlo né Camilla riuscirono a superare i condizionamenti familiari e a renderlo “felice”.
Il parco di Cesano venne dotata di voliere per uccelli esotici, amati da Camilla e dalla moglie del figliastro, la genovese Clelia del Grillo, tuttavia nel corso del XVIII secolo i Borromeo Arese preferirono trascorrere i mesi estivi nella “nuova” residenza di Senago. A Cesano furono celebrati, tra il 1770 e il 1780, i matrimoni delle tre figlie dell’erede di Camilla, Renato (III) Borromeo Arese (1710-78), succeduto a Giovanni Benedetto quale capo del Casato.
Il 28 luglio 1928 morì a Cesano Elisabetta Borromeo Arese, la quale aveva sposato nel 1858 uno zio - Emilio - il quale (forse proprio per questo) fu il solo tra i quattro fratelli maschi della sua generazione a non ottenere incarichi istituzionali nel nuovo Stato unitario. Il fatto d’aver ospitato la “réproba” della famiglia fu causa ed effetto del rapido decadimento della dimora nel corso del ‘900, sino all’acquisizione da parte del Comune, che nell’ultimo ventennio ha curato il restauro e la valorizzazione del parco e del palazzo oggi sede d’importanti istituzioni culturali.

 
Monza, i Savoia e i reduci garibaldini PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Ronchi   

Fra le ragioni che portavano i monzesi a benvolere la monarchia sabauda bisogna annoverare il fatto che la Villa Reale richiedeva la presenza quasi continua di ben 350 persone

Dal 20 settembre 1891 una lapide posta a Monza nell’allora Piazza Isola (tra il Palazzo di Giustizia e l’antico Ponte dei Leoni) ricorda che il 3 giugno di cinque anni prima Benedetto Cairoli (1825-89) aveva inaugurato il monumento al suo “Gran Duce” (Garibaldi), opera del noto scultore Ernesto Bazzaro. La scultura era stata realizzata in marmo bianco, presto deterioratosi a causa dell’aria carica d’agenti inquinanti che caratterizzava la Monza di fine Ottocento, dove lungo tutto il corso del Lambro erano numerosi gli opifici dei cappellai. Così nel 1915 lo scultore ne fece una copia esatta, stavolta in bronzo.
Nel 1934, sotto il fascismo, la piazza fu ristrutturata, e Garibaldi trasferito nei Boschetti reali, cioè il giardino pubblico che s’estende tra la recinzione del lato sud della Villa Reale e Piazza Citterio.
Come mai la lapide è rimasta, nonostante il suo riferimento a un monumento che non c’era più? Perché il Cairoli, nonostante fosse stato un cospiratore repubblicano sin dal 1848, uno dei Mille di Marsala, e il fratello maggiore dei due volontari garibaldini feriti a morte nel 1867 a Villa Glori presso Roma, s’era in seguito fatto apprezzare dalla grande maggioranza dei cittadini monzesi.
Essi nel 1878 subito dopo la morte di Vittorio Emanuele II raccolsero i fondi per un grande monumento in pietra (el Re de Sass), inaugurato il 16 settembre 1878 alla presenza della nuova famiglia reale e di Cairoli, in quel momento Presidente del Consiglio.
Poche settimane dopo, in novembre, Cairoli, aveva accompagnato Umberto I e i suoi in visita a Napoli; con grande prontezza di spirito aveva deviato il pugnale dell’anarchico lucano Giovanni Passannante, ricevendo una brutta ferita alla coscia. La notizia dell’attentato suscitò grande emozione in tutto il Paese; persino il generale Garibaldi dall’esilio di Caprera aveva telegrafato all’antico compagno di tante battaglie: “Un bacio a voi, e congratulazioni al re d’Italia”.
Per molti monzesi l’attaccamento a Casa Savoia era rafforzato anche da ragioni pratiche: la grande villa neoclassica che nell’estate del 1859 Vittorio Emanuele II aveva requisito al suocero e zio Ranieri d’Asburgo si prestava a funzioni di rappresentanza, data la vicinanza al capoluogo lombardo e la facilità dei collegamento stradali e ferroviari.
A differenza dei borghi in cui sorgevano le numerose regge piemontesi dei Savoia, Monza era una città antica, orgogliosa delle proprie tradizioni longobarde e della Corona Ferrea, che lo stesso Napoleone aveva adottato quale simbolo del Regno d’Italia; ma era anche un centro commerciale ed industriale la cui economia non dipendeva se non in parte dalla presenza della Corte, il cui apporto non era però trascurabile: tra cortigiani e personale di servizio, di norma dormivano alla Villa (specie durante i mesi estivi) non meno di 350 persone; e la situazione si mantenne pressoché immutata nonostante il trasferimento della capitale da Torino a Firenze, che peraltro poteva offrire a non troppa distanza, nelle tenute di San Rossore, nuove occasioni di svago al re.
A Monza la manutenzione del parco recintato forse più vasto d’Europa, delle serre, delle scuderie e dei circa 700 ambienti del complesso dava lavoro a numerosi artigiani e dipendenti, senza contare l’indotto rappresentato dalle visite dei politici e dalle delegazioni straniere.
Gli interni della reggia “estiva” vennero in gran parte ristrutturati durante il regno di Umberto I, il quale vi trascorreva lunghi soggiorni, anche a cagione della prossimità con la villa della sua amante “storica”, la bella Eugenia Litta, nata Attendolo Bolognini, cui s’era legato dal 1862, quando lei aveva 25 anni e lui 18. Prima delle nozze con la cugina Margherita di Savoia (1868) gl’incontri tra la nobildonna e il giovane ufficiale avvenivano a Milano, in un villino in via Manara; in seguito la coppia clandestina preferì profittare delle poche centinaia di metri di parco che separavano la Reale dalla villa Litta, in territorio di Vedano al Lambro.
Umberto ebbe da lei un figlio nel 1883; Eugenia s’era decisa a quel passo, nonostante avesse ormai 46 anni, anche a seguito d’un episodio dell’anno precedente, gelosamente conservato tra i segreti della corte: il re aveva avuto una relazione con una quattordicenne, Cesarina Gaddi, che nel marzo 1882 aveva partorito un figlio. Più difficili da tenere nascosti erano i pettegolezzi riguardo i frequenti “amorazzi” del maturo sovrano con giovani del popolo, reclutate a Monza e dintorni da un domestico di fiducia, tale Paolo, che fungeva anche da ufficiale pagatore.
Nonostante tali dicerie i buoni cittadini monzesi - specie se appartenenti alla borghesia - rimanevano largamente favorevoli all’istituzione monarchica. è significativo il fatto che in una guida turistica stampata nel 1881 si citava, tra le glorie locali, “Il maggiore d’artiglieria Carlo Pozzi, illustratosi assai giovane nell’ultimo assedio di Gaeta”, quello conclusosi con la morte di molti civili innocenti nel febbraio 1861.
Un altro episodio che dimostra come Monza fosse considerata un approdo sicuro per il re: nell’autunno del 1890, qualche mese prima che la Società dei Reduci delle Patrie Battaglie ordinasse allo scultore Carlo Abate la lapide a Cairoli, lui e il presidente del Consiglio, Francesco Crispi, temendo le manifestazioni dei Repubblicani milanesi contro il rinnovo della Triplice Alleanza, avevano invitato il nuovo cancelliere tedesco Georg von Kaprivi, in visita in Italia, ad alloggiare nella Villa Reale anziché in albergo a Milano, dove doveva incontrare i dirigenti della Banca Commerciale.
I Reduci monzesi dopo la morte di Cairoli facevano riferimento al brillante giornalista e deputato Felice Cavallotti, il “bardo della democrazia”. Tra i soci più attivi ricordiamo Luigi Boldetti, originario di Parabiago, che aveva conosciuto Cairoli all’università di Pavia; Filippo Erba, già maggiore garibaldino, incarcerato nel 1869 per aver assaltato a Milano la sede del giornale conservatore La Perseveranza, e il suo amico fraterno Clemente Alberti, che come Cairoli era stato ferito a una gamba durante l’assalto dei Mille a Palermo nel 1860.
Per molti anni l’Alberti, nato a Carugate, gestì il bar annesso al Teatro Sociale, nell’animata piazza del Mercato, luogo di ritrovo dei vecchi combattenti  “democratici”. Il presidente dell’associazione, Mosè Castoldi, faceva riferimento all’avvocato Oreste Pennati, direttore del Lambro, che fu prima consigliere comunale e poi deputato del collegio di Monza; in tale veste fu tra i testimoni dell’attentato dell’anarchico Giuseppe Bresci a Umberto I del 29 luglio 1900: una data destinata a cambiare per sempre la storia di Monza, perché da allora la Villa venne definitivamente chiusa dai Savoia, nonostante gli sforzi dei monzesi, testimoniati dalla (brutta) Cappella Espiatoria realizzata a tempo di record sul luogo dell’assassinio.

 
Cantù, la piccola capitale del merletto PDF Stampa E-mail
Scritto da Francesco Ronchi   

Per diversi secoli, la lavorazione di pizzi e merletti è stata una attività “pulita”, ad alto valore aggiunto, nella quale avevano un ruolo fondamentale la perizia e la fantasia creativa

L’antica Canturio, sviluppatasi in epoca gallo-romana quale centro d’un piccolo distretto collinare nella Brianza settentrionale, nel Medioevo svolse un ruolo da protagonista nella lunga serie di conflitti tra i ghibellini comaschi ed i signori di Milano. Nel secondo ventennio del ‘300 la famiglia Grassi, determinata a crearsi uno spazio politico autonomo, dotò il borgo d’un circuito di mura che faceva capo all’ancor oggi esistente Porta degli Archinzi.

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