| L’uomo che scelse di diventare un comico |
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| Scritto da Enrico Casale |
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L’avventura umana di Giacomo Poretti, prima infermiere in ospedale a contatto con gli autentici drammi della vita, poi autoironico componente di un trio, quello di Aldo, Giovanni e Giacomo, che si è imposto in televisione come nel cinema e in teatro Suo è uno dei volti più noti del cinema, della televisione e del teatro. La sua notorietà è evidente quando si ha l’occasione di camminare insieme a lui per strada. Tutti si voltano per guardarlo, indicandolo agli amici. Qualcuno si ferma per chiedere un autografo. I più audaci gli chiedono una fotografia insieme. Giacomo Poretti del trio Aldo, Giovanni e Giacomo è così familiare che pare di conoscerlo da sempre e a fondo. E, invece, parlargli insieme è una scoperta continua. La sua storia personale, la sua lunga gavetta professionale, il suo rapporto con la fede sono aspetti poco conosciuti eppure così importanti nella formazione umana e nel suo lavoro di attore. Aspetti che ne fanno un attore completo e una persona con una spiccata sensibilità personale.
Quando ha iniziato a recitare e come? Sono nato nel 1956 a Villa Cortese, vicino a Legnano. Alla fine della scuola media ho lavorato in fabbrica per quattro-cinque anni. Nel frattempo frequentavo le scuole serali. Poi l’azienda per la quale lavoravo ha chiuso e quindi ho dovuto cercare un altro lavoro. Per fortuna l’ho trovato nell’ospedale di Legnano come infermiere ausiliario. Dopo il militare ho avuto poi la possibilità di iscrivermi alla scuola infermieri. Così mi sono diplomato e ho iniziato a lavorare in reparto come infermiere professionale. Nell’ultimo anno e mezzo di ospedale ho iniziato a frequentare un corso di teatro. In realtà, il primo incontro con la recitazione è stato all’oratorio, quando ero bambino. L’oratorio aveva un piccolo teatro. Il mio parroco, che si chiamava don Giancarlo Colombo, una bella figura di sacerdote ambrosiano, mise in piedi una filodrammatica, cioè una compagnia teatrale semi dialettale. Allora ne esistevano parecchie negli oratori di paese. Erano composte da adulti, ma anche da ragazzi. Chiesi di entrarne a farne parte e venni scelto insieme ad altri due compagni. Me lo ricordo come qualcosa di meraviglioso. Mi piaceva moltissimo. Poi lo studio, il lavoro, le vicende della vita mi hanno allontanato dal palcoscenico. Ma il teatro mi era rimasto dentro.
Che cosa le ha lasciato l’esperienza in ospedale? Ho trascorso in corsia una parte importante della mia vita, quella tra i venti e i trenta anni, un periodo in cui un ragazzo diventa uomo. Non può non lasciarti nulla l’incontro con i medici, gli infermieri e, soprattutto, con i malati e con la malattia. Sono stati anni densissimi e difficili da riassumere senza scivolare nella retorica. Ho lavorato quasi cinque anni in un reparto di oncologia. Parliamo degli anni Ottanta, quando la medicina non aveva ancora fatto i progressi di oggi, quindi il contatto con la morte era quasi quotidiano. Ho ricordi molto intimi e intensi dei rapporti che ho avuto con alcuni pazienti. Sono stati anni anche molto faticosi. In fabbrica sentivo una forte fatica fisica, ma in ospedale, alla fatica fisica si è aggiunta la fatica mentale di dover sostenere un atteggiamento positivo. Perché di fronte a certe patologie ti è richiesto un atteggiamento positivo altrimenti diventa un inferno sia per te, sia per i colleghi, sia per i pazienti.
Quando ha lasciato l’ospedale? Grazie ad alcuni incontri casuali, ho iniziato a frequentare il Teatro sociale a Busto Arsizio. Lì operava la compagnia «Gli atecnici», diretta da Delia Caielli. Questa compagnia ha avuto alterne fortune. Come molte compagnie teatrali di provincia che sono costrette, per sopravvivere, a barcamenarsi tra il teatro per ragazzi e quello di formazione, faceva una fatica enorme a rimanere in piedi. Nel 1985 decido di lasciare l’ospedale per dedicarmi interamente al teatro. Le difficoltà della compagnia, però, mi costringevano a vivere con poco e tra mille problemi economici. Se ripenso ai miei inizi come attore, mi vengono in mente anni durissimi. Sono convinto però che questa gavetta sia stata necessaria. Molti colleghi raccontano gli inizi come anni terribili, ma senza gavetta non si può imparare nessun lavoro. È inevitabile che siano anni faticosi, ma, d’altra parte, com’è possibile pensare che il successo arrivi immediatamente e senza sacrifici? Senza sacrifici non si cresce e non si arriva a nulla.
Ha scelto da subito di dedicarsi al teatro comico? No, inizialmente facevo teatro di prosa. Ho iniziato a fare teatro comico quando, alla fine degli anni Ottanta, ho conosciuto Aldo e Giovanni. Loro frequentavano il mio stesso ambiente: i teatri milanesi, i locali di cabaret, i villaggi turistici (dove andavamo non a passare le vacanze, ma a lavorare come intrattenitori). Così nel 1991 decidiamo di creare il trio Aldo, Giovanni e Giacomo. Con loro inizio a fare qualche spettacolo. Il vero successo arriva con l’edizione 1994 di «Mai dire goal». È quella trasmissione che ha consacrato il nostro trio. Ricordo che nel 1994, dopo pochi mesi dall’inizio, ci siamo resi conto che stava succedendo qualcosa di speciale. Capivamo che alla gente piaceva quello che facevamo. Anche perché, contemporaneamente, portavamo in giro anche una tournée teatrale, con il nostro spettacolo «I corti». Ovunque andavamo registravamo il tutto esaurito.
Poi è arrivato anche il successo cinematografico... Il successo al cinema è stata una sorpresa. Nessuno di noi tre pensava di essere in grado di poter girare un film e, allo stesso tempo, non pensavamo che qualcuno fosse interessato a fare un film con noi. Ci sentivamo più attori teatrali e televisivi che non cinematografici. Invece nel 1997 ci è stato proposto di girare «Tre uomini e una gamba». È stato un successo di pubblico e, da quel momento, non abbiamo più lasciato il cinema. Dal 1997 a oggi, abbiamo girato sette film. Le idee e i testi li abbiamo sempre scritti noi ma, sia per i film sia per le rappresentazioni teatrali, ci siamo sempre avvalsi di collaboratori. Il principale di essi è stato Massimo Venier, che ha scritto e diretto i film fino al 2004. Negli ultimi lavori ci sta seguendo molto Valerio Bariletti.
Ha mai pensato a un futuro senza recitazione? Il lavoro di attore comico e di autore è molto strano. La materia prima è l’ispirazione e la passione. Per cui la nostra professione è veramente appesa a un filo. Nel senso che si può anche volontariamente tenere in vita una carriera, ma essa può comunque finire da un momento all’altro se l’ispirazione e la passione cessano. Aldo, Giovanni ed io abbiamo sempre sostenuto che smetteremo se non ci sarà dignità nelle cose che faremo. Se la nostra dignità, cioè, scadrà nel ridicolo. Ne parlavamo come un qualcosa di lontano, un momento che sarebbe arrivato in futuro. Invece questa cosa inizia ad affacciarsi. Il tempo passa, l’età modifica il corpo e per un comico il corpo è importante per mantenere la propria eleganza. La battuta diventa più difficile. Non voglio dire che domani smettiamo. Anzi, ci sentiamo ancora di andare avanti. Però né io, né Aldo, né Giovanni vogliamo stare in scena a tutti i costi. Vogliamo calcare le scene finché l’immagine che vedremo di noi sarà ancora dignitosamente comica e non ridicola.
Cosa farebbe se smettesse di recitare? Non vivrei come un dramma il lasciare il palcoscenico, ma piuttosto con malinconia e nostalgia. Però sono sicuro che se dovesse accadere, sarebbe una scelta ponderata, presa insieme ai miei due colleghi. Cosa farei? In ospedale non tornerei, anche perché credo che la legge me lo impedisca per raggiunti limiti d’età, e poi non so se me la sentirei di rientrare in corsia. Probabilmente mi metterei a scrivere, anche se non so bene su cosa. Sarebbe bello però raccontare la fortuna di aver fatto questo lavoro e di aver incontrato due compagni straordinari come Aldo e Giovanni.
Quali sono i suoi rapporti con loro? I rapporti sono ottimi. Più passa il tempo insieme, più il nostro sodalizio si cementa, anche grazie al fatto che svolgiamo insieme un lavoro intenso, che produce risultati importanti. Certo, come in tutti i rapporti in famiglia e al lavoro, le asperità di ognuno vengono fuori. Il tempo però ci consegna l’esperienza per non farsi troppo del male l’un con l’altro e per poter riuscire a stare insieme nonostante le diversità. Quando ci si accorge che gli altri sono una risorsa, se ci sono problemi si fa un passo indietro.
Quanto di voi c’è nei vostri personaggi? Nei nostri personaggi c’è tantissimo di noi. Qualsiasi attore, se è un vero attore, mette sempre qualcosa di suo quando recita. Nel nostro caso, intendo nel caso del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, non solo interpretiamo personaggi, ma quando scriviamo i testi cerchiamo di farlo riprendendo, esaltando e deformando i nostri caratteri. Per esempio, Giovanni nei nostri film rappresenta sempre il pignolo. È un tratto ovviamente amplificato, anche se Giovanni in realtà è un pignolo a cui piace giocare su questo aspetto. Il mio essere saputello è un carattere che ho e sul quale mi piace scherzare. L’attore comico può avere qualsiasi carattere, ma ne è conscio e, divertendosi, si mette in gioco amplificando, deformando, ridicolizzando ciò che ha al suo interno. La carica autoironica dev’essere fortissima in un comico.
Pochi sanno che da anni ormai collabora con i gesuiti di Milano. Come è nata questa collaborazione? E in che cosa consiste? Il mio rapporto con i gesuiti della comunità di San Fedele a Milano è nato nel 2000. È stato un incontro accidentale. Veniva proiettato il nostro film «Chiedimi se sono felice» in uno dei cineforum che si tengono nell’auditorium della comunità. Il trio è stato invitato a partecipare alla discussione di questo film. Ci andammo Massimo Venier, la mia futura moglie Daniela e io. Lì conoscemmo padre Eugenio Bruno, un gesuita che da anni si occupava di cinema. Quell’incontro mi ha colpito per profondità e serenità. Dopo di lui, sono entrato in contatto con tutta la comunità dei gesuiti. Voglio qui ricordare padre Guido Bertagna, anch’egli appassionato di cinema, il suo collaboratore Ezio Alberione (persona di grande spicco, purtroppo morto prematuramente nel 2006), poi padre Carlo Casalone, che adesso è Provinciale della Compagnia di Gesù in Italia, padre Andrea Dall’Asta, che si occupa delle mostre nella Galleria d’Arte San Fedele. Da questi incontri è nata un’amicizia e una collaborazione sempre più assidua. Insieme a loro mi sono occupato del cineforum, ho organizzato cicli di conferenze, mi sono occupato delle mostre della Galleria d’arte. Collaboro inoltre con Popoli, il mensile internazionale dei gesuiti. Ma ciò che è più importante è che l’incontro con i gesuiti ha risvegliato in me una fede «addormentata» che aspettava solo di essere rivitalizzata in modo giusto.
È noto invece che lei è un tifoso interista. Da dove è nata questa passione? Come tutti i bambini italiani, fin da piccolo mi è stata messa davanti una palla alla quale ho cominciato a dare i calci appena ho iniziato a camminare. Poi da ragazzino, come tutti, giocavo con gli amici nel cortile di casa o all’oratorio. Parallelamente ho iniziato a tifare per l’Inter. Tifavano nerazzurro mio papà, mia mamma, gli zii. Non erano solo tifosi, erano appassionati. Seguivano la squadra, la andavano a vedere allo stadio. E, spesso, mi portavano con loro. Così il calcio è entrato nella mia vita. Per questo mi fa male vedere come è ridotto in questi anni il football, con gli scandali, l’eccessiva mediatizzazione, ecc. Intendiamoci, il football è sempre stato uno spettacolo di cui la televisione e il mondo degli affari si cibavano. Adesso, però, è sfacciatamente messo in vendita. La cosa più fastidiosa, per uno come me che era abituato ad avere un campionato che si giocava unicamente la domenica pomeriggio, è avere a che fare con un torneo spezzettato, con partite in ogni giorno della settimana. Certo hai calcio tutta la settimana, ma alla fine è un’overdose che rischia di annoiare.
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