| Himalaya: com’è nato il Progetto Ev-K2-Cnr |
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| Scritto da Enrico Casale |
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A colloquio con Agostino Da Polenza, prima scalatore, poi guida e organizzatore di spedizioni alpine, responsabile del Comitato cui fanno capo le attività della piramide scientifica italiana impiantata sul tetto del mondo L’ufficio in cui ci riceve è in una palazzina non lontana dal centro di Bergamo. Un ufficio moderno che potrebbe essere la sede di una banca o di un’assicurazione. Eppure, quando Agostino Da Polenza inizia a parlare, pare di essere catapultati in un rifugio di montagna. Le sue parole assomigliano a quelle degli scalatori dopo un’impresa alpinistica. Parole semplici che descrivono un mondo, quello dell’alpinismo, duro eppure affascinante. Da Polenza, responsabile del Comitato Ev-K2-Cnr, di cose sulla montagna ne ha da raccontare. Non solo la montagna come arrampicata, ma anche come luogo in cui si vivono rapporti umani intensi e dove si impara a fare i conti con un ambiente selettivo al quale ci si può approcciare solo con rispetto e preparazione. Con lui abbiamo parlato della sua esperienza di alpinista e di organizzatore di grandi spedizioni alpinistico-scientifiche.
Quando è nata la sua passione per la montagna? Ce l’ho da sempre. Mio padre era un amante della montagna e mi ha trasmesso questo suo amore. Lui poi era cugino di Walter Bonatti, uno dei maggiori scalatori europei di tutti i tempi. In casa si parlava sovente delle sue imprese e lo si vedeva come un mito inarrivabile. Il suo esempio mi ha influenzato. Fin da giovane ho iniziato a fare escursioni e poi ad arrampicare, prima sulle palestre calcaree della Bergamasca, poi sulle montagne lecchesi. Fin da giovane però mi è nata una sorta di vocazione extraeuropea. Di questo devo ringraziare Graziano Bianchi, una guida di Erba. Un giorno mi vide arrampicare sulla Grigna e mi propose di seguirlo in Perù. Era il 1974 e insieme affrontammo il Puscanturpa. L’anno successivo incontrai Renato Casarotto, uno dei più forti scalatori del tempo. Mi lanciò l’idea di partecipare a una spedizione sull’Huandoy, in Bolivia. La parete era complessa, ma quella fu una grande scalata.
Allora arrampicare per lei non era ancora una professione... No, era una passione. Nel 1974 ero anche diventato guida alpina, anche se poi quello di guida non è mai stato il mio mestiere. Per mantenermi ho fatto mille lavori: nell’edilizia, nella chimica, ho fatto anche l’allevatore. Lavoravo e cercavo di ritagliarmi spazi per riuscire ad arrampicare. Per fortuna i miei datori di lavoro mi hanno sempre capito e mi hanno aiutato.
Quando la svolta professionale? La vera svolta della mia vita avvenne nel 1981. In quell’anno decisi di partecipare a una spedizione organizzata da Francesco Salton sul K2. Organizzare un spedizione di quel tipo non era semplice. Sul versante cinese non erano mai stati dati permessi a spedizioni occidentali. Ma in quello stesso anno incontrai Ardito Desio, professore di Geologia, organizzatore di spedizioni alpinistiche tra le quali quella italiana che conquistò il K2 nel 1954. Era già anziano, ma era attivissimo e aveva una rete di relazioni estesa e di alto livello. Desio mi raccontò che poco tempo prima era stato al congresso mondiale di Geologia a Pechino e, in quell’occasione, aveva conosciuto Deng Xiao Ping. E poi aggiunse: «Per ottenere i permessi posso parlare io con Deng. Lui potrebbe aiutarvi». Gli scrisse una lettera e avviò così una rete di relazioni diplomatiche che ci spalancò le porte. Quella fu una spedizione imponente e per me fu una grande scuola. Imparai come si mettono insieme gli ingredienti di una spedizione: aspirazioni, sogni, ambizioni, progetti, professionalità. È lì che capii che organizzare una spedizione è qualcosa di più che organizzare un’ascensione su una montagna. Devi decidere gli obiettivi, come organizzarti per raggiungerli, come finanziarti e, soprattutto, devi creare una squadra, una delle operazioni più complicate che esistano. Per organizzare quella spedizione impiegai un anno e mezzo. E non mi limitai all’organizzazione, sul K2 arrivai in cima.
Che ricordo ha di Ardito Desio? Ardito Desio è parte della mia vita. Da lui ho imparato tantissimo: l’approccio scientifico alle problematiche, l’amore per la scienza della terra e per le montagne, il distacco dalle passioni. Io non ero un suo studente né un professore e quindi non avevo con lui un rapporto insegnante-allievo o da collega. Ero un alpinista con una grande passione per la montagna. E lui mi riconosceva proprio questo ruolo. Con Desio è nata così un’amicizia che è andata oltre la collaborazione tecnica.
Fino a quel momento era quindi ancora un alpinista. Quando inizia a organizzare spedizioni? La mia carriera di organizzatore inizia negli anni Ottanta. E anche in questo caso è legata a un amico: Ryugji Makita, un giapponese che si occupava di import-export di moda tra Giappone e Italia. Era una persona all’avanguardia, già all’inizio degli anni Ottanta parlava di marketing. Un concetto allora poco conosciuto. Lui, come me, era un appassionato di montagna. Ci siamo conosciuti alla vigilia della partenza per il K2. Quando rientrai a Bergamo, mi contattò. Mi propose di dar vita a un progetto alpinistico-commerciale. È così nacque «Quota Ottomila». In cosa consisteva? Era un’iniziativa articolata che faceva perno su un gruppo di alpinisti. Le loro imprese facevano da traino a un marchio che caratterizzava una serie di prodotti per la montagna. È stato uno dei primi esperimenti di marketing legati alla montagna. Forse il primo. Con «Quota 8000» scalammo G-1 e G-2, Broad Peak, K2, Nanga Parbat. Il progetto, che durò dal 1985 al 1987, aveva anche un aspetto scientifico con ricerche meteorologiche, geologiche, mediche, unendo così alpinismo, scienza, avventura e marketing. Nel 1987 «Quota 8000» venne ceduto alla Honeywell Bull. Questa società lavorava su un programma di comunicazione motivazionale interna diretta al management. «Quota 8000» venne ribattezzato «Esprit d’équipe». «Esprit d’équipe» aveva uno spirito diverso. Il gruppo di alpinisti rimase lo stesso ed era un gruppo di alto livello, ma aveva come obiettivo quello di scalare le montagne portando in vetta il maggior numero di alpinisti. Il messaggio che la direzione voleva lanciare era: una squadra composta di individui che danno il massimo, insieme può ottenere risultati eccezionali. Rispetto a «Quota 8000» veniva meno l’elemento commerciale, non c’era più un prodotto da promuovere. In quegli anni scalammo Everest, Annapurna, Manaslu, Cho Oyu e Shisha Pagma.
Intanto però stava per prendere forma Ev-K2-Cnr... Tutto nacque da una telefonata di Ardito Desio in cui mi disse: «Ho appreso che, secondo uno studio recente, il K2 potrebbe essere più alto dell’Everest. Lei è in grado di organizzare una spedizione sull’Everest e sul K2 per verificare?». Gli risposi di sì. Desio voleva però fare le cose in grande cioè misurare Everest e K2 sia con gli strumenti tradizionali, sia con i nuovi sistemi satellitari. In Italia nel 1987 non c’era nessuno che disponesse di un Gps quindi dovemmo organizzarci per riuscire a procurarcelo. Arrivammo alle falde dell’Everest nella stagione dei monsoni. Avemmo fortuna: trovammo sei giorni di tempo bello e riuscimmo a fare le misurazioni. Poi prendemmo la strumentazione e ci trasferimmo in Pakistan per misurare il K2. Fummo fermati alla dogana dalle forze armate pachistane. Anche in questo caso ci aiutò Desio con le sue conoscenze. Dalle nostre misurazioni risultava che l’Everest era più alto del K2, come si era sempre saputo. La missione fu una grande esperienza organizzativa anche se la misura non aveva dato il risultato sperato dal professore, in quella occasione prese il via Ev-K2-Cnr. Stavamo aspettando di effettuare le misurazioni e con noi c’era il giornalista Rai, Mino Damato. «Perché - disse - non creare una “tenda” stabile che funzioni come laboratorio permanente nell’Himalaya?». Da questo spunto, nacque la famosa piramide del Cnr che venne presentata nel 1989. All’interno furono installati numerosi macchinari e strumentazioni di laboratorio. Con la nascita del laboratorio-osservatorio piramide, nel 1990 prese il via il Comitato Ev-K2-Cnr.
Il progetto continua tuttora? Sì, dal 1990 abbiamo continuato a organizzare spedizioni di carattere scientifico in alta quota. Che tipo di ricerca viene effettuata? Beh, la caratteristica dell’alta quota è la carenza di ossigeno. Partendo da questa particolarità si sono sviluppati una serie di studi. In campo medico si è approfondita, per esempio, la validità dei farmaci in condizioni di ipossia, gli effetti dell’ipossia su sonno, cervello e apparato respiratorio. Recentemente poi si stanno effettuando ricerche sul rapporto tra mancanza di ossigeno e insorgenza dei tumori. Anche gli studi in campo ambientale sono importanti. È in questo ambito che è nato il Progetto Share (Stazioni ad alta quota per la ricerca sull’ambiente), con lo scopo di promuovere osservazioni scientifiche in alta quota, in grado di contribuire alla conoscenza del cambiamento climatico regionale e globale. Obiettivi di Share sono il miglioramento delle conoscenze scientifiche sulla variabilità del clima e sugli impatti del cambiamento climatico, assicurando la disponibilità di dati a lungo termine e di alta qualità. Per questo obiettivo è stata implementata una rete globale di osservazioni in montagna su composizione atmosferica, meteorologia, glaciologia, idrologia, risorse idriche, biodiversità e salute.
La ricerca in alta quota è un fiore all’occhiello del nostro Paese... Sì, siamo stati tra i primi a far ricerca in alta quota attrezzandoci di strutture adatte. Tutto il mondo ce lo riconosce. Questa ricerca è importante perché i sistemi montuosi rappresentano il 20% circa delle terre emerse e intorno a essi gravita il sistema naturale del pianeta. Per esempio, non si può studiare l’idrologia di un luogo se non si conosce da quale tipo di ghiacciai quel sistema si forma.
Nell’attività di Ev-K2-Cnr come rientra la componente atletico-alpinistica? La parte atletico-alpinistica non è più prioritaria, ma è essenziale soprattutto per ciò che concerne il monitoraggio in alta quota. Questa estate, per esempio, abbiamo installato sull’Everest, a 8.000 metri, una stazione meteorologica. Per salire a quelle quote ci siamo avvalsi di alpinisti.
Queste capacità organizzative maturate in un ambiente estremo come quello montano cosa possono insegnare a manager e imprenditori? In primo luogo, la montagna insegna ad avere un obiettivo e a perseguirlo fino in fondo. Quando vuoi scalare il K2 devi sapere che stai affrontando una sfida che impegnerà mesi perché niente può essere lasciato al caso. Una sfida che dev’essere portata in fondo cioè fino alla vetta, altrimenti hai fallito. Poi insegna la capacità di assumersi il rischio. La montagna è uno dei luoghi più pericolosi al mondo. Per ridurre il rischio bisogna quindi pianificare ogni più minimo dettaglio. Ciò implica anche la necessità di assumere la responsabilità delle tue decisioni. In un mondo in cui «responsabilità» è una delle parole più bistrattate, la montagna ti riporta alla responsabilità dell’agire e del decidere. La montagna insegna anche a gestire gli uomini. Le spedizioni sono gruppi di persone che si conoscono, si rispettano e mettono in gioco le proprie capacità. È dal compendio di queste qualità personali e umane che nasce il risultato. Per questi motivi bisogna avere un grande rispetto per la persona, una grande capacità di ascolto e comprensione. E non sempre è facile perché gli alpinisti parlano poco, sono individualisti e tirarne fuori il meglio non è semplice. Altri articoli di questo autore |



