Domenica 20 Maggio 2012
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Cover story


L’uomo che scelse di diventare un comico PDF Stampa E-mail
Scritto da Enrico Casale   

L’avventura umana di Giacomo Poretti, prima infermiere in ospedale a contatto con gli autentici drammi della vita, poi autoironico componente di un trio, quello di Aldo, Giovanni e Giacomo, che si è imposto in televisione come nel cinema e in teatro

Suo è uno dei volti più noti del cinema, della televisione e del teatro. La sua notorietà è evidente quando si ha l’occasione di camminare insieme a lui per strada. Tutti si voltano per guardarlo, indicandolo agli amici. Qualcuno si ferma per chiedere un autografo. I più audaci gli chiedono una fotografia insieme. Giacomo Poretti del trio Aldo, Giovanni e Giacomo è così familiare che pare di conoscerlo da sempre e a fondo. E, invece, parlargli insieme è una scoperta continua. La sua storia personale, la sua lunga gavetta professionale, il suo rapporto con la fede sono aspetti poco conosciuti eppure così importanti nella formazione umana e nel suo lavoro di attore. Aspetti che ne fanno un attore completo e una persona con una spiccata sensibilità personale.

 

Quando ha iniziato a recitare e come?

Sono nato nel 1956 a Villa Cortese, vicino a Legnano. Alla fine della scuola media ho lavorato in fabbrica per quattro-cinque anni. Nel frattempo frequentavo le scuole serali. Poi l’azienda per la quale lavoravo ha chiuso e quindi ho dovuto cercare un altro lavoro. Per fortuna l’ho trovato nell’ospedale di Legnano come infermiere ausiliario. Dopo il militare ho avuto poi la possibilità di iscrivermi alla scuola infermieri. Così mi sono diplomato e ho iniziato a lavorare in reparto come infermiere professionale. Nell’ultimo anno e mezzo di ospedale ho iniziato a frequentare un corso di teatro. In realtà, il primo incontro con la recitazione è stato all’oratorio, quando ero bambino. L’oratorio aveva un piccolo teatro. Il mio parroco, che si chiamava don Giancarlo Colombo, una bella figura di sacerdote ambrosiano, mise in piedi una filodrammatica, cioè una compagnia teatrale semi dialettale. Allora ne esistevano parecchie negli oratori di paese. Erano composte da adulti, ma anche da ragazzi. Chiesi di entrarne a farne parte e venni scelto insieme ad altri due compagni. Me lo ricordo come qualcosa di meraviglioso. Mi piaceva moltissimo. Poi lo studio, il lavoro, le vicende della vita mi hanno allontanato dal palcoscenico. Ma il teatro mi era rimasto dentro.

 

Che cosa le ha lasciato l’esperienza in ospedale?

Ho trascorso in corsia una parte importante della mia vita, quella tra i venti e i trenta anni, un periodo in cui un ragazzo diventa uomo. Non può non lasciarti nulla l’incontro con i medici, gli infermieri e, soprattutto, con i malati e con la malattia. Sono stati anni densissimi e difficili da riassumere senza scivolare nella retorica. Ho lavorato quasi cinque anni in un reparto di oncologia. Parliamo degli anni Ottanta, quando la medicina non aveva ancora fatto i progressi di oggi, quindi il contatto con la morte era quasi quotidiano. Ho ricordi molto intimi e intensi dei rapporti che ho avuto con alcuni pazienti. Sono stati anni anche molto faticosi. In fabbrica sentivo una forte fatica fisica, ma in ospedale, alla fatica fisica si è aggiunta la fatica mentale di dover sostenere un atteggiamento positivo. Perché di fronte a certe patologie ti è richiesto un atteggiamento positivo altrimenti diventa un inferno sia per te, sia per i colleghi, sia per i pazienti.

 

Quando ha lasciato l’ospedale?

Grazie ad alcuni incontri casuali, ho iniziato a frequentare il Teatro sociale a Busto Arsizio. Lì operava la compagnia «Gli atecnici», diretta da Delia Caielli. Questa compagnia ha avuto alterne fortune. Come molte compagnie teatrali di provincia che sono costrette, per sopravvivere, a barcamenarsi tra il teatro per ragazzi e quello di formazione, faceva una fatica enorme a rimanere in piedi. Nel 1985 decido di lasciare l’ospedale per dedicarmi interamente al teatro. Le difficoltà della compagnia, però, mi costringevano a vivere con poco e tra mille problemi economici. Se ripenso ai miei inizi come attore, mi vengono in mente anni durissimi. Sono convinto però che questa gavetta sia stata necessaria. Molti colleghi raccontano gli inizi come anni terribili, ma senza gavetta non si può imparare nessun lavoro. È inevitabile che siano anni faticosi, ma, d’altra parte, com’è possibile pensare che il successo arrivi immediatamente e senza sacrifici? Senza sacrifici non si cresce e non si arriva a nulla.

 

Ha scelto da subito di dedicarsi al teatro comico?

No, inizialmente facevo teatro di prosa. Ho iniziato a fare teatro comico quando, alla fine degli anni Ottanta, ho conosciuto Aldo e Giovanni. Loro frequentavano il mio stesso ambiente: i teatri milanesi, i locali di cabaret, i villaggi turistici (dove andavamo non a passare le vacanze, ma a lavorare come intrattenitori). Così nel 1991 decidiamo di creare il trio Aldo, Giovanni e Giacomo. Con loro inizio a fare qualche spettacolo. Il vero successo arriva con l’edizione 1994 di «Mai dire goal». È quella trasmissione che ha consacrato il nostro trio. Ricordo che nel 1994, dopo pochi mesi dall’inizio, ci siamo resi conto che stava succedendo qualcosa di speciale. Capivamo che alla gente piaceva quello che facevamo. Anche perché, contemporaneamente, portavamo in giro anche una tournée teatrale, con il nostro spettacolo «I corti». Ovunque andavamo registravamo il tutto esaurito.

 

Poi è arrivato anche il successo cinematografico...

Il successo al cinema è stata una sorpresa. Nessuno di noi tre pensava di essere in grado di poter girare un film e, allo stesso tempo, non pensavamo che qualcuno fosse interessato a fare un film con noi. Ci sentivamo più attori teatrali e televisivi che non cinematografici. Invece nel 1997 ci è stato proposto di girare «Tre uomini e una gamba». È stato un successo di pubblico e, da quel momento, non abbiamo più lasciato il cinema. Dal 1997 a oggi, abbiamo girato sette film. Le idee e i testi li abbiamo sempre scritti noi ma, sia per i film sia per le rappresentazioni teatrali, ci siamo sempre avvalsi di collaboratori. Il principale di essi è stato Massimo Venier, che ha scritto e diretto i film fino al 2004. Negli ultimi lavori ci sta seguendo molto Valerio Bariletti.

 

Ha mai pensato a un futuro senza recitazione?

Il lavoro di attore comico e di autore è molto strano. La materia prima è l’ispirazione e la passione. Per cui la nostra professione è veramente appesa a un filo. Nel senso che si può anche volontariamente tenere in vita una carriera, ma essa può comunque finire da un momento all’altro se l’ispirazione e la passione cessano. Aldo, Giovanni ed io abbiamo sempre sostenuto che smetteremo se non ci sarà dignità nelle cose che faremo. Se la nostra dignità, cioè, scadrà nel ridicolo. Ne parlavamo come un qualcosa di lontano, un momento che sarebbe arrivato in futuro. Invece questa cosa inizia ad affacciarsi. Il tempo passa, l’età modifica il corpo e per un comico il corpo è importante per mantenere la propria eleganza. La battuta diventa più difficile. Non voglio dire che domani smettiamo. Anzi, ci sentiamo ancora di andare avanti. Però né io, né Aldo, né Giovanni vogliamo stare in scena a tutti i costi. Vogliamo calcare le scene finché l’immagine che vedremo di noi sarà ancora dignitosamente comica e non ridicola.

 

Cosa farebbe se smettesse di recitare?

Non vivrei come un dramma il lasciare il palcoscenico, ma piuttosto con malinconia e nostalgia. Però sono sicuro che se dovesse accadere, sarebbe una scelta ponderata, presa insieme ai miei due colleghi. Cosa farei? In ospedale non tornerei, anche perché credo che la legge me lo impedisca per raggiunti limiti d’età, e poi non so se me la sentirei di rientrare in corsia. Probabilmente mi metterei a scrivere, anche se non so bene su cosa. Sarebbe bello però raccontare la fortuna di aver fatto questo lavoro e di aver incontrato due compagni straordinari come Aldo e Giovanni.

 

Quali sono i suoi rapporti con loro?

I rapporti sono ottimi. Più passa il tempo insieme, più il nostro sodalizio si cementa, anche grazie al fatto che svolgiamo insieme un lavoro intenso, che produce risultati importanti. Certo, come in tutti i rapporti in famiglia e al lavoro, le asperità di ognuno vengono fuori. Il tempo però ci consegna l’esperienza per non farsi troppo del male l’un con l’altro e per poter riuscire a stare insieme nonostante le diversità. Quando ci si accorge che gli altri sono una risorsa, se ci sono problemi si fa un passo indietro.

 

Quanto di voi c’è nei vostri personaggi?

Nei nostri personaggi c’è tantissimo di noi. Qualsiasi attore, se è un vero attore, mette sempre qualcosa di suo quando recita. Nel nostro caso, intendo nel caso del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, non solo interpretiamo personaggi, ma quando scriviamo i testi cerchiamo di farlo riprendendo, esaltando e deformando i nostri caratteri. Per esempio, Giovanni nei nostri film rappresenta sempre il pignolo. È un tratto ovviamente amplificato, anche se Giovanni in realtà è un pignolo a cui piace giocare su questo aspetto. Il mio essere saputello è un carattere che ho e sul quale mi piace scherzare. L’attore comico può avere qualsiasi carattere, ma ne è conscio e, divertendosi, si mette in gioco amplificando, deformando, ridicolizzando ciò che ha al suo interno. La carica autoironica dev’essere fortissima in un comico.

 

Pochi sanno che da anni ormai collabora con i gesuiti di Milano. Come è nata questa collaborazione? E in che cosa consiste?

Il mio rapporto con i gesuiti della comunità di San Fedele a Milano è nato nel 2000. È stato un incontro accidentale. Veniva proiettato il nostro film «Chiedimi se sono felice» in uno dei cineforum che si tengono nell’auditorium della comunità. Il trio è stato invitato a partecipare alla discussione di questo film. Ci andammo Massimo Venier, la mia futura moglie Daniela e io. Lì conoscemmo padre Eugenio Bruno, un gesuita che da anni si occupava di cinema. Quell’incontro mi ha colpito per profondità e serenità. Dopo di lui, sono entrato in contatto con tutta la comunità dei gesuiti. Voglio qui ricordare padre Guido Bertagna, anch’egli appassionato di cinema, il suo collaboratore Ezio Alberione (persona di grande spicco, purtroppo morto prematuramente nel 2006), poi padre Carlo Casalone, che adesso è Provinciale della Compagnia di Gesù in Italia, padre Andrea Dall’Asta, che si occupa delle mostre nella Galleria d’Arte San Fedele. Da questi incontri è nata un’amicizia e una collaborazione sempre più assidua. Insieme a loro mi sono occupato del cineforum, ho organizzato cicli di conferenze, mi sono occupato delle mostre della Galleria d’arte. Collaboro inoltre con Popoli, il mensile internazionale dei gesuiti. Ma ciò che è più importante è che l’incontro con i gesuiti ha risvegliato in me una fede «addormentata» che aspettava solo di essere rivitalizzata in modo giusto.

 

È noto invece che lei è un tifoso interista. Da dove è nata questa passione?

Come tutti i bambini italiani, fin da piccolo mi è stata messa davanti una palla alla quale ho cominciato a dare i calci appena ho iniziato a camminare. Poi da ragazzino, come tutti, giocavo con gli amici nel cortile di casa o all’oratorio. Parallelamente ho iniziato a tifare per l’Inter. Tifavano nerazzurro mio papà, mia mamma, gli zii. Non erano solo tifosi, erano appassionati. Seguivano la squadra, la andavano a vedere allo stadio. E, spesso, mi portavano con loro. Così il calcio è entrato nella mia vita. Per questo mi fa male vedere come è ridotto in questi anni il football, con gli scandali, l’eccessiva mediatizzazione, ecc. Intendiamoci, il football è sempre stato uno spettacolo di cui la televisione e il mondo degli affari si cibavano. Adesso, però, è sfacciatamente messo in vendita. La cosa più fastidiosa, per uno come me che era abituato ad avere un campionato che si giocava unicamente la domenica pomeriggio, è avere a che fare con un torneo spezzettato, con partite in ogni giorno della settimana. Certo hai calcio tutta la settimana, ma alla fine è un’overdose che rischia di annoiare.

 

 
Himalaya: com’è nato il Progetto Ev-K2-Cnr PDF Stampa E-mail
Scritto da Enrico Casale   

A colloquio con Agostino Da Polenza, prima scalatore, poi guida e organizzatore di spedizioni alpine, responsabile del Comitato cui fanno capo le attività della piramide scientifica italiana impiantata sul tetto del mondo

L’ufficio in cui ci riceve è in una palazzina non lontana dal centro di Bergamo. Un ufficio moderno che potrebbe essere la sede di una banca o di un’assicurazione. Eppure, quando Agostino Da Polenza inizia a parlare, pare di essere catapultati in un rifugio di montagna. Le sue parole assomigliano a quelle degli scalatori dopo un’impresa alpinistica. Parole semplici che descrivono un mondo, quello dell’alpinismo, duro eppure affascinante. Da Polenza, responsabile del Comitato Ev-K2-Cnr, di cose sulla montagna ne ha da raccontare. Non solo la montagna come arrampicata, ma anche come luogo in cui si vivono rapporti umani intensi e dove si impara a fare i conti con un ambiente selettivo al quale ci si può approcciare solo con rispetto e preparazione. Con lui abbiamo parlato della sua esperienza di alpinista e di organizzatore di grandi spedizioni alpinistico-scientifiche.

 

Quando è nata la sua passione per la montagna?

Ce l’ho da sempre. Mio padre era un amante della montagna e mi ha trasmesso questo suo amore. Lui poi era cugino di Walter Bonatti, uno dei maggiori scalatori europei di tutti i tempi. In casa si parlava sovente delle sue imprese e lo si vedeva come un mito inarrivabile. Il suo esempio mi ha influenzato. Fin da giovane ho iniziato a fare escursioni e poi ad arrampicare, prima sulle palestre calcaree della Bergamasca, poi sulle montagne lecchesi. Fin da giovane però mi è nata una sorta di vocazione extraeuropea. Di questo devo ringraziare Graziano Bianchi, una guida di Erba. Un giorno mi vide arrampicare sulla Grigna e mi propose di seguirlo in Perù. Era il 1974 e insieme affrontammo il Puscanturpa. L’anno successivo incontrai Renato Casarotto, uno dei più forti scalatori del tempo. Mi lanciò l’idea di partecipare a una spedizione sull’Huandoy, in Bolivia. La parete era complessa, ma quella fu una grande scalata.

Allora arrampicare per lei non era ancora una professione...

No, era una passione. Nel 1974 ero anche diventato guida alpina, anche se poi quello di guida non è mai stato il mio mestiere. Per mantenermi ho fatto mille lavori: nell’edilizia, nella chimica, ho fatto anche l’allevatore. Lavoravo e cercavo di ritagliarmi spazi per riuscire ad arrampicare. Per fortuna i miei datori di lavoro mi hanno sempre capito e mi hanno aiutato.

 

Quando la svolta professionale?

La vera svolta della mia vita avvenne nel 1981. In quell’anno decisi di partecipare a una spedizione organizzata da Francesco Salton sul K2. Organizzare un spedizione di quel tipo non era semplice. Sul versante cinese non erano mai stati dati permessi a spedizioni occidentali. Ma in quello stesso anno incontrai Ardito Desio, professore di Geologia, organizzatore di spedizioni alpinistiche tra le quali quella italiana che conquistò il K2 nel 1954. Era già anziano, ma era attivissimo e aveva una rete di relazioni estesa e di alto livello. Desio mi raccontò che poco tempo prima era stato al congresso mondiale di Geologia a Pechino e, in quell’occasione, aveva conosciuto Deng Xiao Ping. E poi aggiunse: «Per ottenere i permessi posso parlare io con Deng. Lui potrebbe aiutarvi». Gli scrisse una lettera e avviò così una rete di relazioni diplomatiche che ci spalancò le porte. Quella fu una spedizione imponente e per me fu una grande scuola. Imparai come si mettono insieme gli ingredienti di una spedizione: aspirazioni, sogni, ambizioni, progetti, professionalità. È lì che capii che organizzare una spedizione è qualcosa di più che organizzare un’ascensione su una montagna. Devi decidere gli obiettivi, come organizzarti per raggiungerli, come finanziarti e, soprattutto, devi creare una squadra, una delle operazioni più complicate che esistano. Per organizzare quella spedizione impiegai un anno e mezzo. E non mi limitai all’organizzazione, sul K2 arrivai in cima.

 

Che ricordo ha di Ardito Desio?

Ardito Desio è parte della mia vita. Da lui ho imparato tantissimo: l’approccio scientifico alle problematiche, l’amore per la scienza della terra e per le montagne, il distacco dalle passioni. Io non ero un suo studente né un professore e quindi non avevo con lui un rapporto insegnante-allievo o da collega. Ero un alpinista con una grande passione per la montagna. E lui mi riconosceva proprio questo ruolo. Con Desio è nata così un’amicizia che è andata oltre la collaborazione tecnica.

 

Fino a quel momento era quindi ancora un alpinista. Quando inizia a organizzare spedizioni?

La mia carriera di organizzatore inizia negli anni Ottanta. E anche in questo caso è legata a un amico: Ryugji Makita, un giapponese che si occupava di import-export di moda tra Giappone e Italia. Era una persona all’avanguardia, già all’inizio degli anni Ottanta parlava di marketing. Un concetto allora poco conosciuto.

Lui, come me, era un appassionato di montagna. Ci siamo conosciuti alla vigilia della partenza per il K2. Quando rientrai a Bergamo, mi contattò. Mi propose di dar vita a un progetto alpinistico-commerciale. È così nacque «Quota Ottomila». In cosa consisteva? Era un’iniziativa articolata che faceva perno su un gruppo di alpinisti. Le loro imprese facevano da traino a un marchio che caratterizzava una serie di prodotti per la montagna. È stato uno dei primi esperimenti di marketing legati alla montagna. Forse il primo. Con «Quota 8000» scalammo G-1 e G-2, Broad Peak, K2, Nanga Parbat.

Il progetto, che durò dal 1985 al 1987, aveva anche un aspetto scientifico con ricerche meteorologiche, geologiche, mediche, unendo così alpinismo, scienza, avventura e marketing. Nel 1987 «Quota 8000» venne ceduto alla Honeywell Bull. Questa società lavorava su un programma di comunicazione motivazionale interna diretta al management. «Quota 8000» venne ribattezzato «Esprit d’équipe». «Esprit d’équipe» aveva uno spirito diverso. Il gruppo di alpinisti rimase lo stesso ed era un gruppo di alto livello, ma aveva come obiettivo quello di scalare le montagne portando in vetta il maggior numero di alpinisti. Il messaggio che la direzione voleva lanciare era: una squadra composta di individui che danno il massimo, insieme può ottenere risultati eccezionali. Rispetto a «Quota 8000» veniva meno l’elemento commerciale, non c’era più un prodotto da promuovere. In quegli anni scalammo Everest, Annapurna, Manaslu, Cho Oyu e Shisha Pagma.

 

Intanto però stava per prendere forma Ev-K2-Cnr...

Tutto nacque da una telefonata di Ardito Desio in cui mi disse: «Ho appreso che, secondo uno studio recente, il K2 potrebbe essere più alto dell’Everest. Lei è in grado di organizzare una spedizione sull’Everest e sul K2 per verificare?». Gli risposi di sì. Desio voleva però fare le cose in grande cioè misurare Everest e K2 sia con gli strumenti tradizionali, sia con i nuovi sistemi satellitari. In Italia nel 1987 non c’era nessuno che disponesse di un Gps quindi dovemmo organizzarci per riuscire a procurarcelo. Arrivammo alle falde dell’Everest nella stagione dei monsoni. Avemmo fortuna: trovammo sei giorni di tempo bello e riuscimmo a fare le misurazioni. Poi prendemmo la strumentazione e ci trasferimmo in Pakistan per misurare il K2. Fummo fermati alla dogana dalle forze armate pachistane. Anche in questo caso ci aiutò Desio con le sue conoscenze.

Dalle nostre misurazioni risultava che l’Everest era più alto del K2, come si era sempre saputo. La missione fu una grande esperienza organizzativa anche se la misura non aveva dato il risultato sperato dal professore, in quella occasione prese il via Ev-K2-Cnr. Stavamo aspettando di effettuare le misurazioni e con noi c’era il giornalista Rai, Mino Damato. «Perché - disse - non creare una “tenda” stabile che funzioni come laboratorio permanente nell’Himalaya?». Da questo spunto, nacque la famosa piramide del Cnr che venne presentata nel 1989. All’interno furono installati numerosi macchinari e strumentazioni di laboratorio. Con la nascita del laboratorio-osservatorio piramide, nel 1990 prese il via il Comitato Ev-K2-Cnr.

 

Il progetto continua tuttora?

Sì, dal 1990 abbiamo continuato a organizzare spedizioni di carattere scientifico in alta quota. Che tipo di ricerca viene effettuata? Beh, la caratteristica dell’alta quota è la carenza di ossigeno. Partendo da questa particolarità si sono sviluppati una serie di studi. In campo medico si è approfondita, per esempio, la validità dei farmaci in condizioni di ipossia, gli effetti dell’ipossia su sonno, cervello e apparato respiratorio. Recentemente poi si stanno effettuando ricerche sul rapporto tra mancanza di ossigeno e insorgenza dei tumori.

Anche gli studi in campo ambientale sono importanti. È in questo ambito che è nato il Progetto Share (Stazioni ad alta quota per la ricerca sull’ambiente), con lo scopo di promuovere osservazioni scientifiche in alta quota, in grado di contribuire alla conoscenza del cambiamento climatico regionale e globale. Obiettivi di Share sono il miglioramento delle conoscenze scientifiche sulla variabilità del clima e sugli impatti del cambiamento climatico, assicurando la disponibilità di dati a lungo termine e di alta qualità. Per questo obiettivo è stata implementata una rete globale di osservazioni in montagna su composizione atmosferica, meteorologia, glaciologia, idrologia, risorse idriche, biodiversità e salute.

 

La ricerca in alta quota è un fiore all’occhiello del nostro Paese...

Sì, siamo stati tra i primi a far ricerca in alta quota attrezzandoci di strutture adatte. Tutto il mondo ce lo riconosce. Questa ricerca è importante perché i sistemi montuosi rappresentano il 20% circa delle terre emerse e intorno a essi gravita il sistema naturale del pianeta. Per esempio, non si può studiare l’idrologia di un luogo se non si conosce da quale tipo di ghiacciai quel sistema si forma.

 

Nell’attività di Ev-K2-Cnr come rientra la componente atletico-alpinistica?

La parte atletico-alpinistica non è più prioritaria, ma è essenziale soprattutto per ciò che concerne il monitoraggio in alta quota. Questa estate, per esempio, abbiamo installato sull’Everest, a 8.000 metri, una stazione meteorologica. Per salire a quelle quote ci siamo avvalsi di alpinisti.

 

Queste capacità organizzative maturate in un ambiente estremo come quello montano cosa possono insegnare a manager e imprenditori?

In primo luogo, la montagna insegna ad avere un obiettivo e a perseguirlo fino in fondo. Quando vuoi scalare il K2 devi sapere che stai affrontando una sfida che impegnerà mesi perché niente può essere lasciato al caso. Una sfida che dev’essere portata in fondo cioè fino alla vetta, altrimenti hai fallito.

Poi insegna la capacità di assumersi il rischio. La montagna è uno dei luoghi più pericolosi al mondo. Per ridurre il rischio bisogna quindi pianificare ogni più minimo dettaglio. Ciò implica anche la necessità di assumere la responsabilità delle tue decisioni. In un mondo in cui «responsabilità» è una delle parole più bistrattate, la montagna ti riporta alla responsabilità dell’agire e del decidere.

La montagna insegna anche a gestire gli uomini. Le spedizioni sono gruppi di persone che si conoscono, si rispettano e mettono in gioco le proprie capacità. È dal compendio di queste qualità personali e umane che nasce il risultato. Per questi motivi bisogna avere un grande rispetto per la persona, una grande capacità di ascolto e comprensione. E non sempre è facile perché gli alpinisti parlano poco, sono individualisti e tirarne fuori il meglio non è semplice.

 
Un’idea vincente: la componibilità PDF Stampa E-mail
Scritto da Enrico Casale   

è grazie a questo concetto rivoluzionario che una piccola bottega artigiana della Brianza diventa la LEMA, azienda di punta del settore del mobile che serve 400 punti vendita in Italia e 500 all’estero

La produzione ha una dimensione industriale con tecnologie all’avanguardia e un’organizzazione del lavoro studiata nei minimi particolari. Ma il cuore è ancora quello dell’artigiano. Quell’artigiano brianzolo che per secoli ha prodotto non semplici mobili, ma pezzi unici curati nel dettaglio e destinati a durare nel tempo. La LEMA è così: una solida realtà industriale con radici profondamente radicate in una terra, la Brianza, che ha saputo fare dell’arredamento un’arte riconosciuta in tutto il mondo. Ne abbiamo parlato con Angelo Meroni, presidente della LEMA.


Quando è nata LEMA?

«LEMA è nata nel 1970, ma per comprendere la sua storia e la sua evoluzione è necessario fare un passo indietro. Nel 1939 mio nonno Angelo crea la “Sorgente dei mobili”, una bottega artigiana che aveva sede ad Arosio. Non era poi così diversa dalle tante botteghe artigiane che in quegli anni erano diffuse in Brianza. Produceva mobili per la sala da pranzo e per la camera da letto, pezzi unici realizzati in stile simil-classico su richiesta del cliente. Alla fine degli anni Quaranta, mio nonno decide di aprire un negozio a Milano e di affidarne la gestione a mio padre Luigi. In quel negozio si vendono i mobili prodotti ad Arosio e accessori di arredamento.

«Mio padre vuole però espandere l’azienda paterna. Prende spunto dalle aziende tedesche nelle quali, in quegli anni, il settore mobile-arredamento era particolarmente avanzato. Infatti in Germania molti mobilifici hanno una dimensione industriale. E così la bottega di Arosio gradualmente cresce. Mano a mano che i terreni intorno al primo capannone si rendono liberi, lui li acquista per creare nuovi capannoni. Investe anche in macchinari sempre più sofisticati. Se prima si realizzava un mobile alla volta, secondo lo stile artigiano, tra gli anni Cinquanta e Sessanta si iniziano a produrre mobili in piccole serie. Questa è la prima vera svolta industriale. Mio padre capisce però che la dimensione industriale non basta. Per produrre buoni mobili è necessario partire da buoni progetti, inizia così a collaborare con architetti di Cantù».

 

Quando viene introdotto in azienda il concetto di componibilità?

«Negli anni Sessanta, la nostra azienda inizia a collaborare con Angelo Mangiarotti, un architetto milanese. È lui che ci introduce alla componibilità. Un concetto rivoluzionario: non si producono più mobili finiti, ma elementi con misure standard che vengono poi montati secondo le esigenze del cliente. Il primo prodotto di questo genere sono i “Bussolotti”, sorta di scatole con uno o più ripiani o ante, che vengono messi nelle posizioni scelte dal cliente. Si ottengono quindi mobili in stile moderno, ma diversi uno dall’altro».

 

Questo nuova concezione di arredamento implica anche cambiamenti nel sistema produttivo?

«Ovviamente sì. In quegli anni, siamo a metà degli anni Sessanta, l’azienda è ancora ad Arosio dove la fabbrica è spezzettata in diversi capannoni scollegati tra loro. Una soluzione non ottimale. Mio padre decide così di acquistare un terreno ad Alzate Brianza e di costruirvi una fabbrica moderna adatta a produrre in serie e con i reparti collegati tra loro. Nasce così lo stabilimento che è ancora la nostra sede principale. Con il nuovo stabilimento cambia anche il modo di lavorare. In quegli anni, si forma un ufficio tecnico che diventa il cuore dell’azienda. Al suo interno c’è chi tiene i rapporti con il designer, chi disegna i moduli per poterli mandare in produzione, chi riceve gli ordini e li sviluppa, eccetera. Infine, nel 1970, nasce LEMA (Luigi Enrico Meroni Arredamenti) ».

 

Continua anche la collaborazione con architetti e designer?

«Non solo continua, ma diventa sempre più strategica. Oltre alla collaborazione con l’architetto Mangiarotti, inizia anche la collaborazione con gli architetti Frattini e Agnoli. Ed è proprio grazie alla collaborazione con l’architetto Agnoli, che prende il via la nuova grande svolta dell’azienda. È il 1978 quando Agnoli elabora il concetto di “spalla portante”. Una vera rivoluzione nel modo di ideare, produrre e vendere i mobili. Il sistema è semplice quanto geniale: i “Bussolotti” preassemblati da montare uno a fianco all’altro vengono sostituiti da mobili costituiti da pannelli verticali e orizzontali svincolati che vengono poi montati a casa del cliente. Il progettista può disegnare l’arredamento di un ambiente sapendo che può disporre di pannelli nelle misure che desidera. Il primo mobile costruito secondo questo sistema è “Lo Scaffale” (1978), seguito dall’”Armadio al Centimetro” (1981)».

 

Anche in questo caso si rivoluziona il sistema produttivo e quello commerciale...

«È una rivoluzione soprattutto per il punto vendita che ha la possibilità di vendere mobili a prezzi industriali, ma fatti su misura come se fossero realizzati da un artigiano. I negozi non erano pronti a un’evoluzione del genere, ma piano piano si sono adeguati. E si è così creato un sistema di produzione e distribuzione unico. Il cliente si rivolge al nostro punto vendita portando le misure degli spazi che intende arredare, indicando quale tipo di mobile ha scelto e di quale colore. Il punto vendita, in base a queste informazioni, disegna una composizione che tiene conto delle esigenze del cliente e poi spedisce l’ordine a LEMA. Nel giro di un paio di giorni, LEMA invia la conferma dell’ordine con allegato il disegno esecutivo dei nostri tecnici e la data di consegna. Se dobbiamo essere sinceri, anche noi all’inizio non eravamo preparati. Abbiamo dovuto modificare i flussi di lavoro, trovare spazi intorno all’azienda per ospitare nuovi reparti. Di fronte all’ordine del cliente, noi abbiamo solo un semilavorato grezzo che dobbiamo verniciare, tagliare su misura, consegnare e montare. Ciò richiede tecnologie all’avanguardia, un ufficio tecnico preparato e una flessibilità produttiva unica».

 

Negli anni la vostra azienda ha scommesso molto sulla qualità del prodotto, ma anche sul servizio al cliente.

«La nostra è un’azienda tecnica di sistemi portata all’esasperazione del servizio. Per noi il servizio al cliente è fondamentale. Non vendiamo direttamente al pubblico, il nostro cliente è il punto vendita. È quindi molto importante che questi sia sicuro che quando vende i nostri prodotti non avrà problemi di consegna o di qualità. La data di consegna che indichiamo sulla conferma d’ordine serve a LEMA per organizzare la produzione settimanale e al negoziante perché sa quando riceverà la merce e può avvisare il cliente finale che deve organizzarsi per riceverla. Per poter arrivare a questo livello di organizzazione, ci siamo impegnati anche a offrire una formazione continua ai venditori dei punti vendita che vengono invitati in azienda a seguire corsi ad hoc».

 

Oggi quali sono i settori nei quali è presente LEMA?

«Produciamo mobili per la zona giorno e la zona notte. Non mobili tradizionali, ma veri sistemi di arredamento che possono essere assemblati per ottenere la soluzione che meglio si adatta alle singole esigenze. A questi si aggiungono tavoli, sedie, letti e altri accessori d’arredo quali madie, scrittoi o poltroncine che servono ad affermare il brand soprattutto all’estero. Oggi ci avvaliamo della collaborazione dell’arch. Piero Lissoni, nostro art director ormai da 15 anni.

«LEMA però non arreda solo la casa. Dal 1975 si è dedicata anche all’area “contract”, cioè l’arredamento di alberghi e negozi. Noi partecipiamo a grandi commesse internazionali, lavorando su progetti specifici di grandi architetti o designer. La sperimentazione sul design e sulle tecnologie richieste per il raggiungimento di questi progetti è avanzatissima, ma ha forti ricadute anche sui processi produttivi, per così dire, “di serie”. Il team di tecnici dedicato esclusivamente a questo settore ha raggiunto le 25 persone ed è ancora in crescita. Abbiamo realizzato alberghi in tutto il mondo tra cui alcuni appartenenti alle catene Radisson e Mariott.

«Anche nel settore dei negozi abbiamo realizzato progetti complessi. Per esempio, abbiamo rifatto gli arredamenti degli 850 negozi in franchising della Vodafone. In progetti di questo genere non si parla solo di legno ma di molti altri materiali che compongono l’arredo come vetro, acciaio, plexiglass e vari tipi di illuminazione, e soprattutto è necessaria una organizzazione logistica su tutto il territorio perfettamente funzionante».

 

Voi producete anche mobili per ufficio?

«Sì, se ne occupa una società appositamente costituita nel 1992. Si chiama “International Office Concept” e ha collaborato con lo studio Castiglia Associati. Questa società ha saputo mettere a punto soluzioni funzionali e tecnologiche adatte ai mutamenti dei luoghi di lavoro, ottenendo così una posizione di rilievo su scala internazionale. Tra le nostre realizzazioni, le pareti divisorie della redazione del New York Times, nel palazzo che Renzo Piano ha realizzato per la prestigiosa testata a New York, oltre all’arredamento della nuova sede della Goldman Sachs».

 

Oggi, che tipo di azienda è LEMA?

«LEMA è un’azienda di punta del settore mobile-arredamento italiano. Abbiamo 280 dipendenti e due sedi produttive: una ad Alzate Brianza, l’altra a Giussano. Attualmente il 50% del fatturato proviene dal settore casa, il 35% dal settore “contract” e il 15% dagli uffici. Forniamo circa 400 punti vendita in Italia e 500 all’estero, prevalentemente in Europa, ma stiamo cercando di far crescere il mercato nordamericano e quello asiatico. La nostra è rimasta un’azienda familiare. L’eredità di mio nonno Angelo, di mio zio Enrico e di mio padre Luigi, scomparso nel 1981, è stata raccolta da mia mamma Carla. Insieme a me poi lavorano le mie sorelle Marisa e Marinella e mio cognato Marcello. Ci teniamo a essere un’azienda familiare - conclude Angelo Meroni -. Questa caratteristica ha garantito nel tempo una visione imprenditoriale salda e uno sviluppo coerente, fondati sul rispetto del cliente, sull’innovazione e sullo sviluppo di nuovi mercati e di nuovi prodotti».

 
Là... dove volano le aquile nasce Norda PDF Stampa E-mail
Scritto da Enrico Casale   

La storia di un’azienda il cui progetto di sviluppo parte agli inizi degli anni Settanta, con l’inaugurazione dello stabilimento di Primaluna in Valsassina

Quante volte camminando in montagna ci siamo fermati a una fonte a abbiamo apprezzato la leggerezza dell’acqua. Ecco, il successo della Norda parte proprio da qui. Dalla montagna e dalla sua acqua pura.
Certo, l’acqua da sola non può bastare. Servono intraprendenza, capacità imprenditoriale, investimenti. Ne abbiamo parlato con Carlo Pessina, 50 anni, milanese, amministratore delegato della Norda.

Quando nasce il Gruppo Norda?
La nostra azienda ha una storia che risale agli anni Trenta. In quegli anni la mia famiglia era già attiva nel settore delle bibite analcoliche e aveva portato al successo la tradizionale «gassosa». L’anno della svolta è il 1968. La famiglia rileva l’impianto di imbottigliamen­to dell’acqua minerale «Introbio» e prende così il via il progetto Norda. Nel 1970, a Primaluna (Valsassina), vede la luce uno degli stabilimenti di imbottigliamento più moderni e funzionali del settore che, in poco tempo, riesce a far passare il numero di bottiglie prodotte annualmente da 7 a oltre 100 milioni. Negli anni ’70, parallelamente allo sviluppo della produzione, Norda incrementa e specializza l’apparato distributivo, entrando in quella élite delle acque minerali capaci di raggiungere tutto il territorio nazionale. Dopo aver portato ad alti livelli la produzione dello stabilimento di Primaluna, nel 1979 Norda decide di allargare i propri orizzonti imprenditoriali.

Verso quali direzioni vi siete mossi?
Lo stabilimento capostipite è a Primaluna (Lc) in Valsassina. Lo stabilimento, ancora oggi, ha una elevata potenzialità produttiva e utilizza bottiglie di vetro e in Pet. Nel 1979 è poi entrato a far parte del gruppo lo stabilimento delle Valli del Pasubio (Vi). Dispone di tecnologie avanzate che permettono di conservare intatta la purezza delle fonti. La produzione è struttura­ta con linee per bottiglie in vetro e Pet. Nel 1984, il Gruppo è poi approdato alle pendici dell’Appennino. Qui ha acquistato lo stabilimento di Tarsogno (Pr) nel quale si imbottiglia una delle acque più leggere dell’Appennino. Nel 2000 poi è entrato a far parte del gruppo lo stabilimento di Bedonia (Pr) alle pendici del Monte Pelpi (1485 metri).

Avete fatto altre acquisizioni dopo il 2000?
Il 22 dicembre Norda ha acquistato il 100% della Monticchio Gaudianello. Il marchio Gaudianello si colloca al 4° posto in Italia nel comparto delle effervescenti naturali e detiene la seconda posizione nel Sud Italia, con una marcata presenza in Puglia, Campania e Basilicata. Norda ha scelto Gaudianello (azienda con 120 anni di storia alle spalle) perché è un marchio prestigioso, radicato nelle regioni meridionali, dove esistono notevoli potenzialità di crescita per il settore delle acque minerali. Le Fonti di Monticchio, conosciute fin dai tempi dei romani, si trovano sul monte Vulture, in Basilicata: un ambiente naturale intatto e protetto. La pioggia filtrata dai tufi vulcanici origina due acque: l’effervescente naturale Gaudianello e l’oligominerale naturale Leggera. Nello stabilimento di Melfi sono attive quattro linee di produzione, di cui tre per formati in Pet e una per il vetro. Per Norda una scelta che permetterà di servire i propri clienti del Centro-Sud riducendo distanze e trasporti.

Quali sono i numeri del Gruppo Norda oggi?
Norda è un Gruppo con un fatturato di 105 milioni di euro e 300 dipendenti. Imbottigliamo 800 milioni di bottiglie pari a circa un miliardo di litri l’anno tra acqua e bibite. Il 53% della nostra produzione viene assorbito dal settore della ristorazione (horeca), il 43% dalla grande distribuzione (gdo), il 4% dalla distribuzione automatica. Norda imbottiglia inoltre per alcune delle principali realtà della grande distribuzione organizzata ed è attiva, con il marchio Aquapoint, nel canale delle fontanelle a boccioni (18,9 e 5 litri). Circa il 3% della nostra produzione viene esportata verso altri Paesi europei, ma anche in Australia e negli Stati Uniti.

Norda non imbottiglia solo acque, ma anche bevande. Quali?
Tra il 2009 (anno del 40° di attività) e il 2010, Norda ha installato a Primaluna un impianto Krones, con potenzialità di 18 mila bottiglie/ora. L’impianto ha consentito di essere competiti­vi e propositivi in un settore ricettivo e con ottimi margini di manovra: quello delle bevande piatte. Un traguardo ancora più significativo perché raggiunto con un prodotto a marchio: il tè Norda (Nordaxtè), nella versione al limone, alla pesca e al tè verde. L’efficienza dell’impianto garantisce a Norda la possibilità di imbottigliare sia prodotti con marchio proprio sia per conto terzi. Lo dimostrano gli accordi stipulati, fra cui spicca quello con l’inglese Twinings, il principale marchio mondiale del tè (ogni anno vengono consumati 7 miliardi di tazze di tè Twinings nel mondo). Twinings Iced Tea (tè verde, al limone e alla pesca) racchiude l’eccellenza del tè Twinings e l’acqua di montagna Norda. Oltre al tè imbottigliamo anche integratori (Mg.K Vis), bevande a base frutta (Zuegg Skipper) e per la prima infanzia (Plasmon Heinz).

Le vostre acque non hanno tutte le stesse caratteristiche. Può spiegarci le differenze?
Le nostre acque hanno caratteristiche uniche. L’acqua Daggio, che nasce dalla sorgente più alta d’Europa in Valsassina (Lc), ha una purezza e una leggerezza tali che la rendono ideale per il fabbisogno giornaliero di tutta la famiglia e, in modo particolare, per la prima in­fanzia e per l’alimentazione dei neonati. L’acqua Acquachiara, che proviene dalle pendici del Monte Baffelan nelle Pic­cole Dolomiti, grazie al basso contenuto di sodio è indicata nelle diete iposodiche e consigliata per la preparazione degli alimenti dei neonati. L’acqua Ducale, che nasce da una sorgente sul Monte Zuccone nell’Appennino parmense, per le sue eccezionali caratteristiche di purezza e di alta qualità è ideale quale acqua da tavola per l’uso quotidiano. Con il suo basso residuo fisso è un’acqua leggera e anch’essa ha ottenuto dal Ministero della Salute l’autorizzazione per essere uti­lizzata nell’alimentazione dei neonati. L’acqua Luna, grazie alla composizione equilibrata di sali minerali, è invece indicata a chi pratica attività sportive, per integrare l’eliminazione di liquidi. L’acqua San Fermo sgorga pura grazie all’elevato potere filtrante delle rocce, una qualità che rende il consumo quotidiano un prezioso alleato del benessere di tutta la famiglia. Infine l’acqua Lynx che grazie al suo basso contenuto in sodio è indicata nelle diete iposodiche e aiuta l’organismo a mantenersi in forma ed è perciò l’acqua adatta a chi tiene al benes­sere e alla forma fisica.

Come tutelate la qualità delle vostre acque?
Norda ha sempre investito molto sulla qualità e sulle garanzie che accompagnano i propri prodotti. Non a caso, è stata fra le prime aziende in Italia a intraprendere un percorso di certificazio­ne che l’ha portata recentemente a cogliere un significativo risultato: tutti gli stabilimenti sono certificati secondo le più aggiornate prescrizioni delle norme Uni En Iso 9001 e Ifs, la più severa anche per quanto riguarda alimenti e bevande. Norda aggiunge alla certificazione ISO gli adempimenti richiesti pre­visti dal sistema Hazard Analysis Critical Control Points, che detta preci­si parametri concernenti l’analisi del rischio e i punti critici di controllo.

La Norda investe molto anche nella tutela dell’ambiente e nell’educazione ecologica...
Le caratteristiche delle acque Norda (tutte oligominerali di alta montagna pure e leggere) hanno portato l’azienda a privilegiare una politica che si oppone alla banalizzazione del prodotto acqua minerale. Questo impegno è concretizzato anche nei progetti e nelle collaborazioni che Norda attua a vari livelli: educazione per i giovanissimi, promozione della salvaguardia e della cultura ecoambientale, solidarietà. Particolarmente significativa da questo punto di vista la collaborazione recentemente attivata con la Lega italiana protezione uccelli (Lipu), la maggiore associazione nazionale per la salvaguardia degli uccelli e del loro ecosistema. La collaborazione con Lipu è finalizzata a realizzare azioni per la tutela dei grandi rapaci in Italia e del contesto montano dove l’aquila ha il suo habitat natu­rale. Un progetto che si amplia anche a livello educativo, con iniziative rivolte alle scuole e alle famiglie. Recentemente poi il Gruppo Norda ha sottoscritto un accordo di collaborazione con la Comunità Montana della Valsassina (dove Norda ha la sede principale), ente gestore del Parco Regionale della Grigna Settentrionale. La convenzione prevede un sostegno finalizzato a due obiettivi: incentivare la conoscenza delle bellezze del Parco e quindi la frequentazione dello stesso; aggiornare e sostituire l’attuale segnaletica con nuovi cartelli.

Un impegno verso l’ambiente che parte dai sistemi produttivi adottati dal Gruppo...
In questi ultimi anni, l’azienda ha implementato i già moderni impianti di imbottigliamento con sistemi ancora più avanzati. È stata, per esempio, preferita la tecnologia che prevede l’abbinamento fra impianto di soffiaggio e di riempimento delle bottiglie in Pet, che in questi ultimi anni hanno subito una riduzione dl 25% del loro peso. In questo modo viene eliminato il passaggio di risciacquo effettuato con acqua a perdere, risparmiandone ingenti quantità. Una parte importante dei volumi del gruppo è poi costituito da imballaggi in vetro a rendere, materiale riutilizzabile e rispettoso dell’ambiente. Prestiamo anche attenzione alla riduzione di emissioni inquinanti: dalla sostituzione dei tradizionali muletti diesel con muletti elettrici a emissioni nulle, alla selezione delle società di autotrasporto. È infatti regola aziendale attivare collaborazioni con trasportatori i cui veicoli risultino certificati secondo le più recenti norme europee per la limitazione dei gas di scarico.

Il marchio Norda è molto legato anche allo sport...
Norda è appassionata sostenitrice delle attività sportive. Le sponsorizzazioni in ambito sportivo sono finalizzate a stabilire un legame fra attività fisico-agonistica e importanza dell’acqua per benessere e prestazioni degli atleti. Significativo l’impegno nel settore calcistico con Sampdoria, Piacenza, Livorno e Bari. La presenza nel campionato di serie A è la punta di diamante di un impegno che comprende sponsorizzazioni in varie disci­pline, scelte con attenzione sia negli sport emergenti sia per la percezione positiva che queste discipline hanno nei confronti del pubblico. Un esempio - conclude Carlo Pessina - è la collaborazione con Foppapedretti Volley Bergamo, la squadra bergamasca regina d’Europa, che dal 2010 si chiama Norda Foppapedretti. Fra le altre discipline che Norda privilegia spiccano basket, rugby, ciclismo, vela e hockey su ghiaccio.

 
Anche il Presidente USA è cliente di Parà PDF Stampa E-mail
Scritto da Enrico Casale   

La storia di un’azienda che, quando va in crisi la produzione di tralicci per materassi, scommette sul settore dei tessuti d’arredamento per interni ed esterni divenendone ben presto leader

20 gennaio 2009: Barak Obama si insedia alla Casa Bianca. È il primo presidente afroamericano della storia degli Stati Uniti. Una rivoluzione per il Paese. Una rivoluzione per il mondo. Ma anche per la stessa Casa Bianca. Appena arrivato nella nuova residenza, il giovane presidente e la moglie Michelle chiedono che venga rinnovato l’arredamento, come è tradizione. Tra i mobili ci sono anche divani e poltrone che, usurati dal tempo, devono essere rivestiti con tessuti nuovi. Ovviamente si cerca il meglio: fibre al tempo stesso resistenti ed eleganti. La scelta cade sui tessuti di un’azienda italiana, anzi brianzola: la Parà, leader nel settore dei tessuti d’arredamento per interni ed esterni.

Per la società, che ha sede a Sovico, è il segno di un successo costruito in anni di paziente lavoro e di costante ricerca dell’eccellenza.

Ma come è stato costruito questo successo? Ne abbiamo parlato con il presidente, Ambrogio Parravicini.

Leggi tutto... [Anche il Presidente USA è cliente di Parà]
 
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