Domenica 20 Maggio 2012
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Da Basilea 2 a Basilea 3 PDF Stampa E-mail
Scritto da Lorenzo Rigodanza   

Il Nuovo Accordo è una sorta di upgrade dove viene confermato nella sostanza l’impianto originario del precedente, integrandolo e rafforzandolo dove gli eventi recenti hanno evidenziato le maggiori criticità e debolezze.

A oltre due anni dallo scoppio della crisi finanziaria che ha coinvolto in modo devastante le principali economie occidentali, alla domanda “ma come è potuto accadere?” il mondo della finanza e della politica hanno risposto cercando di far ricadere le responsabilità su qualcun altro .

Di fronte alla necessità di trovare un capro espiatorio possibilmente lontano e indefinito, l’attenzione di molti si è concentrata sul Comitato di Basilea e sulla contestatissima normativa di Basilea 2 al punto da considerare questa regolamentazione come una delle principali responsabili di quanto accaduto e arrivare ad affermazioni del tipo “Basilea 2 è morta: tutte le banche fallite erano in perfetta linea con questi principi normativi”. Niente di più falso!

In realtà l’accordo di Basilea 2 è entrato in vigore solo nel 2008, dopo una lunga fase di gestazione, con il vincolo di non discostarsi troppo dalle regole precedenti (c.d. Basilea 1) almeno per i primi anni.

Gli Stati Uniti poi, epicentro dello tsunami finanziario, non solo erano stati molto recalcitranti ad accettare le nuove norme, ma ne prevedevano l’applicazione a partire dal 2009 e solo per una parte limitata del sistema bancario, preferendo mantenere le regole nazionali, meno sofisticate e meno risk-sensitive.

Northern Rock, Bear Stearns e Lehman Brothers, per citare solo tre vittime eccellenti della crisi finanziaria, non applicavano Basilea 2. Ritenere responsabile una normativa entrata in vigore da pochi mesi o addirittura non ancora applicata sembra effettivamente un po’ eccessivo.

Basilea 2 non c’entra nulla… o quasi!

Se da un lato non è quindi corretto attribuire all’insieme di regole di Basilea 2 la responsabilità della crisi, va però detto che il Comitato di Basilea non l’ha varata in tempo utile per prevenirla.

Se si fosse passati per tempo a Basilea2 il sistema finanziario nel suo insieme (organismi di vigilanza compresi) sarebbe stato dotato di tecniche di controllo del rischio non solo migliori e più diffuse ma anche meno disposte a tollerare comportamenti di moral hazard ampiamente diffusisi in questi ultimi anni e che sono stati uno dei principali fattori alla base della crisi.

Questo risulta ancora più vero con riferimento a tre dei rischi alla base della recente crisi:

a) il rischio di concentrazione su singole grandi controparti (da qui il problema del to big to fail);

b) il rischio di liquidità;

c) il rischio di credit crunch come conseguenza, in parte subita e in amplificata, del carattere pro-ciclico della normativa.

I primi due rischi, pur se normati da Basilea 2, sono stati purtroppo trattati in modo non troppo specifico, considerandoli più come principi che stabilendo regole quantitative. Il terzo è più una conseguenza “subita” a fronte della velocità con cui le banche hanno dovuto contabilizzare sui propri bilanci gli effetti del degrado del valore degli attivi con le relative conseguenze sul patrimonio e quindi con la necessità di contenere gli impieghi. Parallelamente allo sviluppo di una nuovo sistema di regole per le banche, sono state introdotte e recepite delle nuove regole contabili (IAS) senza affrontare il problema di armonizzarle con le regole di Basilea 2. In una situazione di forte stress come quella della attuale crisi, norme del tipo mark to market o del fair value da “sani principi” si sono trasformate in benzina con cui si è alimentato l’incendio.

E quindi?

Stimolato dalle critiche, il Comitato di Basilea, convinto della correttezza delle scelte attuate, ha verificato empiricamente i limiti e le imprecisioni dell’attuale assetto regolamentare ed è intervenuto per porvi rimedio, con la consapevolezza che le cose non si risolvono tornando indietro ma migliorando quanto già correttamente stabilito.

Basilea 3: un altro passo avanti verso la stabilità del sistema

Si è realizzato quindi quello che per molti sembrava un passo impossibile: il 12 settembre 2010, al fine di garantirne una maggiore solidità e scongiurare il ripetersi di una crisi come quella del 2008-09, il Comitato dei Governatori delle Banche centrali ha approvato un “nuovo” Accordo, il cosiddetto «Basilea 3» che impone requisiti patrimoniali più severi per l’operatività delle banche (l’accordo ha avuto recentemente il via libera politico con la ratifica alla riunione del G20 a Seul). Cosa cambia realmente? Analogamente a quanto accaduto in occasione del varo di Basilea 2 anche questa volta molti hanno criticato il nuovo sistema di regole, paventando scenari apocalittici che poi, alla prova dei fatti, sono sistematicamente smentiti.

Anche questa volta pare che, invece di contribuire discutendo sul merito delle nuove regole cercando di renderle ancora più efficaci per evitare il ripetersi di situazioni di crisi come quella da cui si sta cercando di uscire, ci si soffermi semplicemente su slogan populistici come quello che dice “Basilea 3: meno credito a imprese e famiglie”, dimenticando quanto è costata realmente questa crisi e quante risorse pubbliche sono state utilizzate per salvare il sistema finanziario “privato” a discapito proprio delle famiglie e delle imprese.

Come tutte le norme che cercano di regolare i comportamenti eccessivamente rischiosi per evitare conseguenze peggiori, “Basilea 3” (e prima Basilea 1 e 2) mira a definire una serie di regole il cui fine è, da un lato, porre dei vincoli all’assunzione di eccessivi rischi da parte delle banche (specie se poi non li si sa governare) e, dall’altro, premiare i comportamenti virtuosi.

Entrando nel merito, quello che oggi viene identificato con “il Nuovo Accordo di Basilea 3” in realtà, a ben vedere, è una sorta di upgrade dove viene confermato nella sostanza l’impianto originario di Basilea 2 integrandolo e rafforzandolo laddove gli eventi recenti hanno evidenziato le maggiori criticità e debolezze.

Le principali novità introdotte da Basilea 3

Anche se a prima vista la normativa sembra trattare un’infinità di temi, il focus sta sempre e comunque nel tentativo di quantificare il livello di patrimonio minimo che ogni banca deve detenere per scongiurare il fallimento quale conseguenza delle perdite subite a fronte di una errata valutazione e quantificazione dei rischi assunti (a volte più che un errore si è trattato di un vera e propria scelta finalizzata alla massimizzazione dei profitti aggirando i vincoli sfruttando per l’appunto alcune inefficienze della normativa).

In altri termini, la ratio del c.d. Accordo di Basilea (obiettivo posto fin da Basilea 1) consiste nel verificare che “l’argine” di cui dispongono le banche (il patrimonio di vigilanza) sia sufficiente a far fronte alle piene del fiume (le perdite), specie quelle improvvise e impreviste e scongiurare così danni peggiori (fallimenti). L’ultima crisi ha messo in evidenza che gli “argini” (patrimonio di vigilanza) imposti da Basilea 2 non solo erano troppo bassi ma erano anche stati assottigliati e alleggeriti risparmiando sulla qualità del materiale senza considerare il fatto che, con gli attuali sistemi finanziari, il rischio si era scomposto in un’infinità di rivoli e quindi anche una sola crepa in uno degli infiniti argini avrebbe potuto propagarsi con effetto domino sull’intero sistema facendolo cedere di schianto, come in realtà è accaduto.

è al fine di porre rimedio a questi limiti di valutazione dei rischi è nata Basilea 3 i cui caratteri essenziali sono:

1) una regola più rigorosa con cui costruire e irrobustire l’argine. Il patrimonio di vigilanza si avvicinerà sempre di più al capitale di rischio in senso stretto (c.d. common equity ossia “capitale sociale” + “riserve da utili non distribuiti”). L’adeguatezza del common equity viene verificata tramite calcolo del core tier 1 ossia common equity/impieghi ponderati per il rischio). In questo modo l’utilizzo di sacchi di sabbia (i c.d. “strumenti ibridi di patrimonializzazione”) come soluzione per rinforzare se non addirittura innalzare l’argine non saranno più ammessi. L’argine dovrà essere realmente robusto!

2) una maggiore prudenza nella stima delle possibili piene del fiume. In concreto, sono state modificate alcune metriche da utilizzare per la stima dei rischi. Le azioni intraprese riguardano in particolare la misura dei rischi di mercato (si riferisce alla possibilità che il valore a cui possono essere cedute attività di proprietà della banca subisca una variazione sfavorevole) e del rischio di controparte, ossia il rischio creditizio associato ai derivati che, proprio per la sua volatilità, può generare rilevanti perdite e portare rapidamente le banche in situazioni di crisi.

3) nuove regole per consentire maggiore elasticità alle regole stesse permettendo agli Organismi di Vigilanza di modellare la quantità di patrimonio minimo obbligatorio sulla base anche di esigenze contingenti. Queste misure sono sostanzialmente nuove ed equiparabili ad un sistema di canali, golene, chiuse da utilizzarsi nel caso di necessità al fine di deviare o lasciar defluire singole onde di piena senza intaccare il resto del sistema. Tra queste particolare attenzione è stata data al c.d. “rischio liquidità” (rischio di cui è emersa tutta la pericolosità proprio all’indomani del crack Lehman Brothers e che ha costretto le banche centrali a iniettare ingentissime quantità di liquidità per evitare lo stallo di tutto il sistema). A fronte del rischio di liquidità, verrà quindi richiesto alle banche di soddisfare nuove condizioni di equilibrio, sia di breve che di medio termine, sulla capacità di far fronte a fabbisogni improvvisi di liquidità.

Parallelamente, allo scopo di contrastare e/o attenuare la pro-ciclicità del sistema finanziario, ossia l’eccessiva sensibilità alle dinamiche congiunturali di breve periodo che concorrerebbe ad alimentare la crisi stessa, verrà richiesto alle banche di accantonare una maggiore quantità di capitale nelle fasi di espansione del ciclo economico da utilizzarsi nelle eventuali fasi di crisi future. Il buffer aggiuntivo al total capital verrà di volta in volta stabilito dagli organismi di vigilanza e va da 0% fino ad un massimo del 2,5%. Con questa norma viene di fatto introdotta una dimensione macroprudenziale volta a promuovere una maggiore stabilità del sistema finanziario nel suo complesso.

è stato infine deciso di introdurre un nuovo quoziente per contenere l’effetto leva ponendo un limite minimo pari al 3% del rapporto tra il patrimonio base (Tier 1) e il totale dell’attivo della banca “non ponderato” per il rischio comprensivo delle esposizioni fuori bilancio (in termini di leva ciò equivale ad un valore massimo di 33,3).

Questa norma ha lo scopo di integrare il concetto di adeguatezza patrimoniale commisurata al rischio ponendo comunque un limite all’uso esasperato della leva finanziaria.

Con Basilea 3 ci saranno conseguenze per la clientela?

A leggere i diversi appelli e gridi di allarme provenienti dal mondo della finanza e delle imprese sembrerebbe che con l’introduzione di regole più rigorose e di vincoli più stringenti ci si debba aspettare una contrazione del credito concesso alla clientela e/o un innalzamento dei tassi di interesse applicati ai prestiti. A parte che sembra presto per poter dire cosa accadrà, di sicuro i tempi previsti dal Comitato di Basilea per portare a regime Basilea 3 sono sufficientemente lunghi per poter avviare il cambiamento richiesto senza particolari strappi e tensioni (la normativa andrà a pieno regime solo dal 2019).

Di sicuro vi sono banche che dovranno intervenire in modo sostanziale sul patrimonio, ma questo non tanto per l’esosità di Basilea 3 bensì per l’esiguità dell’attuale patrimonio, già da ora inadeguato se misurato sulla base dei principi, sempre validi, della “sana e prudente gestione”.

D’altra parte vi sono banche che fin da ora risultano disporre di un patrimonio più che adeguato, di elevata qualità e di fatto già in linea con le nuove disposizioni. Anche in questo caso non si tratta tanto di “preveggenza” da parte di chi le governa, ma il risultato di una gestione oculata e prudente del patrimonio sia in funzione della crescita dell’attività che dei rischi assunti. Per queste banche con Basilea 3 cambierà poco o nulla sia nelle modalità gestionali interne che nei comportamenti con la clientela.

A questo punto, in attesa che il Nuovo accordo di Basilea 3 venga ratificato dai governi (nel caso dell’Italia prima deve essere approvato dal Parlamento Europeo), l’unico timore è che, come è accaduto con Basilea 2, dall’annuncio delle nuove regole alla loro effettiva applicazione passi un periodo troppo lungo che anziché essere utilizzato per preparare le basi per un sistema finanziario più sicuro e stabile (e questo è un valore) venga sfruttato per trovare soluzioni con cui aggirare le norme vanificando in parte il lavoro fin qui fatto.

Le banche, per quanto in questi ultimi anni siano state al centro di critiche e accuse molto aspre, sono e rimarranno una formidabile cinghia di collegamento alla base di qualsiasi sistema economico da cui non solo non si può prescindere ma che va salvaguardato come bene comune. È per questo che ogni norma che crea solidità e sicurezza al sistema bancario va vista con favore da qualunque parte la si osservi.

Basilea 3 forse non sarà la risposta definitiva e probabilmente neppure la migliore, ma rappresenta sicuramente un altro importante passo nella direzione giusta.

 

Lorenzo Rigodanza -
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